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 Mancano poche ore alla festa di Pasqua. Il cammino verso la Pasqua è un cammino in salita, non è una passeggiata. Non è una finzione, ma passa per la via della croce, laddove i sofismi e i ragionamenti umani vengono spogliati della loro coerenza logica. Sulla croce nulla è deducibile, nulla è dimostrabile. Nulla è calcolabile né quantificabile. Detto con le parole del filosofo Kierkegaard, sulla croce dominano il paradosso e lo scandalo. Luogo dell’Assurdo.

Per chi non crede pare che sia solo un vuoto desolante e muto che inghiotte tutto. Ma, per chi crede, dietro a tutto questo si nasconde un amore senza misura. Un amore che nasconde la forza della propria potenza nei segni fragili della propria debolezza.

Per questo la croce non piace a nessuno. Né ai credenti né ai non credenti. Figuriamoci agli indifferenti. Ai gaudenti. Ai pusillanimi. O a quelli che pensano solo al proprio tornaconto. Non ci sono scappatoie o scorciatoie di fronte ad essa. Non ci sono sconti. Non ci sono promesse facili. Né consolazioni da quattro soldi né soluzioni di problemi. Non ci sono miracoli sulla croce perché il miracolo è la croce stessa.

Su quel legno maledetto le sole prove evidenti sono la perdita e la sconfitta. I rovesciamenti e le sospensioni. I tradimenti e i fallimenti. La croce è il luogo dell’abbandono e del silenzio. Della resa e della sconfitta. Luogo di solitudine e di assenza dal quale tutti scappano, lasciando solo il condannato. Tutti elementi che anziché convincere suscitano dubbi e perplessità. Viene meno la fede e la speranza, la fiducia e la voglia di continuare a credere in ciò per cui hai lottato per tutta la vita. Perché sulla croce, se sei abbandonato, sei tentato di abbandonare.

Il Calvario è il luogo più buio della storia anche perché, ahimè, in esso ritroviamo anticipati tanti periodi storici che succederanno come altrettanto oscuri: i genocidi, le pesti del Trecento e del Seicento, le stragi, le tante guerre inutili, il grande terremoto di Lisbona del 1755 che tanto fece riflettere un agnostico illuminista della stazza di un Voltaire. Da ultimo la Shoah e  perché no, questa nostra odierna pandemia da Covid 19.

Certo, il Golgota è il luogo più buio della storia perché è il luogo della doppia assenza: di Dio e dell’uomo. Perchè sulla croce non solo Dio viene messo in dubbio (“Vediamo se viene Elia a salvarlo” dicono i farisei che stavano a guardare), ma anche l’uomo viene calpestato: “Ecce homo” dirà Pilato presentando alla folla un Gesù oltraggiato e martoriato. La croce: negazione del divino e negazione dell’umano. Ma era veramente uomo quell’uomo così mal ridotto o piuttosto costituisce un simbolo di tutte quelle situazioni in cui la vita viene offesa e negata?

Non per nulla di lui il profeta Isaia aveva profetizzato dicendo che “Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia” (Is 53,2-3). Quanti uomini e quante donne ritrovo in quell’uomo il cui volto non aveva affatto l’aspetto di un uomo!

Stando sotto la croce è molto difficile pensare che ci possa essere una resurrezione. Come allora, anche noi oggi, in questo momento di pandemia mondiale, difficilmente crediamo che sarà possibile riprendersi. Ogni volta che siamo ai piedi delle croci, le nostre e quelle altrui, ci dimentichiamo che presto sarà Pasqua.

Siamo proprio strani. Quando viviamo la pasqua ci dimentichiamo della croce, e quando ci troviamo in situazioni di croce ci dimentichiamo della pasqua. Il nostro è proprio un pensiero dissociativo, in psicanalisi diremmo che è un pensiero schizoide.

In questo momento di pandemia mondiale siamo come i discepoli di Emmaus che col volto triste sperimentano non solo la propria impotenza e solitudine ma anche quella di un Dio che se ne sta in silenzio, prigioniero della morte. Sembrano tornare le famose obiezioni del filosofo Epicuro che sosteneva che se Dio esiste e c’è il male allora vuol dire che in fondo Dio non esiste affatto.

A dire il vero Dio è più prigioniero delle nostre delusioni che delle sue inazioni. Il Dio che delude è sempre il Dio di una fede sbagliata.

Molti si sentono abbandonati. Eppure Dio viene ancora anche in questi momenti di dolore. Non viene nella veste di un Dio onnipotente, ma di un Dio dolorante. Come è accaduto sulla croce. Un Dio doloroso e dolorante che si fa prossimo e vicino a noi nel dolore, non per toglierlo ma per condividerlo e farlo suo. E che, così facendo, lo vince non eliminandolo, ma trasfigurandolo, dando anche a noi la capacità di fare quello che ha fatto lui. Perché ci insegna a restare e non a scappare. Ci insegna a lottare e sperare e non a rassegnarci e a disperarci.

Tutto questo nella consapevolezza che sotto la croce, in un fuggi fuggi generale, le uniche a restare sono state le donne. Loro, che per molti secoli abbiamo stupidamente considerato inferiori, invece proprio lì, nel momento di più grande dolore, hanno retto l’urto del fallimento e ci hanno insegnato che in fondo non solo sono superiori, ma che di fatto la vera superiorità consiste nella logica dell’amore che si vive e si esercita con la logica della donazione.

E saranno quelle stesse donne, rimaste prima sotto la croce, ad avere il coraggio di andare al sepolcro e vedere per prime il dono immenso della resurrezione. Loro che portano in grembo la vita, scopriranno che il sepolcro della desolazione  e della disperazione non può trattenere l’autore della vita. Capiranno che quel luogo di morte non può impedire a noi di farci grembo dove poter far nascere nuove vite.

Dio, se viene, verrà da straniero per annunciarci un modo nuovo di essere uomini. Un uomo nuovo che è già dentro di noi. Non lo riconosceremo perchè si presenterà fuori dai nostri schemi e dalle nostre aspettative. Non un Dio trionfalisticamente e miracolisticamente onnipotente. Al contrario, verrà nella forma di un Dio spogliato e abbassato. Umiliato e non creduto.

E ancora una volta ci spiazzerà. Spezzerà con noi il pane della sofferenza e salverà le parole ferite con la sua Parola che esige fiducia e abbandono.

Per tale motivo, quest’anno la pasqua avrà un volto femminile. Il volto della vita che torna a rinascere, la quale, anche se sotto le nostre mascherine, non potrà restare chiusa nei sepolcri vuoti delle nostre desolazioni.  Nel cerchio chiuso delle nostre disperazioni.

Ma ciò accadrà solo se sarà messa in atto una resurrezione individuale e collettiva. Personale e sociale. Non solo economica, ma direi antropologica. Interiore, spirituale, culturale e sociale.