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 Di Michele Illiceto

Caro amico mio che non porti la mascherina né metti i guanti,

in questi giorni, come te e come tanti altri, dopo settimane di forzata clausura per questa imprevista quarantena, anche io sono uscito un paio di volte, e mi è capitato andare, come si usa qui da noi, per il corso principale della mia città, con nostalgia e trepidazione, ma anche con un pizzico di stupore e con tanta speranza nel cuore. Con una matta voglia di tornare a respirare nel rivedere le persone, i volti amici, forse anche te che non conosco, ma che tuttavia, abitando con me in questo meraviglioso paese, ti sento parte di me.

Sono uscito di casa col desiderio di rinascere insieme a te e agli altri, nel guardare le serrande di nuovo rialzate e i negozi riaprire, con la gente tornare al lavoro. Le donne con le carrozzine, i bambini giocare, e gli anziani  -  quelli rimasti – con il loro andare lento, per dire grazie alla vita che, nonostante questa tremenda e tragica pandemia, ci è stata ancora una volta regalata, mentre la morte, per ora, risparmiata. 

Purtroppo ho cominciato a vedere in giro troppa gente, tra cui anche te, senza mascherine, con un andare sfaccendato, irresponsabile. E non solo i giovani, ma anche tanti adulti, singolarmente, a coppie o a gruppi. Ho letto nei loro volti, come nel tuo, un atteggiamento di sfida, di spavalderia  e di goliardica irriverenza, come a dire "io sono invincibile", “io sono immune”. Come se non ci fossero stati tutti quei morti. Come se non ci fossero ancora, visto che si continua a morire, e ancora ci si ammala.

Altro che ripartenza! Qui, grazie a te e a quelli come te, potremmo trovarci di fronte ad una inesorabile regressione. Questo tuo modo di fare mette a rischio tutti i sacrifici fatti fino ad ora. A causa tua, e di quelli come te, rischiamo tutti di rientrare di nuovo in quel tunnel nel quale siamo sprofondati, e dal quale a tentoni e con tante incertezze stiamo cercando di uscire. 

Non usando le giuste precauzioni, tu non solo non proteggi te stesso, ma neanche noi. Lo sai, ora la comunità dipende anche da te, come tu dagli altri. Io dipendo dal tuo respiro e tu dal mio. Io dipendo dal tuo starnuto, dalla tua tosse. Dai tuoi passi, dalle tue distanze. Dalle tue mani. I tuoi comportamenti individuali, come i miei, possono avere o effetti positivi o devastanti su chi ci passa accanto. Sull’intera comunità sia locale che nazionale. Direi anche europea e perfino mondiale.

Mai come in questi giorni siamo gli uni nelle mani degli altri, senza conoscerci, senza mai esserci frequentati. Questo virus da estranei ci ha resi tutti familiari. Da semplici passanti ci ha trasformati in complici. Senza alcun patto, senza alcun contratto. Senza alcuno scambio. Senza alcuna negoziazione.

Pensa che, qualora facessi come te a non mettere la mascherina o i guanti, non ci vorrebbe molto perché io ti contagiassi. E il bello è che questo può accadere senza che io me ne accorga. Non potrei neanche sentirmi in colpa. In colpa per te. E lo stesso potrebbe accadere a te nei confronti di tutti gli altri.

Se ti contagiassi, per me tu saresti solo un numero, anonimo e vago, che alla sera viene conteggiato nella triste lista dei contagiati dichiarati dal governo. Entreresti nel calderone dei malati senza che venga neanche pronunciato il tuo nome. Pensa: ciò che è di più sacro – il tuo nome – cadrebbe nel limbo dei dimenticati.

Proprio per evitare tutto questo, io mio sforzo, insieme a tanti altri, di prendere tutte le precauzioni dettateci dagli scienziati. E’ pensando a te che, ogni volta che esco di casa, mi metto la mascherina e i guanti. Pensa che penso a te senza conoscerti. E in te, penso a chiunque, come te, mi richiama tutta la città.

Nel tuo modo di fare io leggo come una mancanza di rispetto verso tutti coloro che hanno combattuto, e che ancora combattono, in prima linea negli ospedali, specialmente nei reparti di terapia intensiva. Mancanza di rispetto verso quanti hanno perso la vita, salvando altre vite, e verso i loro familiari che ancora piangono la loro tragica dipartita.

E’ come se avessi letto sul tuo volto la sensazione che tu non abbia paura, mentre, al contrario,  io mi sono sentito rimproverato del fatto che ne avessi tanta. A dire il vero, per un breve attimo, mi sono sentito un po’ ridicolo: tu coraggioso, io timoroso. E poi, si sa, la paura fa paura! E’ come se tu mi avessi detto: “Basta con questi eccessivi timori! Vietato avere paura”.

E’proprio così? Non penso affatto!  

Vedi, oggi non è tanto vietato avere paura, quanto piuttosto è vietato fingere di non averla, atteggiandosi ad eroi fuori luogo. Inutilmente eroi. Non hai il diritto di negarmi il diritto ad avere paura.

Se poi la vogliamo dire tutta, e parlare di eroismo, non è questo l’eroismo di cui abbiamo bisogno. Il vero eroismo non è di chi sfida in modo sciocco e banale questo virus, ma è stato quello di tanti medici e infermieri che in questi mesi hanno dato la vita per altre vite. Quello che ti propongo, amico mio, è l’eroismo della normalità e della responsabilità. Eroismo che chiede rinunce e prudenza.

Tutti siamo fragili, tutti possiamo ammalarci, ma oggi più che mai c’è un nuovo divieto da imporre: “Vietato ammalarsi di Covid-19”. Per questo dobbiamo prendere tutte le precauzioni possibili. Ma soprattutto è vietato ammalarsi di questa polmonite per imprudenza o per baldanza. Per arroganza e per eccessiva sicurezza. Per stupidità accompagnata da ignoranza. Per negligenza. Vietato ammalarsi solo perché si è voluto giocare a fare gli eroi con questo virus che non perdona.

Perciò amico mio, quando esci non pensare solo a te, pensa anche a noi. Usa tutte le precauzioni per proteggere te da noi e noi da te. Proteggerai anche la tua città. E se non riesci a farlo per virtù o per senso civico, ti prego fallo almeno per rispetto di te stesso. Fallo per paura. Per quella “sana” paura che ci costringe, nostro malgrado, a fare i conti con i nostri limiti. I miei e i tuoi.

Sai, sono i limiti che fanno incontrare le nostre libertà, trasformandole in responsabilità. In premura e cura. Perciò non temere la paura. Hai il diritto di averla. Come ce l’ho io.

E quando tutto sarà finito, ci toglieremo mascherine e guanti, e torneremo di nuovo a guardarci in volto. E forse ci scambieremo un saluto con le mani nude e libere, e in un gesto di amicizia ci scambieremo anche i nomi. E io ti dirò grazie. La città ti dirà grazie. Ci diremo grazie l’uno all’altro per essere stati responsabili nel custodirci a vicenda. Per esserci messi gli uni nei panni degli altri.  

E se è vero che basta poco per morire, è ancor più vero che basta poco per continuare a vivere. Basta un respiro giusto, il declinare la giusta distanza. Non saranno pochi metri ad allontanarci, ma l’indisponenza e la mancanza di rispetto.

Perciò, buona vita amico mio senza mascherina! Rientra in te, come io in me.