NELLA GIORNATA DELLA VITA UN DECALOGO DEL FIGLIO di Michele Illiceto

I figli non vanno lasciati andare solo dopo che sono nati, dopo che sono arrivati, ma ancor prima che nascano. Bisogna ascoltare la loro voce quando il loro corpo non è ancora formato, quando nel grembo che li ospita hanno cominciato ad esistere come sorpresa che si fa dono. Che cosa chiede un figlio prima di venire al mondo? Ho immaginato un decalogo del figlio il quale ci chiede di rispettare alcune istanze.

Vorrei nascere da due corpi uniti dall’incanto dell’amore, e non soltanto dalla incoscienza della passione.

Amo la differenza per essere un fiume che attinge a due sponde. Per unire in me due metà che si sono perse di vista.

Vorrei essere un dono e non un prodotto, una sorpresa e non un calcolo, per sopravvivere alla mia apparente inefficienza.

Non vorrei essere un diritto né un semplice privilegio, ma solo il frutto di un atto di infinita generosità.

Voglio nascere da una risposta e non da un capriccio, da una libertà responsabile e non da una necessità riparatrice.

Vorrei essere una persona con una propria dignità e non un oggetto con cui giocare per provare emozioni pronte a scaricarti.

Vorrei essere un desiderio e non un bisogno, una trascendenza e non un passaggio fugace al limite dell’estemporaneità.

Voglio esser figlio dell’attesa e non della pretesa.

Vorrei essere visto come un limite che vi fa incontrare e non un confine sui cui litigare.

Porterò la distanza necessaria a ritrovarvi, la fame che vi libererà da una sazietà satura.

Voglio essere un’eccedenza e non il prolungamento del vostro Io che vorrebbe vedere riflessa in me la propria immagine.

Vorrei venire per essere lasciato andare via, non per essere posseduto ma per essere conosciuto.

Vorrei portare l’eccedenza che scompiglia e l’orizzonte che non finisce.

Vorrei essere novità che stupisce e non che semplicemente incuriosisce.

Vorrei essere amato e non adorato, portare nella vostra sicurezza la mia fragile incompiutezza.

Vorrei essere un evento da ospitare e curare e non una soluzione che deve compensare.

Voglio essere una vita generata e non pianificata.

Vorrei venire in un corpo dove un seme ha fatto un lungo viaggio per trovare quel grembo in cui comincia il volto di chi mi ha voluto.

Vorrei dare forma alla pancia vuota di chi ha conosciuto la carezza di una mano che l’ha sfiorata.

Vorrei essere traccia di quel Dio che non smette di creare tramite il vostro procreare.

(da: M. ILLICETO, Padri, madri e figli nella società liquida. Antropologia dei legami familiari).

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