I DIECI PASSAGGI DELLA GENERATIVITA’ (SECONDA PARTE)

Nella prima parte di questo scritto ho richiamato i primi cinque passaggi del generare sostenendo che esso non è un semplice produrre, non consiste solo mettere al mondo, ma significa dare un mondo. Generare significa donare l’altro all’altro, fino a restituirlo. Esso implica il lasciarsi ferire, perchè l’altro porta via con sé una parte di me che più non mi appartiene. Le ferite, anche se implicano un momento di morte, alla fine generano sempre, per cui non c’è generazione senza dolore. In questa seconda parte ripropongo gli altri cinque passaggi.

Sesto passaggio: genera chi sa lasciare andare via. Genera colui che, dopo aver ricevuto la visita di chi è arrivato, gli dà il permesso di andare via. Chi sa vivere la fase della partenza. Genera chi sa vivere la perdita. Perdendolo, io lo genero alla mancanza. E la mancanza sarà il pungolo della sua futura generatività. Non ama chi possiede, ma chi è disposto, per amore, a perdere l’amato. Perché amato da me, l’amato deve ora imparare ad amare senza di me. Per poter imparare ad amare oltre me. Lasciare andare via colui che ho generato significa rompere il circuito di una reciprocità che potrebbe fossilizzarlo. La generatività non crea dipendenza, ma dona spazi in cui costruire la propria autonomia. Ed è così che si realizza una nuova generazione: perdendolo, io creo le condizioni di un futuro ritrovamento. Non sarò più io ad ospitare lui, ma egli ad ospitare altri. E tra questi, anche me. Io sarò per lui l’altro ritrovato. Se lo perdo, lo ritroverò. Se a sua volta lui mi perde, anch’egli potrà ritrovarmi. Mi ritroverà dopo aver trovato sé. Sé in un’altra. L’altra per la quale io l’ho generato all’ospitalità.

Settimo passaggio: non si genera da soli. Per generare bisogna essere almeno in due. Eppure non basta la Dualità. Senza la generatività la Dualità diventa Dualità chiusa: egoismo a due. Invece con la generatività i due si aprono al Terzo. In tal modo la coppia diventa una comunità che genera comunità. Ci sono tante Dualità che si chiudono a riccio in una reciprocità che non genera. Il Terzo rompe questa Dualità autoreferenziale, appagata e satura. I due (gli sposi) che generano sono a loro volta rigenerati dal Terzo (il figlio) che li ha uniti. Uniti nel nome del figlio, oltre la pura unione del loro essere coppia di sposi.

Ottavo passaggio: genera chi sa lasciarsi generare. Chi ha l’umiltà di ammettere che non comincia da sé, ma comincia da un altro. Ecco che allora genera chi sa vivere queste due forme di alterità: l’alterità dell’Altro da cui veniamo e l’alterità dell’Altro verso cui andiamo. Solo chi sa farsi generare da un Altro può essere pronto a generare un Altro. Questo doppio registro fonda da un lato il debito verso chi ci ha generati (il nostro essere figli), dall’altro la responsabilità verso chi mettiamo al mondo (il nostro essere padri).

Nono passaggio: chi genera a sua volta viene generato da ciò che genera. Chi genera è rigenerato. Il generare non si pone nell’ottica della sazietà e dell’appagamento. Generare non è saziare il desiderio, ma nutrirlo con una nuova fame. Non è soddisfare un bisogno, ma trasfigurarlo. Chi genera non consuma, ma lascia che la vita lo sfidi ancora con le sue eccedenze. La generatività riapre i canali del desiderio, nel mentre li attraversa. è la fame che nutre se stessa in un circuito virtuoso, dove chi genera è generato da chi è stato generato.

Decimo passaggio: generare nella carne. L’atto generativo è atto trasfigurativo, per questo diventa atto simbolico. Generando, la carne si supera. Va oltre. Si autotrascende. L’atto generativo trasforma l’atto carnale in atto metafisico, l’atto estetico in atto etico. La carne si raccoglie su quel volto che dà unità al mio mondo personale. Essa ospita il Senso (il Significato) che proprio l’atto generativo mette in campo, oltre il segno che lo incarna. Ma il Senso supera la carnalità che lo ospita. Attraverso la carne noi generiamo al Senso e rigeneriamo il Senso. In questo modo generare diventa un atto sensato. Per questo vale la pena farlo. E il Senso si fa custodia del creato, impegno per il prossimo, agire responsabile per la città. Si fa giustizia e impegno per il Bene comune, aprendo ad una politica generativa, la quale non si fonda sul principio dell’accumulazione e dell’appropriazione, ma su quello della reciproca donazione che prepara la coesione e l’inclusione.

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