LA TRAGEDIA DI UN AMORE MALATO di Michele Illiceto - Monte S. Angelo Notizie - ilgiornaledimonte.it

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 Se arrivi ad uccidere la donna che dicevi di amare, vuol dire che il tuo amore era un amore malato. Un amore sbagliato. Che cosa amavi quando dicevi di amarla? E’ questa la vera domanda. Hai confuso l’amore con il piacere, il desiderio con il bisogno e lo stesso bisogno con il capriccio. Forse pensavi di amare lei, ma in fondo amavi te tramite lei. Per amarla avresti dovuto mettere da parte le tue aspettative, i tuoi bisogni e le tue priorità. La tua solitudine. Le tue mancanze.

Hai trasformato il tuo amore in diritto di proprietà. Il dono in possesso. La cura in gelosia. L’attesa con la pretesa. Ti è mancato un passaggio importante: quello di diventare un adulto maturo. Pensavi di dover continuare ad amare senza dover anche crescere. E in amore si impara a crescere imparando anche a perdere. Essere pronti a soffrire senza dover scaricare sugli altri i propri fallimenti.

Ti è mancato l’amore maturo e senza saperlo hai continuato ad amare con un amore infantile. Sai, i bambini non sanno ancora amare. Non sono ancora pronti, perchè sono ancora incentrati sul proprio Io. Per farlo, devono imparare a decentrarsi, a capire che l’altro è altro dal loro Io. Tu, in fondo hai fatto come i bambini, i quali quando non possono avere una cosa, sbattono i piedi e fanno i capricci, pensando che gli sia dovuto. Come ai bambini, a te è mancata un’esperienza fondamentale, che, se viene fatta già in tenera età, ci aiuta a crescere: si tratta della rinuncia.

Hai trattato tua moglie come se fosse l’oggetto del tuo godimento emotivo, delle tue gratificazioni affettive. Un oggetto e non un soggetto. Una cosa da tenere e non una persona da scoprire. Una necessità da controllare e non una libertà da rispettare. Un giardino da coltivare e non un prigione in cui incatenare. 

Più che altra da te, tu forse l’hai sempre vista come il prolungamento del tuo Io. Ai tuoi occhi lei era solo una proiezione di un’ideale di donna che avrebbe dovuto compensare mancanze che non sapevi sopportare. L’hai sentita roba “tua” senza che tu davvero ti fossi fatto “suo”. Avresti dovuto invece farti “suo” senza pensare o pretendere che essa fosse “tua”. Solo “tua”. Quando le dicevi “Sei mia!”, forse intendevi dire “O sarai mia o non sarai di nessuno!”. “O sarai mia  o non sarai affatto!”.

Non sapevi che lei per essere “tua” doveva scegliere di esserlo. Non sapevi che avresti dovuto meritarlo il suo amore e non barattarlo. Non sapevi che avresti dovuto conquistarla ogni giorno e non pretendere di essere amato per forza o per abitudine.

Per amarti doveva scegliere di farlo. Avresti dovuto lasciarla libera di non marti per dimostrare che l’amavi davvero. Dovevi capire che prima di essere “tua”, lei, in fondo, era anzitutto “sua”. Di se stessa. E che mai sarebbe stata totalmente “tua”. Non basta un avita intera a cercarsi e a trovarsi. Forse, un giorno, lo sarebbe stata se tu l’avessi dato il tempo di essere “sua”. Rispettando i suoi tempi. I suoi dubbi, i suoi “No”.

Avresti dovuto imparare a ritirarti dal suo spazio e anche dal suo corpo. Per vederla tornare, qualora fossi stato in grado di aspettarla e di conquistarla. Se fossi stato capace di farti aspettare. Avresti dovuto amarla per restituirla a se medesima e non per rubarla a se stessa e alla vita. Ai tuoi e ai suoi figli. 

L’hai sottratta a coloro  -  le tue figlie – alle quali avresti dovuto donarla. Donando lei a loro, avresti potuto donare loro a lei. Ma per fare questo avresti dovuto donare te, come sposo, a lei, e come padre a loro. Ed è questo che ti è mancato: il dono. Realtà che purtroppo manca anche a molti di noi, che ipocritamente ci sentiamo migliori di te. .

