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 Di Michele Illiceto

Fin dall’antichità, gli uomini si sono chiesti di che cosa fossero fatti i nomi. Quale fosse la loro natura, la loro funzione e la loro origine. E anche il loro potere.

Platone in uno dei suoi dialoghi giovanili, il Cratilo, affronta e discute questa grande questione, offrendo tre soluzioni. La prima sostiene che i nomi indicano la natura delle cose; la seconda afferma che sono pura convenzione. La terza – fatta propria da Platone stesso – delinea il rapporto che noi stabiliamo con le cose nel rispetto della loro natura, cioè di ciò che sono. In definitiva il nome indica il rapporto che noi stabiliamo con le cose, con gli oggetti, ma anche con gli altri, con noi stessi e con l’intera realtà. Con il mondo intero.

 In questi giorni di pandemia tali rapporti sono stati profondamente modificati, direi capovolti. E anche i nomi sono cambiati. Come c’è stato un glossario della pandemia, che tutti abbiamo dovuto imparare. ora, in questa fase/2, forse è necessario cominciare a pensare a un glossario della ripartenza.

Però, più che nomi “nuovi”, penso che ci voglia un rapporto nuovo con le cose, con la realtà, con noi stessi e con gli altri. Con il tempo e con lo spazio. Con il mondo intero. Ma a sua volta un rapporto nuovo esige una ripresa dei nomi usati fino ad ora per risignificare tutto: noi stessi, gli altri, il mondo. La stessa vita.

Non dobbiamo cerare dei neologismi. Non serve inflazionare le parole per ripartire dalle parole. Ciò che dobbiamo fare è una ripulitura del linguaggio per risvegliare, come diceva il filosofo P. Ricoeur, i significati rimasti nascosti e sepolti per tutto questo tempo, e che prima di questa pandemia abbiamo forse anche rimosso.

I nomi, non sono affatto una sorta di “flatus vocis”, come volevano alcuni logici durane le dispute medievali. Al contrario, come ci ha insegnato la filosofa H. Arendt, i nomi si riempiono con le azioni. Sono le matrici del nostro agire. Perciò, ripartire dalle parole significa sottoscrivere un patto nuovo con la vita, con la comunità, con la società. Con noi stessi. Allo scopo di generare nuove prassi, per mettere in atto le “buone pratiche” sia individuali che comunitarie, istituzionali e volontarie. Solo allora riempiremo di senso le parole rimaste vuote. Penso alle parole come responsabilità, prudenza, cooperazione, partecipazione, fragilità, paura, sviluppo. Ma ancor più alla parola lavoro, solidarietà, resilienza, speranza, etc…

In questi giorni di vita più virtuale che reale, molte volte ci è capitato di cercare a tutti i costi le frasi contenenti parole capaci di fare colpo sugli altri. Una tentazione che spesso ci ha messo nella condizione di manipolare la realtà e il nostro rapporto con la verità. Un lusso che in questa ripartenza non possiamo più permetterci. Per tale ragione, penso che le frasi più belle siano quelle che contengono le parole vere, quelle che nascono dalla vita, da una sofferenza taciuta, da un dolore condiviso, da una caduta, da una ferita, ma anche da una gioia pura, bella, pulita. Da una perla ritrovata, da una luce riaccesa, da un rapporto recuperato.

In questa ripartenza penso che abbiamo bisogno di parole vere, nuove, capaci di raccontare la fatica di riprenderci la vita senza danneggiare nessuno. Le parole sono importanti per ricominciare nel modo giusto. Perciò questa ripartenza ha bisogno anche di una grammatica nuova, indipendentemente se ci saranno dei like o meno, oppure se i followers aumenteranno o diminuiranno. Meglio una verità solitaria che una bugia condivisa.

Questo vale per tutti: vale per la politica, per l’economia, per i rapporti sociali, per i legami familiari, affettivi, amicali. Per l’educazione e per la formazione. Per la comunicazione, i giornali, internet e quant’altro gioca con l’uso delle parole.  Perfino per la religione.

E anche se siamo caduti, se rialzeremo le parole saranno esse a ispirarci nuovi stili di vita. Perché, come ha detto, in una sua bella canzone Fiorella Mannoia, è proprio vero che "La vita, se cadi, ti aspetta....e dovremmo essere noi a tenercela stretta”.

Perciò buona cura delle parole!