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Pubblichiamo dieci interventi di M. Illiceto sul tema dell’amore. Il testo riproduce in parte un saggio pubblicato dall’autore sull’ultimo numero di settembre della rivista di filosofia on line Endoxa dell’Università di Trieste che gentilmente si ringrazia. Inoltre i brani che vengono qui pubblicati costituiscono la bozza di un volume al quale l’autore sta lavorando. 

L’amore non ha dimora. Abita fuori le città, oltre le mura erette dagli uomini che detengono il potere. Fuori dagli egoismi di chi ha consumato tutto. Anche la terra in cui lasciarlo venire. Abita con coloro che non sono amati da nessuno. Con chi non lo merita. Con chi lo ha perduto.

L’amore ama le periferie, il lezzo di chi ha ferite che non ancora sono guarite. Abita in una tenda che arriva fino al cielo a interrogare le stelle che da tempo non sono più nostre sorelle. Non c’è terra che gli possa dare una fissa dimora. Vuole fare di te un nomade, non un sedentario. Un pellegrino e non un turista. Un mendicante e non un giocatore. Un eremita, e non un pubblicitario. Un eretico e non un integrato. Un sovversivo e non un omologato.

Se sottile è il suo velo, denso è il  calore con cui avvolge chi in esso inciampa. Mentre i cuori lo cercano, la ragione lo teme. E se i corpi lo bramano e lo celebrano, lo spirito estasiato lo contempla. E se il silenzio ne custodisce il segreto, le parole gli reggono il lembo, osando laddove, pur non potendolo dire, tentano di dirlo.

L’amore ama le parole che non lo tradiscono. Non quelle che lo dicono ma quelle che lo custodiscono. Ama le parole che nessuno ancora possiede. Per scendere nel cuore a costruirle. A forgiarle nel segreto della propria nascita. Dove la mancanza si fa radice.

Eppure ogni giorno si cala nelle nostre tre parole facendole sue, o nelle sue dandoci il permesso di farle nostre. Esse sono: φιλία, ἔρος, ἀγάπη. Sono come tre astri che illuminano il firmamento del linguaggio, dove un pensiero inquieto, un cuore agitato e un corpo ferito vivono in pace come tre fratelli inseparabili.

L’amore non sopporta gli articoli, né gli aggettivi. Figuriamoci gli avverbi e i verbi. Non ama essere coniugato nè definito. Né declinato. Vuole essere lasciato libero di stare fuori da ogni grammatica. Da ogni regola. Da ogni sillogismo. Fuori da ogni rito. Da ogni credenza. Da ogni ideologia e da ogni interpretazione. Fuori anche dalla religione.

Tuttavia ama le parole con cui si lascia dire senza mai esaurirsi in questo medesimo dire. E se qui lo diremo, lo faremo solo perché ci ha dato il permesso di farlo, con la promessa di non sporcarlo. Di non sciuparlo. Di non spaventarlo. Nelle nostre parole l’amore è solo un ospite. L’amore non è astratta universalità né sterile determinazione. Non una fredda verità né una calda emozione che emana un falso tepore. Non è vibrazione né sospiro, ma spossessamento e consegna.

L’amore cade nella carne di chi desidera non restare solo. Cade non per rimanervi ma per lasciare tracce di alterità che la portino oltre la propria chiusa ipseità. Per segnare ciò che attraversa e per attraversare ciò che segna senza nulla esautorare. E se tu ami, non lo fai per paura di restare solo, ma per imparare a stare da solo, sapendo che «L’amore non revoca la solitudine. La porta a compimento» (C. Bobin, Elogio del nulla, cit., p. 41).

L’amore e la carne formano il primo incanto di un’estasi a cui non ci si abitua mai. Per questo non si stanca solo se sa rinnovare la propria fame. Se l’amore inebria i sensi è perché li trasfigura mentre li incanta. Li eleva mentre li accende. Li abbandona mentre li sazia. Libera i sensi liberandosi dai sensi. Ti emoziona per non spaventarti. Infatti, scapperesti se conoscessi da subito le sue richieste. Il dolore che si nasconde sotto il fuoco delle sue promesse. L’amore quando cade eleva ciò in cui cade. Lo invade e lo rompe. Lo fa a pezzi per ricomporlo in una nuova unità. Ciò che tocca con la sua ombra si fa mendicante di una luce nuova.

Disegna orizzonti al limite di ciò che sembra finire. Reinventa l’accaduto e immagina ciò che non ancora è stato. Dura oltre ogni consumo. Permane nel mutare delle stagioni, per cogliere il frutto di ciascuna senza scontentare nessuna.

L’amore non è una sequenza, ma un’interruzione. Quando viene ti sospende dal mondo, dagli altri e anche da te stesso. Ti lancia nel vuoto dove disegna un abisso che solo lui ha attraversato. Che solo lui conosce. Qui crocifigge ogni pieno forato dalla tua mancanza. Ogni inutile strascico del tuo io malato. Smaschera ogni facile gioco con cui lo si vuole comprare. Con cui lo si vuole accasare. Addomesticare.

…continua