Avresti dovuto capire che le donne che amiamo non ci appartengono, non sono una proprietà di cui disporre, non oggetti da possedere ma persone da custodire. Esse ci sono solo affidate. L’amore è visitazione e non appropriazione. Ah, se avessi imparato a da amare davvero, avresti accettato di amare l'altro anche dandogli la libertà di non amarti più. In amore vince chi sa perdere. E invece, tu, per avere tutto, non ti è rimasto niente!

E non ti è bastato ucciderla una volta. L’hai uccisa due volte. La prima ferendo lei e la seconda uccidendo le sue e tue figlie. Nelle sue figlie hai ucciso lei e in lei le sue figlie. Le tue bambine non ti hanno commosso, né impietosito. Non ti ha commosso la vita, che come un bocciolo ti chiedeva il giusto tempo per sbocciare, né ti ha impietosito la loro fragile età. Il loro diritto di restare al di là dei tuoi fallimenti, delle tue attese tradite. Di esistere anche senza di te. Di farsi strada da sole. Avresti potuto farti perdonare, mostrando un gesto di ultima pietà. Lasciandole vivere. E invece il rancore ha oscurato l’amore che dicevi di avere.

Non ti ha impietosito la loro innocenza. Il fatto  che nessuna colpa avevano per il tuo amore malato. Avrebbero potuto essere l’occasione per capire che stavi sbagliando e che avresti potuto tornare indietro. Non le hai viste più come “tue” figlie perché ti sei visto più come padrone che come padre.

Avresti dovuto vederle come un dono e non come un peso o un gioco, vederle come una trascendenza e non come capri espiatori dei tuoi fallimenti personali. Dovevi sapere che averle generate non ti autorizzava a sentirti padrone della loro vita. Sei ti fossi arreso avresti vinto.

Avresti dovuto restituirle a se stesse. Alla loro libertà. Alla loro dignità. Alla loro immaginazione. Ti saresti dovuto fermare sulla soglia della loro irripetibilità e unicità. Avresti dovuto per una volta fatti da parte. Uscire di scena, senza fare rumore, e forse ricominciare altrove. E invece….!!!

Ti sei sentito padrone fino alla fine, anticipando la fine. Hai spento la luce, la tua e la loro. Hai pensato che portandole con te sarebbero state per sempre tue.  Tu, che non  hai saputo rinunciare una volta non lo hai saputo fare neanche questa volta.

Se sei colpevole non sei l’unico colpevole. Anche noi lo siamo. Lo siamo tutte le volte che applaudiamo ai tanti modelli di amore sbagliato. Quando con troppa facilità compriamo amori malati. O diffondiamo un ideale di amore che non sa soffrire, illudendoci che si debba sempre e soltanto godere. Quando per gioco, o per spettacolo, pensiamo che amare significhi possedere anziché donare, prendere piuttosto che dare, trattenere piuttosto che lasciar andare, far prigionieri invece che liberare, rinunciare e non sempre conquistare. Ricattare e fare ostaggi piuttosto che affiancare o illuminare senza che si tocchi l’ombra.

Per tutte queste ragioni, se forse tu chiedi perdono a noi, anche noi chiediamo perdono a te.  Ma più che a te – me lo permetti - lo chiediamo a tua moglie. Glielo chiediamo come donna e come madre. Chiediamo perdono soprattutto alle tue figlie, per non aver saputo dare loro un mondo di adulti in grado di dare la vita e non la morte. Avremmo dovuto per loro essere come un arco fermo e saldo, e loro come delle frecce da lanciare lontano. E invece hanno trovato adulti imprigionati in labirinti senza via di uscita. Ingarbugliati tra mille ipocrisie. 

Chiediamo perdono a loro che cercavano carezze immortali e invece sono state ferite da colpi di pistola che hanno spezzato per sempre la corda del loro giovane cuore. Volevano volare, ma le loro ali si sono come spezzate.

Noi le abbiamo raccolte per darle a chi, giovane come loro, vuol essere freccia che sfidando il vuoto, anela verso l’alto. Verso una vetta in cui noi adulti non ci saremo. Una punta di cielo che al loro nome fa già da velo.