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Pubblichiamo dieci interventi di M. Illiceto sul tema dell’amore. Il testo riproduce in parte un saggio pubblicato dall’autore sull’ultimo numero di settembre della rivista di filosofia on line Endoxa dell’Università di Trieste che gentilmente si ringrazia. Inoltre i brani che vengono qui pubblicati costituiscono la bozza di un volume al quale l’autore sta lavorando. 

L’amore ti fa ostaggio di chi non conosci. Perché conoscerlo è già dominarlo, possederlo. L’amore non è sapere, ma ignoranza. È  perdersi in un altro con la promessa di ritrovarti in lui o in lei non più solo. Non teme la propria ombra e non oscura quella altrui. Come dice Bobin, «l’amore non oscura ciò che ama. Non l’oscura perché non cerca di prenderlo. Lo tocca senza prenderlo» (C. Bobin, Elogio del nulla, cit., p. 41).

Per tale ragione l’amore è sorpresa. È  visitazione che sul volto di un altro viene disegnando la propria epifania. Che bussa alla tua porta con i piedi scalzi ridisegnando perimetri cancellati. Smonta ogni circonferenza costruita attorno ad un io che viene sbalzato via dal proprio centro. È  lasciarsi limitare da un infinito che mi fa uscire dal mio guscio: «Questo è il paradosso dell’amore fra l’uomo e la donna: due infiniti si incontrano con due limiti; due bisogni infiniti di essere amati si incontrano con due fragili e limitate capacità di amare. E solo nell’orizzonte di un amore più grande non si consumano nella pretesa e non si rassegnano, ma camminano insieme verso una pienezza della quale l’altro è segno» (R.M. Rilke).

L’amore passa per un altro che ti rende altro. Da una fessura lasciata incustodita dal tuo egoismo. L’altro viene quando il tuo io smette di sorvegliare i confini eretti dalla paura che tutto il resto non sia come te. Quando smette di giudicare, di punire e di escludere chiunque ritieni non sia all’altezza della tua bellezza. L’amore è Eco che vuole guarire Narciso dalla malattia dello specchio. Lo tira fuori dalla prigionia della sua bellezza diventata atrofica perché caduta nel magico riflesso di uno stagno. E invece  «Già la bellezza crea una distanza: un velo su di noi. Sembra un’irradiazione di luce temperata dalla carne» (Luce Irigaray, Essere due, Bollati Boringhieri, Torino 1994, p.17).

E così cominci ad amare solo quando sei pronto a perdere. A non trattenere nulla. Neanche l’amore che sta nascendo a tua insaputa. L’amore resta se lo restituisci. Se lo dai per primo. Se lo dai quando ancora fa fatica a rimanere. Quando ancora non è ancora disponibile. Se lo fai nascere proprio là dove non era creduto. Laddove era stato perduto. Perché l’amore è dentro di te. Prima di te. Prima del tuo io. Nell’altro che viene a te portando il mondo intero con sè. Perché amare è scoprire che sei la metà di un intero che è stato infranto, diviso, “secato” (da qui sexus, sesso).

L’amore comincia dove è cominciata la tua separazione, la tua divisione, dove è stato tracciato l’anelito alla ricomposizione. Il canto triste della mancata unificazione. E dove tutto questo inizia non lo sai e dove finisce mai lo vedrai. L’amore non ha scadenze. Esso è libero dal tempo. Anzi chiede al tempo di lasciarlo fuori dai suoi giochi, di affrancarlo perchè possa ricominciare in ogni attimo. Il tempo non ha potere sull’amore. Chi pone un limite di tempo all’amore non lo vedrà mai cominciare. Lo vedrà finire prima che cominci a sorprendere. L’amore è una domanda di eternità che fa implodere il tempo ad ogni istante.

L’amore è l’Inizio. L’Inizio che non comincia. E l’Inizio è una perdita. È  consegna. Non abbandono ma appello. In esso tutto, nascendo, cade. Ac-cade. Anche tu, in esso, nascendo, sei già caduto. Ma l’amore è un Inizio dimenticato. E come tale deve ri-accadere. Cerca scampoli di tempo lasciati fuori da un divenire programmato. Da uno scorrere pianificato. Per questo cerca luoghi in cui essere ospitato. Irrompe all’improvviso in un tempo non calcolato.

