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 Di Michele Illiceto

Una volta il filosofo italiano S. Natoli, in un suo bel libro (Stare al mondo. Escursioni nel tempo presente, Feltrinelli, 2002),  sulla scia del grande pedagogista del Novecento J.  Dewey, ebbe a dire che educare significa insegnare a saper stare al mondo. Come? Offrendo strumenti di varia natura.

In primo luogo gli strumenti “cognitivi”, come il pensiero e il linguaggio, allo scopo di imparare e pensare e organizzare il proprio dire, per curare la comprensione e l’espressione. Anzi per imparare ad imparare. In secondo luogo dare gli strumenti “emotivi e affettivi” per affinare la propria sensibilità, mettere ordine nel complesso mondo dei propri sentimenti, affinare la comprensione di sé e degli altri per dare stabilità ai propri comportamenti e trovare adeguate motivazioni per fare giuste scelte. In terzo luogo dare strumenti “sociali e relazionali”, per creare legami significativi e soprattutto per sapersi comportare in  modo responsabile, avendo cura degli spazi comunitari e sociali. Per uscire dal proprio narcisismo.

Da ultimo educare è offrire strumenti valoriali, etici e civici, per sentirsi pienamente inseriti nel proprio contesto sociale e civile, per vivere in modo attivo, partecipativo e costruttivo la propria cittadinanza e l’appartenenza alla propria città. Perché il rispetto delle regole non sia per nulla fondato sulla paura di essere puniti, ma ancor più sul valore di ciò che esse contengono. Come diceva Aristotele, in definitiva più che alla semplice sophia (la sapienza) la scuola dovrebbe educare alla phronesis, la saggezza-prudenza, che consiste nel saper affrontare con equilibrio le sfide della vita, nella consapevolezza che la conoscenza non è fine a se stessa, ma all’agire e al ben vivere.

Ma in che cosa consistono tali strumenti? Essi da Dewey e Bruner sono identificato con  i saperi che a scuola prendono la forma rigida delle discipline. Queste non vanno intese come insieme di nozioni, ma come un insieme di codici di accesso, chiavi di lettura per leggere e interpretare se stessi, gli altri, gli eventi, il mondo, la realtà colta nella sua complessità e nel suo continuo divenire, fatta sempre di cambiamenti e di rovesciamenti, di sorprese e di imprevisti. Una realtà che, per essere letta, ha bisogno di una grammatica fatta non solo di regole ma soprattutto di significati, simboli, valori, principi, criteri. Come anche di sapori che danno calore e colore.

E poiché la conoscenza è la prima forma di democrazia, e visto che la democrazia comincia dalle parole e dalle idee, i significati non vanno confusi con i dogmi o con le verità imposte dai poteri di turno. Per questo l’unica via per arrivarci è il dubbio, il dialogo, l’esplorazione e la sperimentazione, la ricerca e il confronto critico e plurale. Per fare questo ci vuole in primo luogo la conoscenza, che non è accumulo di semplici informazioni.

Chi deve assolvere a tale compito? Prima si pensava che gli unici luoghi fossero la famiglia e la scuola, due anelli portanti di ogni sistema sociale. Ma negli ultimi anni i sistemi sociali si sono fatti sempre più complessi, e se è difficile governare i processi, ancor più difficile è educare a gestire i processi. Per tale ragione oggi nessuno può educare da solo. Famiglia e scuola non hanno più il monopolio dell’educazione. Esse stesse vanno rieducate: ecco la chiave per affrontare la vera posta in gioco del postmoderno che consiste nel saper affrontare la sfida di questo nomadismo educativo a cui bisogna saper far fronte moltiplicando i luoghi deputati a educare.

