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Pubblichiamo dieci interventi di M. Illiceto sul tema dell’amore. Il testo riproduce in parte un saggio pubblicato dall’autore sull’ultimo numero di settembre della rivista di filosofia on line Endoxa dell’Università di Trieste che gentilmente si ringrazia. Inoltre i brani che vengono qui pubblicati costituiscono la bozza di un volume al quale l’autore sta lavorando. 

Pubblichiamo dieci interventi di M. Illiceto sul tema dell’amore. Il testo riproduce in parte un saggio pubblicato dall’autore sull’ultimo numero di settembre della rivista di filosofia on line Endoxa dell’Università di Trieste che gentilmente si ringrazia. Inoltre i brani che vengono qui pubblicati costituiscono la bozza di un volume al quale l’autore sta lavorando. 

Nella terra dell’amore si entra ad occhi chiusi. L’amore infatti non assopisce sguardi già spenti, ma li illumina con ciò che nasconde. Cerca sguardi persi per risollevarli. Salva la tua ombra fatta di niente, per raccoglierti e portarti dentro. Non al riparo delle tue notti, ma nel deserto di tutte quelle false luci che, pur avendolo promesso, non ti hanno né illuminato nè riscaldato.

L’amore non è ciò che vedi, ma ciò che si sottrae. È  rapimento, e quando passa non lo puoi fissare perché non riesci mai a guardarlo in volto, ma sempre e solo di spalle, mentre è sempre tardi per dargli un nome. Una denominazione certa e rassicurante. E quando lo catturi è già da un’altra parte. È  laddove tu non sei ancora stato. Laddove vorrebbe portarti a patto che glielo concederai. Per portarti lì dove tu temi di andare. Oltre ciò che non sei disposto a perdere. A cercare. A immaginare.

Non si fa riconoscere né fotografare per non smettere di sorprenderti. Di colpirti. Di incantarti. E forse anche di deluderti. Di lasciarti. Di ferirti. Per tale ragione, l’amore passa oltre se lo fermi. Se lo fissi o lo inchiodi nel cerchio chiuso delle tue sole emozioni. O se gli spezzi le ali per domarlo e tenerlo e bada nella stanza dei tuoi compromessi.

Egli passa oltre se non lo ospiti. E se lo lasci, ti aspetta, dilatando lo spazio della tua attesa. Il varco teso della mancanza. E se torna non lo fa senza prima averti spogliato. Egli ama la tua nudità e non i tuoi vestiti. Il tuo volto, non le tue maschere. Il tuo corpo, non i tuoi gingilli. La tua povertà e non la tua falsa ricchezza. Il tuo esilio e non le tue scorrerie.

E quando ciò accadrà, il suo ritorno avverrà sotto altra veste. Forse è già nei panni che tu hai smesso. Nei volti che hai scartato. Nelle lacrime che non hai asciugato. Nelle storie che hai cancellato e nei nomi che hai dimenticato. Nelle orme in cui sei caduto e nelle parole gridate e mai sussurrate.

Eppure se torna a te non lo fa senza di te. Vuole trovarti dopo che lo hai perso. Perché vuole portarti con sé e farlo per sempre. Vuole farti uscire dai tuoi lidi dorati. Dai tuoi preziosismi artificiali. Dai riflessi in cui ti sei crogiolato senza mai davvero incontrarti. Perché l’amore è anche amore per te. Non nella forma del narcisismo o dell’egotismo, ma in quella della cura di sé  che ti fa scoprire amato da un Amore che ti ama prima che tu ami te. «Non sei capace di amare, se non ami te stesso. […] Se riuscirai ad amare te stesso, ti troverai già sulla strada dell’altruismo. Amare se stessi è un compito così difficile e sgradevole che, se riesci a fare una cosa del genere, potrai riuscire ad amare anche i rospi» (C. G. Jung, Seminari sullo Zarathustra di Nietzsche tr. it. di A. Croce, 4 voll., Bollati Boringhieri, Torino, 2011-2013, vol I, p. 107).

L’amore torna sempre, perché ogni volta tu possa di nuovo ricominciare. Ad ogni passo si abbandona. Non grida per attirare, né batte i piedi per farsi ascoltare. Non fa rumore per attirare sguardi curiosi. Non agita le piazze per farsi ammirare. Non cerca il consenso e il plauso per farsi osannare. Non va in televisione  a vendere soluzioni, ma forse preferisce le corde tese di una chitarra sgangherata. Non si esibisce per sedurre e accalappiare ammiratori occasionali. Non si finge debole per implorare una pietà che non merita né si mostra troppo forte e sicuro per essere idolatrato. Non ama i ricatti e non fa mai la vittima. Non ama essere al centro dell’attenzione. Non ama le falsi luci che tutto esibiscono, quanto piuttosto la penombra di chi continua ad esistere anche quando non è considerato.

L’amore è «elogio del poco, lode del debole» (C. Bobin, Elogio del nulla,cit. p. 41). Resta abbandonato al fianco di chi gli passa accanto. Di chi non lo ha notato. Dentro chi ne ha cancellato i passi. Passando, si abbandona senza mai abbandonare. Senza andare mai via resta per via. Non lascia mai chi da esso è stato segnato. E se ciò accade è perché non può fare a meno dei luoghi che lo hanno negato. Preferisce essere dimenticato piuttosto che dimenticare. Cercare piuttosto che essere cercato.

Dagli tempo e avrà tempo. Dagli tutto lo spazio necessario e ti darà il mondo intero. Te lo darà in una goccia di sudore. Te lo darà senza averlo. Te lo darà solo se sei pronto a rinunciarvi. Non perché tu lo tenga, ma affinché lo lasci passare dalle tue mani per altre mani. Pronto a ridarlo. Pronto non a prenderlo, ma a perderlo. L’amore non ha un mondo da regalarti, ma solo un grande vuoto  a cui affidarti, per restare a volte anche solo con te stesso e sollevare il mondo con il tuo dolore.

Per questo più che compimento, l’amore è attesa. «L’attesa è un fiore semplice. Germoglia sui bordi del tempo. È  un fiore povero che guarisce tutti i mali. Il tempo dell’attesa è un tempo di liberazione. Essa opera in noi a nostra insaputa. Ci chiede soltanto di lasciarla fare […] la nostra attesa – di un amore, di una primavera, di un riposo – viene sempre soddisfatta di sorpresa. Come se quello che speravamo fosse sempre insperato. Come se la vera formula dell’attendere fosse questa: non prevedere niente, se non l’imprevedibile. Non aspettare niente, se non l’inatteso. Questo sapere mi viene da lontano. Sapere che non è un sapere, ma una fiducia, un mormorio, una canzone» (C. Bobin, Elogio del nulla, cit., pp.33-34).

Io sono ciò che attendo: «”Sono innamorato? – Sì, poiché sto aspettando”. L’altro, invece, non aspetta mai. Talvolta, ho voglia di giocare a quello che non aspetta; cerco allora di tenermi occupato, di arrivare in ritardo; ma a questo gioco io perdo sempre: qualunque cosa io faccia, mi ritrovo sempre sfaccendato, esatto, o per meglio dire in anticipo. La fatale identità dell’innamorato non è altro che: “io sono quello che aspetta”» (R. Barhes, Frammenti di un discorso amoroso, tr. it. di R. Guidieri, Einaudi, Torino 2014, p. 42).

…continua