Pensi di essere tu ad aspettarlo, quando invece è lui ad aspettare te. Per riaccadere nell’amore che darai. Nel frattempo resta al buio nel sottobosco dei tuoi grovigli. Nella fornace ardente dei tuoi istinti e delle tue pulsioni che aspettano solo di essere coniugate con le ragioni del tutto cuore, con l’esultanza del tuo corpo e con la misura del tuo intelletto. Tocca a te mettere insieme questi tre ingredienti per non perdere il gusto di niente.

L’amore non si incontra, ma vi si inciampa. Si nasconde quando tutti lo cercano e si rivela quando tutti lo dimenticano. È  un gemito che si nasconde in un fremito senza seguito. Indecifrabile, si mostra ambiguo per non lasciarsi da subito definire. Sgrammaticato e scomposto ruba le parole e crocifigge i pensieri. Si crea fessure in cui aspettare. Dorme allo scoperto mentre lontano dai rumori aspetta di bussare solo quando tutto tace.

Quando l’amore viene non è mai per restare. Se resta muore. E tu con lui. Se lo trattieni lo soffochi. Gli togli quel respiro che lo rende soffio libero che ovunque va per piantare la sua fragile tenda. Esso viene per riaccendere in te la ferita del tuo esilio. La fatica del tuo cammino.  L’anelito che ti rende vivo.

È  come Socrate, atopos (Byung-Chul Han, Eros in agonia, cit., p. 6). Da straniero esso ama restare forestiero. Ama stare sulla soglia per non lasciare fuori il cielo. Viene alla sera quando tutto declina. Quando tutto rientra nel silenzio della propria nascita. Quando tutto il tempo cade raccolto ai piedi di un fuoco che intorno brucia tutto ciò che non è essenziale.

Resta forestiero. Per non essere solo tuo, ma di tutti senza essere di nessuno. Per averci tutti e perché ognuno sia ciascuno. Nessuno senza nessuno. Tutti in ognuno e ognuno in ognuno. In ciascuno, senza l’eccesso della propria individualità e in tutti senza il pericolo della anonima totalità.

L’amore ha i colori dello straniero che chiede ospitalità. Esso chiede ciò che dà. Unisce ciò che ha diviso. Ciò che ha separato. Muore prima di vivere. Muore per non far morire. Perché la gioia che ti darà sia la riserva a cui attingere quanto è necessario per affrontare un dolore inaspettato. Quel «dolore necessario a unire il pari e l’impari» (Cfr. E. Levinas. Dal sacro al santo, Cinque nuove letture talmudiche, Città Nuova, Roma1985, p. 128).

Muore lui al posto tuo. Muore in te per farti nascere in lui. Ti insegnerà ad amare se ti insegnerà a morire. Per questo ti lascia andare, affinché anche tu possa lasciare andare.  Possa tu morire a te stesso per essere veramente te stesso. Preparati. E se non sei pronto, non tardare a cominciare. Perché non è mai troppo tardi per cominciare ad amare.

L’amore ci dice che siamo più che semplici “macchine desideranti”, come invece volevano Deleuze e Guattari. Si tiene fuori da tutti i calcoli e i compromessi. Lontano da ogni riuscita e presa sicura. Teme la pienezza di chi lo confonde con il semplice godimento. O la certezza di chi pensando di meritarlo ne dispone come vuole. Di chi ne diventa padrone. Rifugge anche la rettitudine di chi lo riduce a sola legge. Di chi, avendone troppo, non capisce il dolore ci colui che invece ne ha troppo poco o forse nulla.

Perché l’amore è anche in chi non c’è l’ha. O perché non lo hai mai avuto o perché l’ha perduto. In chi finge di poterne fare a meno, mentre a sua insaputa da esso è trattenuto, pronto a farsi intercettare. A lasciarsi cadere dal suo cielo. L’amore abita la propria negazione, perché anche chi in esso non crede possa un giorno inciamparvi e rimanere impigliato.

…continua