SPOGLIARSI. CONTRO UN’ESTETICA SENZA ESTASI di Michele Illiceto - Monte S. Angelo Notizie - ilgiornaledimonte.it

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La notizia che, durante il concerto al ‘Modena Park’, mentre Vasco Rossi intonava ‘Rewind’, le fan in prima fila gli hanno lanciato un reggiseno con la scritta ‘Fammi godere’, sta facendo il giro del web, suscitando accessi dibattiti sui social. Mi è venuta una semplice riflessione, senza alcuna pretesa di esaustività, sul rito della spoliazione.

Spogliarsi è un rito tra i più sacri. E' antico quanto l’uomo. La spoliazione è s-velamento, ri-velazione di sé all’altro. Comunicazione di sé attraverso il corpo. Togliere il velo, ma anche rimetterlo. Togliere il sigillo senza mai far venire meno il mio segreto.

La spoliazione richiama la donazione. Infatti, ne costituisce l’ultima tappa, il compimento. Non c’è spoliazione senza donazione, come anche non c’è donazione senza spoliazione. Sancisce un legame e porta a compimento una promessa per la quale è valsa la pena aspettare. E’ consegnarsi all’altro  che ami e non regredire ad oggetto di sguardi che ti vogliono solo possedere.

La spoliazione è risvegliare la forma che dorme segreta nella parte più nascosta della nostra carne. Per donarla ad una materia in cerca di un'anima. Per scoprirsi che si è fatti per essere in Due. E’ un viaggio che ci porta oltre le prigioni dell’Uno che ci tiene inchiodati al nostro solo Io. 

Essa non si offre per essere guardata, ma per essere custodita, contemplata. Ma non tutti lo sanno fare, molti sono solo dei guardoni che riducono la nudità ad un mero spettacolo. La nudità non è ostentare la propria intimità, o lasciarsi consumare da occhi che la vogliono solo reificare.

Spogliarsi è aprire il proprio paesaggio interiore al mondo che fuori bussa alla porta della nostra anima. E’ aprire all’altro un varco perché possa entrare nelle stanze chiuse del nostro castello interiore. E’ renderlo visitatore unico e privilegiato dei tesori che in esso si nascondono. Liberare i suoi occhi dalla presa che la vorrebbe catturare. 

Spogliarsi esige una gestualità fatta di delicatezza e di espressività che sono rare, attraverso cui poter dare un tocco di profondità a tutto ciò che chiede di non morire di sola superficie. E’ raccontare la geografia del proprio corpo per andare a vedere dove esso comincia e dove esso finisce. 

La spoliazione unisce il dentro e il fuori, il vertice con il centro, la trascendenza con l’immanenza. Il tempo con l’eternità. E' donare la tua solitudine a chi ti chiede di attraversare la sua senza possederla o ferirla.

Nella spoliazione ciò che si mostra di nuovo si nasconde, e ciò che si offre non si consuma. Ci saranno ancora spazi attraverso cui denudarsi e donarsi. Per potersi ancora meravigliare. Perché la distanza non è tolta ma solo abitata. La fame non è saziata, ma solo rinnovata. Il desiderio non è appagato, ma solo sfiorato.

La spoliazione è un inno alla propria nudità come a quell'abisso sulla cui soglia anche Dio si è fermato. E’ il perimetro dove comincia e finisce la nostra intimità. Con essa si sprofonda nella grammatica del proprio corpo. Essa ci offre la mappa  per un viaggio che ricomincia ad ogni esplorazione. Perché il corpo comincia dal volto: luogo nudo per antonomasia. Luogo dove ognuno di noi significa al di là di ciò che di esso gli altri vedono.

Spogliarsi è celebrare la propria povertà chiedendo a colui/colei che ci manca di venire a donarci ciò di cui da sempre siamo alla ricerca. Nella nudità si entra spogli di parole, a piedi scalzi e con occhi chiusi, per offrire all’altro un riparo, un rifugio, una dimora in cui fermarsi e riprendere fiato. Un passaggio per ritrovarsi e ripartire.  Lo faremo insieme, ma non davanti a tutti, perché ogni corpo è fatto per un corpo solo. Per illuminare ciò che amiamo senza toccarne l’ombra.  Per raccoglierci e accoglierci nella nostra esclusività.

Nella nostra nudità è scritta la radice del nostro più profondo mistero. L’Inizio da cui veniamo e la fine verso cui andiamo. Essa tiene unite la nascita e la morte. L’amore e il dolore. La salute e la malattia. Chi la varcherà deve essere disposto a farci nascere ogni volta che l’attraversa ed essere disposto a morire con noi ogni volta che l’avrà in consegna. Sprecarla è barattare il nostro essere con ciò che di esso appare. L’invisibile che è in noi con ciò che di noi è visibile. Offendere la propria nudità per una manciata di emozioni provocate da un vuoto esibizionismo significa restare prigionieri di un’estetica senza estasi. Quell’estasi che proprio i corpi cercano.

Teniamoci la nudità come ultima frontiera dove ciascuno ancora può celebrare la propria sacralità.  La propria dignità.