logo

 O Maria, un giorno ai piedi della croce  hai tenuto il Cristo morto tra le tue braccia. Il suo dolore è stato il tuo. A Lui la lancia ha trafitto il costato, a Te la spada ha trapassato l’anima e il cuore. Dolore di madre impotente ma anche dolore di donna attonita ma ancora credente. Sopra il cielo muto e sotto una terra al buio sei rimasta lì a guardare il tuo figlio morente.

Oggi non è il Cristo che tieni tra le tue braccia, ma noi. Perchè oggi noi siamo Lui, come allora Lui era tutti noi. Abbracciando Lui tu abbracciavi noi, abbracciando noi, ora tu abbracci Lui. Anche se, a dire il vero, ora nella gloria della resurrezione e della Gerusalemme celeste è Lui che abbraccia te. E abbracciando te, abbraccia anche tutti noi. Silenziosamente e senza far rumore. Invisibile ma profondo.

Come vedi, siamo messi proprio male. E tu, esperta nel soffrire, di certo puoi capirci meglio di chiunque altro. Come anche tuo figlio che dal profeta Isaia è stato definito “Uomo dei dolori che ben conosce il patire” (Is 53,3).

Il tuo posto oggi non è sugli altari tra corone di oro o di argento, ricami raffinati e veli sottili e puri, ma nei nostri corpi muti, malati e feriti, imprigionati e isolati. Nelle nostre anime turbate e spaventate. Noi ci sentiamo come il Cristo deposto dalla croce. Spogli e nudi. Disarmati e confusi.

Tu oggi sei nella nostra impotenza, nei nostri smarrimenti. Tu ci guardi e ci raccogli. E come in una inedita Pietà di un nuovo Michelangelo, ci tieni in braccio sulle tue ginocchia per accarezzarci con il tuo sguardo materno.

Nelle nostre lacrime silenziose anche noi, come i discepoli di Emmaus, ti diciamo: “Pensavamo fosse lui ….”. E poiché davanti a te oggi siamo come le giare alle nozze di Cana, ti chiediamo: fa che l’acqua della nostra fragilità venga trasformata nel vino della letizia e della vita ritrovata.

Oggi il tuo lamento di madre dolorosa non è su Gesù ma su di noi. Su quest’umanità piagata e piegata con la quale condividi tutto. Oggi siamo noi il suo corpo, il suo pane azzimo. Guarda le nostre ferite e le nostre spine. Le nostre mani forate e i nostri costati aperti.

Quest’anno non possiamo portarti in processione tra canti e folle ammassate, perché tu sei già per le strade, che anche se vuote e deserte parlano a te di noi. Ci vieni a cercare  nelle nostre case. Perché hai sempre avuto un passo più spedito del nostro.

Oggi tu non sei nelle chiese, tra gli incensi e gli onori, ma tra le corsie degli ospedali, nei letti dei malati e negli occhi dei moribondi, negli sguardi spenti di chi è rimasto solo. Ti nascondi dietro le mascherine di chi non si sta risparmia per fronteggiare questa pandemia. Nelle braccia di tanti medici e infermieri che tentano di salvare le nostre vite. Loro non ti offrono le solite preghiere, ma gesti di grande amore. Offrendo se stessi, oggi sono loro i tuoi figli sull’esempio del Figlio tuo che proprio per amore non risparmiò se stesso.

Tu sei sui camion dei militari che silenziosi e solitari portano via i nostri cari senza che possiamo dare loro l’ultimo saluto.  Ma sei anche nei gesti semplici e nascosti di chi fraternizza e solidarizza, di chi porta la spesa agli anziani rimasti soli, pechè l’amore è un miracolo che il dolore non ha il potere di  soffocare. E tu lo sai perché nel tuo seno ti sei fatta grembo di un Dio che in sé è amore eterno.

Tu sei l’abbraccio che ci manca. E ogni lacrima versata sia come l’acqua battesimale da cui rinascere rinnovati, cambiati. Il dolore che ora ci prostra e ci abbassa fino a terra sia per noi elevazione interiore per prepararci al passo ultimo della resurrezione. Perché se oggi siamo chicco, che in terra, gettato, marcisce, domani di certo saremo grano per diventare pane. E non sarà stato inutile soffrire se avremo imparato da te e da Lui l’arte nuova del condividere.

Sia questo momento di dolore il nostro Golgota, per provare su di noi il dolore di quanti in questi anni abbiamo lasciato soli a soffrire. Non pianteremo più croci nei nostri mari, o nei ghetti emarginati. Non erigeremo più muri ma solo ponti. Perché su questa croce universale che oggi ci accomuna tutti, siano finalmente cancellati tutti i confini e tutte le divisioni.

Siano le nostre lacrime la rugiada di un mattino nuovo. Perché quando risorgeremo scopriremo che tu ci portavi in braccio e mai ci hai lasciati soli, perché tu sei madre di ognuno di noi. Madre di Dio e madre dell’uomo. Madre nel dolore ma anche madre nell’amore.