logo

Morte del padre, evaporazione del padre, eclissi della figura paterna Sono questi i titoli di molti libri a riguardo. Il problema non è che fine ha fatto il padre, ma quale padre è necessario per educare generazioni virtuose. E poi soprattutto chi è il padre e che cosa serve?

Il padre è colui che dona la Legge tramite cui pone un limite. A sua volta il limite permette l’esperienza dell’altro. Il padre compie questo gesto separando il figlio dalla madre per generarlo alla distinzione, permettendogli di essere se stesso, di avviarsi verso una sua propria identità. Mentre la madre genera il figlio dal di dentro, il padre lo genera dall’esterno.

Purtroppo, però, il padre di oggi, essendo stato mammificato, anche egli vive questo problema, perché il padre di oggi è più Narciso del figlio. Un padre narcisista non è in grado di separare il figlio dalla madre, e neanche da se stesso. Infatti, poichè la separazione porta dolore, il padre-Narciso per non soffrire a causa del dolore del figlio evita che egli si separi dalla madre. Il problema è che abbiamo un padre-Narciso che vuole che il figlio non soffra. E questo perché, in fondo, evitando al figlio di soffrire, vuole evitare a se stesso di soffrire. Per tale motivo rinuncia a separare.

Separando il figlio dalla madre, il padre lo costringe a trovare altrove il Senso. Usa la Legge non per proibire soltanto, ma per limitare, per educare alla rinuncia: rinunciare a qualcosa (perché mortale)

per qualcos’altro di più decisivo (perché vitale) per lui. Dando un Senso, genera il figlio al Senso. E il Senso è il perché delle cose, il fine che si nasconde nelle fitte maglie della realtà. Il Senso è il Mistero che di sé adombra ogni realtà della vita. Dando Senso, il padre genera significati. E così il padre, dopo aver generato il figlio nella carne, lo rigenera al Senso. Non un Senso dato, ma un Senso da cercare e costruire passando per il faticoso cammino della propria libertà. Il padre educa ad un Senso che passa anche per la via del dissenso: la via della perdita quale unica strada per ritrovare ciò che si è perduto in un legame nuovo e più ricco.

Ma la rinuncia è una pratica che oggi non esiste più. Siamo passati da una Legge che castrava ad un Desiderio senza più Legge. Come dice Recalcati: «Il problema non è la presenza o assenza della legge, ma della sua degenerazione». La rinuncia deve essere simbolica, nel senso che il bambino deve capire che essa non è una perdita ma è una conquista, è un modo come dice il filosofo Natoli, di “stare al mondo”.

La rinuncia diventa simbolica se incontra un significato in nome del quale vale la pena rinunciare.

La rinuncia come perdita non è castrazione, pura frustrazione, ma differimento nel tempo. Essa crea lo spazio dell’attesa. Non un’attesa passiva, ma un’attesa che stimola alla ricerca e alla curiosità. Che lascia aperta la porta perché ciò che non è ancora dato si possa dare: dare di nuovo. E nell’attesa la frustrazione lascia il posto alla meraviglia e allo stupore, disegnando lo spazio in cui può accadere il Senso. La rinuncia mette in attesa perché non ci fa mai sentire padroni di ciò che ci sarà dato.

Ci vuole un padre che sia capace di usare la Legge non per castrare, ma per sublimare. Non la Legge che proibisce e vieta, ma che orienta e significa, che motiva e responsabilizza la libertà del figlio. Non un padre che si mette al posto della Legge, come ha fatto nel passato il padre-Edipico ma al contrario un padre che lui per primo la rispetta e vi si sottomette.

Ci vuole un padre che abbandoni il proprio senso di onnipotenza, il quale più che coltivare sterili nostalgie di un passato che non può e non deve tornare, riscopra la propria fragilità come punto di forza e non di debolezza. Non per nasconderla, quanto piuttosto per renderla esplicita allo scopo di divenirne consapevole nel momento in cui stabilisce le relazioni sia con gli altri che con i propri figli.

Solo così, come scrive il pedagogista Lizzola, «la crisi della paternità è, per molti aspetti, provvidenziale, perché fa sì che un uomo chiamato ad essere padre possa ritrovare se stesso nella percezione lucida della sua fragilità».

Chi è dunque il padre? Come dice M. Recalcati, se la madre è “l’ospitalità senza proprietà”, il padre è invece “la responsabilità senza proprietà”.

Come Dice ancora Lizzola: «Nei padri i figli cercano uomini di parola. Gli uomini di parola sono presenti in chi li ha conosciuti come segno di fiducia e di fedeltà. Reggono l’affidamento nelle decisioni e nelle direzioni di vita indicate dalle responsabilità assunte nei confronti della famiglia, delle persone incontrate nelle esperienze, nelle organizzazioni. I padri cercati sono uomini che si fan vicini, accolgono chiamate, lanciano ponti, vivono le svolte che avvengono nella vita perché ascoltano le necessità, avvertono i bisogni. Fedeli, e col senso della cura e dell’attenzione alla realtà. Hanno l’attenzione dell’educatore, la discrezione del “passatore”, colgono il cambiamento quando ancora non si riesce bene a prevederne la forma e l’ora. Occorrono oggi buoni adulti “passatori”, padri che conducono all’altra riva. I padri “passatori” non trattengono, non attirano nella loro rete educativa; non dicono “vieni verso di me” e non considerano come fosse pericolosa trasgressione il disagio di chi si distrae, di chi cerca oltre e guarda ad altro, di chi prova una sua via di trascendimento. In questi tragitti che possono essere di incertezza e fatica, di tensione e passione,

il padre-passatore resta lì “in vista”, non si fa indifferente. E’ presente a quello che il figlio diventerà, ne è testimone, specchio fedele e anche esigente».