Ogni luogo può diventare educativo o, al contrario, proporsi come diseducativo. Purtroppo oggi i luoghi educativi anche se si sono moltiplicati, spesso lo hanno fatto o sovrapponendosi, a volte anche contrapponendosi o addirittura neutralizzandosi a vicenda. L’ideale sarebbe allearsi e insieme procedere nella stessa direzione, ciascuno facendo la propria parte con ruoli e strumenti diversi, per creare quello che gli esperti chiamano “ecosistema formativo”. La sensazione deve essere però quella che ad educare non sono solo singoli professionisti, o singoli tutori, né i genitori spesso lasciati soli, ma una città intera, una intera comunità. Come diceva un famoso proverbio africano: “per educare un bambino ci vuole un villaggio intero”.

Ma per fare questo ci vogliono educatori all’altezza della situazione: se non ci sono educatori all’altezza delle  sfide del nostro tempo, ecco che tutto il sistema formativo  gira a vuoto su se stesso. Forse l’anello debole del processo formativo non va cercato nella riottosità delle nuove generazioni, che spesso paiono demotivati e poco disposti a lasciarsi guidare, quanto piuttosto nella mancanza di adulti-educatori che non sono rimasti spiazzati dai cambiamenti in tatto. La scuola da sola non basta se poi a casa i ragazzi trovano adulti disorientati, i quali, piuttosto che mettersi in gioco in nuove relazioni educative, pare che preferiscano delegare e scaricare, rinunciando al proprio ruolo, o al limite ridursi a trasmettere nozioni e codici obsoleti, piuttosto che generare processi.

Il grande psicologo E. Erikson diceva che la peculiarità del’adulto, e quindi dell’educatore, è la generatività. Si dovrebbe passare da un’educazione trasmissiva ad un modello di educazione generativa. Mentre nel modello trasmissivo chi educa rimane rigido e fermo nelle sue posizioni, è più legato al contenuto che alla persona che ha davanti, è incentrato più sui risultati che sui processi, nel modello dell’educazione generativa chi educa è disposto a mettersi in gioco continuamente, riuscendo a interagire con i cambiamenti in atto, allo scopo di interpretarli e cercare insieme di capire la chiave dei problemi nuovi che essi pongono, senza dare soluzioni già belle e fatte, ma ponendo domande nuove per insegnare ad abitare gli interstizi delle transizioni e a sapersi confrontare, facendo i conti con le grandi incertezze. Solo così insegneremo ai giovani a saper gestire i momenti di passaggio, affinchè imparino a navigare senza però naufragare.

L’educazione generativa certo è più faticosa, è proprio di chi come scrive Lucia Suriano nel suo libro “Lasciarsi ribaltare” (Edizione La Meridiana, 2020), sa sposare il punto di vista degli altri, delle situazioni nuove, dei luoghi scartati, addirittura dei “corridoi”. Per trasformare ogni luogo  -  la città stessa - in un luogo attraversato da domande e da interrogativi, per formarsi e crescere rispondendo delle proprie scelte, ed essere pronti ad affrontare le sfide della vita da soli. Anche sbagliando, cadendo.

Si tratta di insegnare le erranze. Perché, come dice Massimo Recalcati nel suo libro “L'ora di lezione. Per un'erotica dell'insegnamento” (2014, Einaudi) educare non è evitare di cadere ma insegnare a sapersi rialzare, imparando anche dai propri fallimenti e dalle proprie ferite. Perché non è la perfezione che dobbiamo insegnare, ma quello che Platone ed Aristotele chiamavano il saper provare un profondo senso di meraviglia e di stupore (il tò taumazein), cioè il senso della ricerca e della scoperta: di sé, degli altri e del mondo.

E tutto questo non tanto per sgomitare e arrivare a vincere a tutti i costi, ma per non trovarsi nella situazione di chi, dopo essere cresciuto, si ritrova in età adulta ad essere straniero in casa propria, estraneo a  se stesso e agli altri. Alla vita intera. Famoso ma sconosciuto, ricco chissà di che cosa ma con una vita insipida e noiosa, a volete anche cinica. Incapace di guardarsi accanto perché incapace di guardarsi dentro.