Carissimi ragazzi e ragazze,

In questi giorni la scuola come tanti altri luoghi è chiusa. Ci stiamo sforzando di fare lezione a distanza, e spesso ci vediamo tramite web. Ognuno nella propria cameretta, ci vediamo collegati insieme per non smettere di pensare e di formarci, per capire e crescere, per non smettere di imparare anche in questi giorni di dura prova. Per imparare ad apprendere anche da questa sofferenza e da questa malattia. Da questa grande sfida la cui posta in gioco è l’intera umanità.

Sappiate che in questi momenti non sono tanto importanti i programmi, ma voi. Oggi più che mai la scuola si rivela non tanto il luogo dei voti e delle discipline, degli obiettivi e delle competenze, ma il luogo dei volti fatti di storie, di corpi, di emozioni e di affetti, di relazioni. Quelle vostre ma anche quelle nostre e quelle di tutti coloro che sono visitati dal contagio e dal dolore.

Stiamo imparando un nuovo modo di sentirci comunità. E anche se fisicamente lontani, sentiamoci spiritualmente e moralmente vicini, uniti da una stessa fragilità. Siamo infatti tutti sulla stessa barca, e non ci salveremo da soli ma solo insieme, ciascuno facendo la propria parte. Mai come in questo momento il destino di ciascuno è nelle mani degli altri e quello degli altri nelle mani di ciascuno.

In questi giorni non imparerete dai libri, ma dalla stessa vita, dagli eventi, dai fatti. Anche da quelli tragici. E non sarò io a insegnarvi qualcosa, perchè oggi anche io divento alunno con voi alla scuola del dolore e delle sfide. Oggi imparerete a vivere, perché capirete che nella vita si può anche perdere. Che non ci è dato tutto per averlo sempre e solo per noi. Imparerete ad apprezzare quella normalità che tanto vi manca e che quando abbondava l’abbiamo tutti un po’ bistrattata e sprecata. 

Non sentitevi prigionieri delle mura domestiche. Trasformate questo periodo di clausura forzata in una grande occasione per fare un viaggio interiore che forse non avete mai fatto e che avete sempre rimandato. Come ci ha insegnato lo psicologo H. Gardner, sappiate che non esiste solo l’intelligenza logico-matematica, o linguistica, ma anche quella intrapersonale ed esistenziale che se usate bene ci possono aiutare a interpretare gli eventi come un’opportunità per maturare la nostra personalità e prepararci a fare le scelte giuste.

Gli amici che avete lasciato fuori forse li troverete proprio laggiù, nel fondo del vostro cuore posto in regime di solitudine, nel silenzio delle vostre parole spezzate. Sappiate trasformare questa solitudine imposta in solitudine accolta. Se imparerete a stare da soli forse apprezzerete di più gli altri.  Perché a volta la distanza impreziosisce tutti coloro ai quali ci eravamo abituati per troppa vicinanza.

Siamo questi giorni l’occasione per porvi le grandi domande, come fece il filosofo illuminista Voltaire che, all’indomani del grande terremoto di Lisbona del 1755, nel suo famoso Poema ebbe ad affermare che  "L'uomo, estraneo a se stesso, all’uomo è sconosciuto. Che sono? dove sono? dove vado? e donde vengo? Atomi tormentati in questo ammasso di fango, che la morte inghiotte e la cui sorte è in gioco; ma atomi pensanti, atomi i cui occhi guidati dal pensiero han misurato i cieli: con tutto il nostro essere tendiamo all'infinito, eppure non riusciamo a conoscere noi stessi.

Questo virus sta azzerando tutto: confini, frontiere, muri. Ma anche egoismi, individualismi, arrivismi. Sta ridisegnando le geografie costruite solo su criteri di potenza e di interessi economici. Sta mettendo in discussione la geopolitica dei potenti che ora sembrano anch’essi impotenti e impacciati. E’ bastato un piccolo virus a livellare tutto e tutti, rimettendoci di nuovo tutti insieme su di una medesima linea di partenza. Ricordandoci che oltre il denaro e le ricchezze è la fragilità ciò che ci accomuna.

Perciò accogliete il mondo malato che oggi bussa alla porta della vostra pietà ma anche della vostra responsabilità. Fate spazio ai cinesi, ai coreani, agli africani, ai meridionali, ai nordisti. Questo virus ci sta dicendo che siamo tutti comunitari e che non esistono extracomunitari, clandestini o abusivi. Fate spazio agli anziani, ai malati, ai diversi. Perchè siamo tutti esposti e segnati da un senso di finitudine che ci pone sulla soglia di un probabile contagio. Nessuno è al riparo.

