“Maria donna dell’attesa”

La vita è fatta di attese. Di esse si nutre e in esse si strugge. Lo stesso nascere è soddisfare una lunga attesa. Scrive M. Recalcati, uno dei massimi psichiatri di oggi, a riguardo «Non si finisce mai di nascere, non si finisce mai di ricominciare perché si nasce infinite volte, perché infinite volte si può fare l’esperienza della liberazione dal buio della notte cieca dell’Uno» (Massimo Recalcati, Le mani della madre. Desiderio, fantasmi ed eredità del materno, Feltrinelli, Milano 2015, p. 32)

Per questo un altro titolo che Don Tonino Bello riconosce a Maria è “Donna dell’attesa”. Perché?

E’ triste non essere attesi, ma lo è anche smettere di attendere: «La vera tristezza non è quando, a sera, non sei atteso da nessuno al tuo rientro in casa, ma quando tu non attendi più nulla dalla vita». Si, la vita che nasce da un’attesa, ci mette essa stessa in attesa.

Tra le varie forme di solitudine, «la solitudine più nera la soffri non quando trovi il focolare spento, ma quando non lo vuoi accendere più: neppure per un eventuale ospite di passaggio».

Che cosa c’entra Maria in tutto questo? Recalcati ha scritto che «La maternità è una grande figura dell’attesa» (M. Recalcati, Le mani della madre, cit., p. 24). Sia chiaro però che «L’attesa della madre non si esaurisce però con il parto e con l’incontro reale con il figlio. Una madre fa infinite volte esperienza dell’attesa» (ivi, p. 30). Maria, messa in attesa da Dio, ha messo in attesa Dio. 

Lei ci insegna a non sederci sulle cose avute, a non fermarci nella stazione delle cose arrivate. Oggi nessuno più si aspetta più niente. Tutto è pianificato, programmato, calcolato. Ma in queste cose non c’è spazio per l’attesa. Non vi è tempo per l’attesa nel tempo in cui il tempo è scomparso. Basta un click e il mondo ci passa tra le mani. Ci passa senza restare. Senza che di esso nulla rimanga, perché senza attesa nulla resta, in quanto l’attesa dona profondità a ciò che viene. Gli conferisce spessore.  Oggi, invece sembra che aspettare sia diventato inutile.

Invece, l’attesa si nutre di distanze, di lontananze. Vive di geografie. Di ritardi e di rimandi. Ma in un mondo dove tutto è disponibile prima che venga desiderato, non vi è posto per l’attesa. Internet, infatti, ha distrutto due dimensioni fondamentali dell’essere umano: lo spazio e il tempo. Stiamo vivendo la fine non solo della storia, ma negli ultimi tempi anche della geografia.

Scrive a riguardo il vescovo di Molfetta: «Se oggi non sappiamo attendere più, è perché siamo a corto di speranza. Se ne sono disseccate le sorgenti. Soffriamo una profonda crisi di desiderio. E, ormai paghi dei mille surrogati che ci assediano, rischiamo di non aspettarci più nulla neppure da quelle promesse ultraterrene che sono state firmate col sangue dal Dio dell'alleanza».

La prima esperienza in cui viene meno il senso dell’attesa è quella di chi non sa attendere per troppa sazietà, pensando che non ci sia più nulla da aggiungere a quanto ha già avuto. Tutto è ridotto al proprio sé. Non c’è spazio per l’altro. Per nessuna forma di alterità. Ha chiuso la partita della vita nel cerchio stretto di un godimento saturo, che ha ucciso ogni desiderio, ogni ulteriorità. Ogni trascendenza e per questo senza saperlo resta prigioniero della sua sola immanenza. Ha cancellato l’oltre. L’oltre come il luogo dell’altro. Tutto è adesso e il dopo viene privato di senso. Egli non attende niente e nessuno, né per dare  qualcuno il permesso di venire nella propria vita. Non ha tempo per generare, ma solo per consumare. Per godere. Per possedere. E, allora, perché aspettare domani per prendere quello che posso avere già oggi? Il futuro non ha senso perché il presente si è assolutizzato. 

La seconda esperienza, al contrario, è di chi non si aspetta più nulla dalla vita perché è talmente affamato che ormai è convinto che non ci sia una soluzione al suo problema. Si è stancato di aspettare perché non ha trovato la risposta che cercava. Ciò accade, scrive don Tonino, «Quando pensi, insomma, che per te la musica è finita. E ormai i giochi siano fatti. E nessun'anima viva verrà a bussare alla tua porta. E non ci saranno più né soprassalti di gioia per una buona notizia, né trasalimenti di stupore per una improvvisata. E neppure fremiti di dolore per una tragedia umana: tanto non ti resta più nessuno per il quale tu debba temere».

Sempre Recalcati scrive che «la figura dell’attesa non può essere separata da quella della pazienza» (ivi, p. 34). E pazienza significa “patire il tempo”. Patire lo spazio in cui l’altro non è ancora disponibile. Prendibile. Afferrabile. E’ dichiarare la propria non padronanza. La propria impotenza e la propria debolezza che si trasforma però in opportunità di far nascere l’impossibile.

La mancanza di attesa ci fa arrendere al dolore inteso come parola ultima. Ma la resa è solo una forma di difesa contro il tempo che senza attesa vince sui di noi con i suoi ritardi. Eppure la pazienza non è mai in ritardo. E’ sempre in vantaggio su ciò che manca. Citando una canzone di Edmond Rostand, Don Tonino diceva: «'C'est la nuit qu'il est beau d'attendre la lumière; il faut forcer l'aurore à naître en y croyant'. È di notte che è meraviglioso attendere la luce. Bisogna forzare l'aurora a nascere, credendoci. Amici, forzate l'aurora. È l'unica violenza che vi è consentita».

Senza attesa muore anche la speranza. E allora «La vita scorre piatta verso un epilogo che non arriva mai, come un nastro magnetico che ha finito troppo presto una canzone, e si srotola interminabile, senza dire più nulla, verso il suo ultimo stacco». Maria ci mette in guarda da questa doppia morte della categoria dell’attesa. Quella dei gaudenti e quella dei disperati. Se nel gaudente la mancanza di attesa lo porta a vedere la vita come un gioco che non porta a nulla, ripiegato com’è tutto su se stesso, nel disperato la vita viene vista come un peso insopportabile di cui non vede l’ora di disfarsi o di fronte a cui vuole al più presto abdicare.

C’è attesa dove c’è il senso del mistero. E il mistero è il nome dell’alterità che non si rende da subito disponibile. L’alterità che resta velata nel silenzio delle cose o che dorme nel lento passo degli eventi. Ma che soprattutto albeggia nei volti sfumati delle persone che ci mancano.

L’attesa è la santità di chi sa restare accanto alla vita anche quando tutto pare si vada disfacendo. La «santità di una persona si commisura dallo spessore delle sue attese». Come accade alle vergini con le lampade accese, l’attesa ci rende sia oranti che operanti pronti a «svegliare l'aurora» che dorme il sonno celle cose andate, a forzare l’alba a nascere con la forza della speranza e il fragile fremito della pazienza.