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Pubblichiamo l’ultimo dei dieci interventi di M. Illiceto sul tema dell’amore. Il testo riproduce in parte un saggio pubblicato dall’autore sull’ultimo numero di settembre della rivista di filosofia on line Endoxa dell’Università di Trieste che gentilmente si ringrazia. Inoltre i brani che vengono qui pubblicati costituiscono la bozza di un volume al quale l’autore sta lavorando. 

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In amore il fallimento è un miracolo che ci salva dalla abitudine. Un tornante che ci fa ritrovare, dopo averlo perduto, ciò che era caduto fuori dalla nostra vista. Un’opportunità per lasciar cadere nel segreto ciò che abbiamo consumato in un eccesso di visibilità. Come dice Yannaràs, una “difettosa risposta alla mia sete” (C. Yannaràs, Variazioni sul cantico dei cantici, Servitium, 1997,  p. 11). Un’occasione per far rinascere l’altro a quella sua forma che gli abbiamo rubato. Il fallimento è la prova che l’amore ci manca. Ci manca sempre. Ci mancherà per sempre. Perché esso ci sta davanti e ci precede sempre. E quando pensiamo di averlo non è mai troppo. Mai troppo per non perderlo. Mai troppo per trattenerlo.

Per questo «amare è un’augusta occasione per il singolo di maturare, di diventare in sé qualche cosa, diventare mondo, un mondo per sé in grazia d’un altro, è una grande immodesta istanza che gli vien posta, qualcosa che lo elegge, e lo chiama a un’ampia distesa» (R. M. Rilke, Lettera a un giovane poeta, cit., p. 49).

In amore sappiamo ciò che vogliamo ma non ciò che possiamo. Il volere è smisurato, ma il potere è limitato. E se c’è fedeltà essa non è il “masochismo della perseveranza” (C. Yannaràs. Variazioni sul cantico dei cantici, cit., p. 17), ma solo il coraggio di continuare a volere anche quando non possiamo. Se l’amore è anche creazione, allora «la fedeltà è il frutto di una creatività continua» (M. R. Bous, Imparare ad amare, cit., p. 61).

Nella fedeltà l’amore non si ripete, ma si rinnova perché attinge al nuovo che non merita, andando al di là delal ricerca dela pura soddisfazione. Al contrario, «il Nuovo come guarigione (illusoria) della ripetizione annoiata dello Stesso riporta la vita sempre alla stessa identica insoddisfazione» (M. Recalcati, Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa, Raffaello Cortina, Milano 2014, p. 30).

L’amore non è fusione, ma comunione. La fusione chiede tempi brevi, la comunione tempi lunghi: per questo motivo solo essa resiste per l’eternità. E questo è vero perché «L’amore non si esaurisce nell’incontro, ma si compie nella durata» (A. Badiou, Elogio dell’amore, Neri Pozza Editore, Vicenza 2013, p. 39). E la durata è l’estasi del tempo.

Proprio in questo sta il miracolo dell’amore: nel trasformare l’estetico nell’estatico. La sensazione da pura percezione in celebrazione e adorazione. L’estasi non è ritorno, o ritrovamento, ma esilio. Non è ebbra pacificazione che mette al riparo da qualsiasi opposizione dialettica, ma resistenza a chi si oppone sia al dare che al ricevere. Fuori dalla parola e fuori da ogni sguardo è eccedenza che non consuma. Che non sazia. Non è fusione ma comunione. Apre i corpi fino a dissolverli. A trasfigurarli in un eros celeste che smaterializza tutto l’armamentario anatomico. Trasforma la pura genitalità in sessualità. Unione che non appiattisce, ma che si nutre di differenza. Unità della carne che tiene nella distanza i vicini non più lontani. Come dice Levinas «l’eros è relazione con l’alterità, con il mistero, cioè con l’avvenire» (E. Levinas, Etica e infinito, Città Nuova, Roma 1984, p. 85). È  approssimazione che esige e supera la stessa prossimità.

Amare è lasciar venire ma anche lasciare andare. E ciò avviene attraverso la liturgia dei tre baci. Il primo bacio è quello dove chiediamo di entrare nell’altro nella terra sacra dell’altro e ci togliamo i sandali per entrare nudi senza alcuna forma di potere. È  il bacio dove chiediamo ospitalità per poterla a nostra dare all’altro che ci accoglie. Mendichiamo il suo “sì”. Il secondo bacio è quello della passione dove l’altro viene celebrato in tutta la sua dignità fatta di bellezza e di mistero. Il terzo bacio è quello del ritiro, per dare all’altro il permesso di andare via come un proprietà che non mi appartiene. Gli do il permesso di ritirarsi nello spazio della sua nudità, per diventare di nuovo inaccessibile. Andare via perché possa di nuovo tornare, non per puro obbligo di piacere ma per sola scelta di amare. È  il bacio dove costruisco la mia e la sua fame che ci mette in attesa del domani.

L’amore rende stranieri in casa propria. Figuriamoci in casa altrui. Dis-appropria e presto anche es-propria. Perché chi viene non porti disturbo, ma solo vento che spazza via ogni residuo lasciato dal proprio io. L’amore esige un’intimità ospitale, dove ogni io si fa “proprio” solo nel mentre si es-propria. Si fa dono per non morire nel proprio dato. L’amore mi libera dal dato della pura necessità. Mi fa passare dal “dato” al “dono”. Per questo è assunzione,  sfida. Scommessa e anche croce. Espiazione e non pura gratificazione.

Alla fine si può dire che amare è non solo donarsi all’altro ma è anche donare l’altro. Darlo a se stesso. Restituirlo dopo averlo accompagnato per un breve tratto perché possa continuare in quel viaggio che ciascuno è chiamato a compiere per arrivare laddove si nasconde il più proprio se stesso. E lì trovare anche me come parte di sé. Così fa anche lui per me. Per trovarsi ciascuno in ciascuno e in ognuno trovare tutti gli altri. Tutte le alterità in una poliedrica ipseità. Per realizzare non tanto una identità-idem ma una identità-ipse (Cfr. P. Ricoeur, Sé come un altro, trad. it. D. Iannotta, Jaca Book, Milano, 1993, p. 204 e ssgg.).

Per questo l’’amore è come un pane che se lo dividi solo con la persona che ami, sarà amaro. Ma se in esso lascerai cadere le lacrime di chi non è stato amato da nessuno, sarà un pane dolce, che alla sera nutrirà la tua intimità di un Amore senza nome che a te viene da lontano.

E allora, se vuoi amare «Illumina ciò che ami senza toccarne l’ombra» (C. Bobin, Elogio del nulla, cit., p. 19).

…fine