I DIECI PASSAGGI DELLA GENERATIVITA’ (PRIMA PARTE) - Monte S. Angelo Notizie - ilgiornaledimonte.it

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Siamo in una società senza padri e proprio per questo serpeggia un’orfananza generalizzata. Ci sono adulti che non sanno generare, perché forse non sono stati a loro volta generati. O che si limitano a generare solo nella carne. Infatti, abbiamo ridotto l’atto generativo al solo livello biologico, mentre manca la generatività educativa, affettiva, sociale e politica. La generatività non è solo un fatto fisico, ma ancor più un atto simbolico. E un adulto che non genera regredisce al tempo della sua infanzia. Generare è proprio degli adulti, cioè di chi è pronto a donarsi e, allo stesso tempo, a farsi da parte. Nel mio ultimo libro “Padri, madri e figli nella società liquida” (pagg. 119-121), ho descritto alcuni significati del generare attraverso alcuni passaggi.

Primo passaggio: generare non è produrre. Generare è fare spazio all’altro. Genera chi sa donare. Ma per donare bisogna uscire dal proprio io. Chi resta attaccato al proprio io non genera, come Narciso. Generare non è nell’ordine del fare, ma nell’ordine dell’essere. E’ lasciar venire nel tuo essere chi non era. Chi, con il suo essere, ora mette in gioco il tuo stesso essere. E’ il tuo essere si fa essere-con proiettato verso l’essere-per.

Secondo passaggio: generare non è solo mettere al mondo, ma è dare un mondo. Si tratta di dare un mondo simbolico con cui interpretare il mondo reale, per conferire ad esso un senso e una ragione. Senza mondo il generato si trasforma in abbandono. Generare significa creare la possibilità che ci sia un mondo oltre noi e fuori di noi. Un mondo senza di noi. Perché non siamo noi il mondo. Come lui, anche noi siamo al mondo, siamo nel mondo. Generare è mettere l’altro nella condizione di poter generare un (suo) mondo. Un mondo diverso dal nostro. Un mondo nel

quale (forse) sarà possibile anche per noi essere ospitati. In questo senso chi genera è aperto ai cambiamenti che il generato apporterà nel proprio mondo. Per tale motivo non vive nel mondo da padrone ma da custode.

Terzo passaggio: per generare l’altro “fuori” di noi bisogna prima portarlo “dentro” di noi, accettando che il generato introduca in noi quel limite oltre il quale non possiamo andare. Generare è scegliere di lasciarsi limitare. E’esperienza di alterità. E’ donarsi, esporsi. Non è prolungamento del proprio io, ma spossessamento di sé nell’altro che mi spoglia. Generare è donazione che esige la spoliazione, ed è spoliazione che permette una vera e sincera donazione.

Quarto passaggio: grazie a questo limite che non chiude ma apre, generare è anche un donare l’altro all’altro. Restituirlo. Donarlo alla propria libertà, alla propria autonomia, che non è autoreferenzialità e autosufficienza, ma capacità, come diceva Aristotele, di diventare “padre dei propri atti”. L’altro non mi appartiene. Anche se ha preso qualcosa da me, è oltre me. è più di me. Non basta donarsi, bisogna ri-donare. La generatività libera l’altro e lo consegna alla sua libertà, fino ad una possibile sua rivolta contro di me. In questo senso la generatitvità mi mette in attesa e non al riparo di una proprietà, ma mi espone allo spazio di una continua responsabilità. E così, se la generatività responsabilizza, la responsabilità diventa a sua volta generativa.

Quinto passaggio: generare è lasciarsi ferire. Le ferite generano. Non c’è generazione senza dolore. La ferita è la consapevolezza che ciò che abbiamo generato non ci appartiene. Non possiamo accampare diritti. Non generiamo perché abbiamo diritto a farlo, ma solo perché abbiamo la possibilità di dare la vita a chi non ce l’ha. La vita che abbiamo ricevuto, siamo chiamati a ri-donarla. Il diritto a generare crea l’equivoco tremendo per cui poi pretendiamo il diritto a possedere ciò che generiamo senza sapere che la generatività non crea padronanza, ma solo responsabilità (continua…).