In questi giorni drammatici state anche imparando anche il valore delle parole. Infatti le parole sono importanti specialmente in questo momento. Possono confondere, sviare, scoraggiare. Ma possono anche orientare, consolare e dare coraggio. Possono accendere luci o spegnere quelle poche rimaste. Possono ferire e curare. Abbracciamoci con le parole. Usiamole con parsimonia e con oculatezza. Viviamo in questi giorni unì'etica delle parole.

Fino ad ora vi siete visti per lo più come un labirinto nel quale a volte è stato difficile orientarsi o anche trovare la via di uscita. Oggi, invece, vi invito a vedervi come un grande castello fatto di molte stanze. Potete vivere questi giorni come occasione per aprire quelle rimaste ancora chiuse. E’ il tempo di cercare e di trovare le chiavi per aprire tutti gli spazi insondabili della vostra anima e del vostro io più nascosto. 

Cogliete l'opportunità per rientrare in voi stessi. Laddove nessuno -  forse neanche voi -  è mai entrato. Viaggiate nell'abisso del vostro cuore e della vostra anima. Entrate dentro di voi, ma con la consapevolezza che, come diceva il vecchio filosofo Eraclito, mai troverete, per quanto andiate innanzi, i confini della vostra anima tanto profondo è il vostro Logos. Abitatevi e non vi sentirete affatto sradicati o isolati. Raccoglietevi e accoglietevi. Se vi troverete, nessuna paura potrà rubarvi a voi stessi, né potrà scalfire la consapevolezza del fatto che ci avete provato e che avete lottato.  

Quello che oggi non potete fare in estensione e intensità fatelo in profondità. Quello che non potete vivere possedendolo, vivetelo nella forma dell’attesa. Quello che non potete fare in termini di quantità, fatelo in termini di qualità.

Rialzatevi dalle vostre cadute. Deponete le maschere, e finalmente guardatevi per quello che siete. Il tempo delle menzogne è finito! Imparate a coabitare con la verità di voi stessi, senza più baratti o compromessi. Apprezzate il nascondimento e non avrete più bisogno di vedere esibito tutto di voi. La visibilità non paga la bellezza di ciò che siete senza che nessuno lo sappia. Questo virus ci ha spogliati degli sguardi inutili e futili. Di quelli indiscreti e vani. Ci sta riportando all’essenziale. Non lasciatevelo scappare!

Guardare il mondo con gli occhi della malattia e della fragilità è molto diverso che guardarlo con gli occhi della competizione e dell’arroganza, della facile e scontata concessione, o della pretesa capricciosa. Oggi forse state comprendendo che il mondo non si trova nel fondo di una bottiglia né dietro l’angolo di una stupida sniffata, ma in un gesto di prossimità fatto di coraggio e di gratuità.

Oggi la vita insegna a voi, ma anche a me, l’arte della rinuncia e del distacco. Ma soprattutto l’arte del prendersi cura l’uno dell’altro. Ci sta facendo capire che non è vero che siamo, come dice il filosofo coreano Byung Chul Han, uno “sciame”, ma una “comunità” vera alla quale sentiamo di appartenere.

Ci stiamo rendendo conto di quanto sia importante vivere con responsabilità quel senso di cittadinanza che tante volte abbiamo studiato a scuola e chhe non è fatta di regole vuote o di norme astruse, ma di valori e di reciprocità. Stiamo capendo che la nostra Costituzione non è solo un pezzo di carta, ma che è stata scritta con lacrime e sangue, e che il senso civico non è una stupida imposizione, ma il cemento che ci tiene in vita. Perché, in fondo, siamo gli uni per gli altri e non semplicemente gli uni accanto agi altri. Ce lo stanno testimoniando i medici e gli infermieri che, affrontando questo virus in prima linea,  stanno dando la loro vita per salvare altre vite. Oggi muore l’indifferenza e il cinismo e risorge la solidarietà e la custodia reciproca.

E tutto questo perché quando torneremo alla normalità, nessuno di voi senta la vita come un peso o come uno stupido gioco che non porta a niente, ma solo e sempre come un grande dono che ci mette al riparo dalla noia e dalla ripetitività.

Se impareremo questa lezione, allora non sarà stato invano restare a casa. E non sarà vero che non abbiamo fatto scuola. Al contrario, avremo fatto scuola fuori dalla scuola. Perché avremo imparato da questa esperienza di fragilità che la vita, anche se visitata da un  momento di dolore e di sofferenza, merita sempre di essere vissuta e mai di essere sprecata. Avremo appreso che, come diceva la filosofa S. Weil, “la sventura può  trasformarsi in ascesi”.