AMORE VARIAZIONI SUL TEMA di M. Illiceto(ottava parte) - Monte S. Angelo Notizie - ilgiornaledimonte.it

Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili. Per continuare la navigazione,  clicca sul pulsante per chiudere.

questo sito non fa raccolta dati degli utenti, pertanto non è soggetta al GDPR.

 EVENTUALI BANNER PRESENTI NEL SITO POTREBBERO FARE RACCOLTA DATI NON DIPENDENTI DA NOI. 

 

Pubblichiamo dieci interventi di M. Illiceto sul tema dell’amore. Il testo riproduce in parte un saggio pubblicato dall’autore sull’ultimo numero di settembre della rivista di filosofia on line Endoxa dell’Università di Trieste che gentilmente si ringrazia. Inoltre i brani che vengono qui pubblicati costituiscono la bozza di un volume al quale l’autore sta lavorando. 

L’amore più che padronanza dell’io è un suo cedimento (cfr. U. Galimberti, Le cose dell’amore, Feltrinelli, 2004, pp. 151-155), più che un evento sul quale l’io agisce, è un qualcosa che l’io patisce. Noi, infatti, non scegliamo di innamorarci, ma ci ritroviamo tali sen averlo scelto. Tuttavia, se è vero che non decidiamo di innamorarci, eppur vero che siamo chiamati a scegliere di amare, nel momento in cui dobbiamo passare dal semplice innamoramento all’amore vero e duraturo. Subiamo l’innamoramento, ma elegiamo l’amore come evento.

L’amore lo cominci a capire solo quando ti manca. Quando non è ancora arrivato. Quando lo aspetti nel mentre lo sprechi. Quando ti aspetta nel mentre non lo cerchi. Quando non lo meriti perché lo disprezzi. Quando lo eviti perché non ci credi. Quando lo sciupi senza aver mai provato il suo incanto. Quando hai provato a mangiarlo senza averlo mai una volta guardato. O quando, con la scusa di guardarlo, lo hai semplicemente spiato con la tua avida curiosità. Spiato per stanarlo e divorarlo.

Eppure lo cerchi perché non puoi farne a meno. L’amore è il tuo cercare, oreksis e filein insieme come voleva Platone. È  il tuo lesinare. Il tuo mendicare che offende la sazietà dei benpensanti. L’amore è la tua povertà. La tua nudità. La tua esposizione. Il tuo rotolare. L’amore è anelito universale che raccoglie nella sua folle corsa chi non ha smesso di cercare dove e perché le cose sono nate.

L’amore ha molti volti. A volte è Sisifo come cifra dell’assurdo (Camus), per indicare la disperata lotta contro la dura Necessità del semplice bisogno; altre volte è Prometeo, che per amore  di ciò che è umano sfida anche gli dei; spesso assume le sembianze di Dioniso per farsi pura ebbrezza che non sopporta alcuna misura. In passato è stato anche Edipo, imposizione e divieto, castrazione e rinuncia: Legge senza Desiderio. Oggi ha il volto di Narciso, cioè Desiderio senza Legge (Cfr. M. Recalcati, Ritratti del desiderio, Raffaello Cortina, Milano 2012). Ma contro Narciso già Spinoza aveva sentenziato che «L’amore è una letizia accompagnata dall’idea di una causa esterna» (B. Spinoza, Tutte le opere, Bompiani, Milano 2011, p. 1411).

Proprio per questa sua ambiguità, l’amore è anche un dubbio che scompagina ogni copertura. Quando ce l’hai sei troppo pieno e ebbro per accorgerti che c’è e che cosa davvero sia. Quando lo hai, sei talmente preso da quello che prendi che confondi la vertigine con la superficie, il mistero con ciò che lo traduce, il segreto con ciò che lo nasconde. L’apparizione con l’esibizione. La verità con l’evidenza. I significati con i puri fatti di husserliana memoria. Sei troppo preso da quello che esso ti fa sentire perché tu possa ascoltare il passo silenzioso della sua caduta. Il flebile richiamo del suo gemito inesprimibile. La novità assoluta del suo restarti accanto. Del suo scaldarti dentro.

Sei attratto da quello che ti fa provare e non ti accorgi che esso ti lascia proprio mentre tu lo prendi. Perché nella cattura è la sua perdita. Nel possesso il suo esilio. Ciò che di lui senti nasconde ciò che ti sta dando. Ma anche ciò che ti sta togliendo. Sei entrato in ciò che ti sta offrendo, mentre non ti accorgi che sta preparando la ritirata proprio nel massimo del suo manifestarsi. Del suo dilatarsi.

Eppure l’amore è spoliazione. È  denudamento. Chi ama davvero, rialza sempre l’amato. Lo patisce senza subirlo. Cade con lui se lui è caduto. Non lo guarda dall’alto, dalle vette sicure delle sue alture, o dalla cima del suo orgoglio che sa di rifiuto. Ma dal basso del suo diniego, di un denudamento che sa di rinuncia. L’amore o è kenosi o non è amore. Spoliazione prima dell’estasi. Abissale discesa prima di essere vertiginosa ascesi. E la nudità non è prensione né esibizione, ma solo offerta ed esposizione. Patire l’altro e immedesimarsi con lui non è, come invece sostiene Galimberti, una forma di alienazione (U. Galimberti, Le cose dell’amore, cit. p. 119 e ssgg.), ma, al contrario la massima forma di donazione. Donarsi all’altro non è alienarsi, ma ritrovarsi in lui/lei, cioè in quella parte che mi manca e a cui io stesso manco.

     In questo senso l’amore è anche follia. Lo dice Platone: «Quanto alla divina follia ne abbiamo distinto quattro forme, a ciascuna delle quali è preposta una divinità: Apollo per la follia profetica, Dioniso per la follia iniziatica, le Muse per la follia poetica, mentre la quarta, la più eccelsa, è sotto l’influsso di Afrodite e di Amore» (Platone, Fedro, 265 b). L’amore in quanto follia non rifiuta la ragione, ma semplicemente la supera e la sorprende. Non la nega, né la scarta, ma la scandalizza e la dilata, aprendola ad un di più che non le è dato comprendere. «Non si può pensare quando si è innamorati» (C. Bobin, Elogio del nulla, cit., p. 27). Se il registro della ragione è il calcolo, quello dell’amore che si dà come follia è il desiderio dettato dalla mancanza. E sulla mancanza non si ha alcun tipo di potere. Per questo «Pazzo è colui che è puro di ogni potere» (R. Barhes, Frammenti di un discorso amoroso, cit., p. 204).

La follia dell’amore è disarmante: è rinuncia ad ogni forma di difesa, massima esposizione che mi porta ad amare l’altro fino alla sua sostituzione  (E. Levinas, Altrimenti che essere o al di là dell’essenza, Jaca Book, Milano 1983, p. 71). Mi fa rinunciare anche al potere della conoscenza che ha bisogno di certezze: «La conoscenza non rende possibile l’amore, perché ne deriva» (cfr. J.L. Marion, Il fenomeno erotico, Cantagalli 2007, p. 112).  In fondo io non amo ciò che conosco, ma conosco ciò che amo. Eppure «Vuoto è l’amore senza il pensiero, vuoto il pensiero senza l’amore» (C.G. Jung, Libro rosso. Liber novus, tr. i.t a cura di G. Sorge-G. Schiavoni-M.A. Massimello, Bollati Boringhieri, Torino 2012, p. 276).

…continua