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Pubblichiamo dieci interventi di M. Illiceto sul tema dell’amore. Il testo riproduce in parte un saggio pubblicato dall’autore sull’ultimo numero di settembre della rivista di filosofia on line Endoxa dell’Università di Trieste che gentilmente si ringrazia. Inoltre i brani che vengono qui pubblicati costituiscono la bozza di un volume al quale l’autore sta lavorando. 

È  difficile parlare dell’amore soprattutto perché non si hanno le parole per dirlo. L’amore, come diceva Platone nel Simposio, è tentare di dire qualcosa per cui non ci sono le parole per dirlo: «Gli amanti che passano la vita insieme non sanno dire che cosa vogliono l’uno dall’altro. Non si può certo credere che solo per il commercio dei piaceri carnali essi provano una passione così ardente a essere insieme. È  allora evidente che l’anima di ciascuno vuole altra cosa che non è capace di dire, e perciò la esprime con vaghi presagi, come divinando da un fondo enigmatico e buio» (Platone, Simposio, 192, c-d). È  un dire che non dice. E, proprio perché non dice, in fondo dice. L’amore disdice ciò che di esso si dice. Libera le parole rimaste mute e si libera dalle parole rimaste vuote.

Eppure, quando viene, l’amore vuole abitare il linguaggio. Vuole significare l’insignificante. Esprimere l’inesprimibile. Comunicare l’incomunicabile. Chiede parole per dire il silenzio che si porta dentro. È  disposto ad abitare anche le parole malate che lo hanno distorto o travisato. Viene alle parole per ripulirle, per liberarle. Perché non è l’amore che cerca le parole, ma viceversa sono le parole a cercare l’amore, per bagnarsi del mistero che in esso tace, per tendere ad esso come al loro ultimo calore, al loro ultimo approdo. Sponda su cui morire nel sospiro degli amanti senza più segreti.

Tuttavia, la prima parola dell’amore è la parola che non c’è. Quella che nessuno può ascoltare. Parola sempre nuova che deve ancora venire. Che ancora deve nascere per sorprendere e inquietare chi non sa più ascoltare. Parola che, segreta, sta accovacciata dentro chi ancora non l’ha incontrata. Oppure  l’ha evitata. Quella che non è ancora stata scritta in nessun vocabolario. Quella sgrammaticata che ci fa fare brutta figura. O che spunta all’improvviso senza alcun preavviso. Fuori dalle righe e fuori anche da tutte le rime.

Bisogna abitare la sua latitanza per scovarla nella sua  lontananza, dove, assente, costruisce la propria casa. «Se ti seguissi, Orfeo, mi riporteresti alla solita vita, giornate che finiscono e ripartono, e alla fine ci lasciano invecchiati, di nuovo sull’orlo di lasciarci. L’amore è lontananza, si nutre di distanze impercorribili. Non ho bisogno di vivere con te. In questo buio dove non ti vedo e non ti ho, è perfetto amarti. Fare a meno di te è l’amore» (P. Mastrocola, L’amore prima di noi, Einaudi, Torino 2016, pp. 29-30).

L’amore è lontananza perchè sfida chi lo cerca non tanto a possedere ma ad attraversare tale distanza senza nulla prendere. Perché l’amore precede l’amore, le sue voglie e le sue buone intenzioni. Ti fa capire che quello che non ancora hai è molto di più rispetto a quello che pensi di provare. E se comincia come emozione non è per restare tale, ma per diventare sentimento fino ad elevarsi alla virtù. Perché lo scopo dell’amore non è il godimento illimitato di un desiderio delirante (Cfr. M. Recalcati, L’uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicoanalitica, Raffaello Cortina, Milano 2010), ma la gioia di chi sa, per amore, anche rinunciare. E se il mio amore è di ostacolo, rinunciare anche allo stesso amato. Perché se amo lui/lei per me non amo affatto. L’amore, infatti. non si fonda sul bisogno che ho dell’altro, ma sul desiderio che in me l’altro suscita per lui.

Oggi le parole sono orfane. Possono tutto e nulla. Orfane di origine e di senso. Funzionano e basta, senza sapere da dove vengono. Orfane di silenzio e di quella lontananza che le permettono di andare via quando ne abusiamo e di tornare e venire quando più non le aspettiamo. L’amore si fa parola solo per chi non ha parole, per chi è abituato al silenzio delle cose, a stare nella propria povertà di cui l’amore in un certo qual modo è anche figlio. Per chi è caduto fuori dal registro delle cose certe. Per questo si fa poesia, timido sussurro. Perché attraverso ciò che dice vuole aprirsi un varco per additarci ciò che non si può dire.

Tuttavia le parole sono orfane non solo dell’amore, ma anche del dolore. Ed è questa la loro sofferenza. La loro lacerazione. Per questo sono vuote e sterili e non convincono nessuno. Non contagiano, ma annoiano. Spiegano ma non significano. Indicano ma non conducono. Mostrano ma non rivelano. Sono troppo piene per fare spazio al vuoto che l’amore dona a chi più non lo teme. Alla ferita che il dolore rivela. L’amore non può abitare parole inospitali. Esso sa che chi non è abituato al silenzio si disabitua anche alle parole. E quando l’amore viene per farsi linguaggio siamo impreparati a comprendere il suo alfabeto fatto di parole che non conosciamo.

Per queste ragioni chi vuole parlare dell’amore deve prestargli le parole che non ha. Deve acconsentire che sia l’amore a redimere le parole da cui è stato svuotato. Riabilitarle in quello spazio sacro che è il luogo dove amore e dolore di nuovo si incontrano senza farsi più del male. Senza più ignorarsi né prevaricare. Forse anche senza parlarsi, ma solo guardandosi. Senza evitarsi o neutralizzarsi, ma reciprocamente sostenendosi. Semplicemente attraversandosi. Perché l’amore comincia dove la parola manca. Dove l’indicibile mancanza disegna una ferita sulla cui soglia dolore e amore, come fratelli, stanno come figli di una stessa madre.

Chi, dividendo amore e dolore, pretende di amare senza mai soffrire,  prima o poi si troverà a dover soffrire senza che sappia più amare. Che cos’è un amore senza dolore? Immaturità  travestita di pura illusione. Incanto che diventa calcolo e previsione. E un dolore senza amore? Disillusione travestita di immaturità. Abbandono che non ha saputo farsi dono.

…continua