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In questi giorni si sta tornando a scuola. Ogni anno si ripete questo rito tra novità e tradizione che coinvolge un poco tutti: famiglie, insegnanti, ragazzi, istituzioni. I veri protagonisti però saranno ancora loro: gli alunni, piccoli e grandi. Tra ansie e attese, tra il vecchio che pesa ancora e il nuovo che un poco inquieta. Ecco perché da docente mi pongo la domanda: ma le nuove generazioni come si apprestano a vivere la scuola? Che cosa si aspettano? E che cosa sono disposti a dare? Come vivranno questo anno scolastico alla luce dei grandi cambiamenti in atto?

E’ proprio qui il problema: i giovani forse dalla scuola non si aspettano nulla. E se non si aspettano nulla, forse non daranno nulla. O mai abbastanza. Torneranno a scuola, ahimè, già delusi. Da che cosa?

Forse da un passato che si ripete ogni anno. Per loro tutto è come prima. Nulla di nuovo sotto il sole. E questo fatto, per loro che sono abituati alle novità, la scuola sarà già vecchia prima di cominciare. Vecchi i programmi, vecchi i metodi di insegnamento, vecchie le strutture. Ma soprattutto vecchie le promesse e con esse le attese. Ad essere vecchio è il futuro che non c’è. Si, perché a questa società manca il futuro. E manca il futuro perché è mancata la responsabilità verso di esso.

E, i giovani che anticipano sempre i tempi, se ne sono accorti già da qualche anno. Per tale ragione scappano. E che si sappia: non stanno scappando dal presente, ma dal futuro. Per questo assolutizzano l'oggi, perché il domani ai loro occhi è morto prima di cominciare. Ed è morto nelle inadempienze degli adulti, nelle loro promesse non mantenute, nelle false verità costruite a dovere per ingannarli e ingabbiarli, nelle loro incoerenze per le quali sono sempre pronti a scusarsi. Perché, come dicono Miguel Benasayag-Gérard Schmit nel loro bel libro dal titolo, molto spinoziano, L'epoca delle passioni tristi, (Feltrinelli, Milano 2005), gli adulti hanno avuto il potere di trasformare il futuro da promessa in minaccia.

Se la molla dell'apprendimento è il desiderio, allora si capisce che senza un futuro desiderabile (e non solo mercificato da calcoli economici), la scuola non potrà giustificare le esperienze di apprendimento e gli itinerari educativi che andrà a proporre. Senza desiderio l'apprendimento da “significativo” si riduce a qualcosa di puramente “meccanico”. Solo chi sa di avere un futuro si impegna nel presente.

Ecco perché la scuola deve lavorare non solo sul registro cognitivo, ma anche su quello emotivo-affettivo. Dobbiamo affrontare quello che Galimberti ha chiamato “il deserto emotivo”, e lo dobbiamo fare con gli strumenti della scuola: innanzitutto con le discipline, intese però non come della gabbie chiese, ma quali crocevia di saperi attraverso i quali dare sapore, suscitare domande e non solo trasmettere risposte già preconfezionate. Le domande sono sacre e sono esse e smuovere il terreno melmoso delle menti dei nostri ragazzi.

Ma i saperi passano attraverso i canali della motivazione e quindi mediante i canali caldi delle relazioni. Ogni relazione educativa deve essere ispirata al rispetto e al dialogo, alla fiducia e alla progressiva autonomia dell’allievo, in un clima democratico che si nutre di responsabilità personale e collettiva, di partecipazione attiva e senso di costruzione, per includere tutti e per affrontare il pericolo della xenofobia e della “cultura del nemico”.

La scuola, come ha detto M. Recalcati, deve saper coniugare l’istanza della Legge (le regole), il cui ruolo è quello di mettere ordine e porre un limite, con quella del desiderio che è il sale della vita per dare senso a tutto: a ciò che si è e a ciò che si fa e si sceglie.

Questa scuola ha bisogno di protagonisti a tutto campo: dai ragazzi ai genitori, dai docenti ai dirigenti, fino a tutte quelle persone che vi lavorano a vario titolo. Perché oggi è impossibile educare da soli. Bisogna come si dice oggi, fare rete, non limitandosi però solo all’aspetto burocratico, ma spingendosi fino a fare delle vere e proprie alleanze educative sia in senso verticale che orizzontale.

Una scuola-comunità che sappia essere esigente ma che sa anche offrire stimoli per risvegliare talenti e mettere in moto processi. Per mettere in atto apprendimenti generativi e non apprendimenti chiusi in se stessi.

Una scuola fatta da persone e di persone, di storie che si raccontano e di volti che si incontrano. Di fragilità che si riconoscono e che reciprocamente si accolgono, ma anche di potenzialità che si scoprono e si completano, in un clima di cooperazione e non di semplice competizione. Tra sorpresa e attesa,. Tra impegno che esige sacrificio e gratificazione che offre stima. Per evitare due pericoli: il delirio di onnipotenza da un lato e il senso di forte frustrazione dall’altro.

Solo se, come adulti responsabili, daremo il meglio di noi potremo chiedere ai ragazzi di dare il meglio di sé. E di darlo per loro e non per le nostre stupide rivincite personali e sociali, o per accumulare meriti e punti sul traguardo del bonus.

Solo così, forse, i ragazzi, incoraggiati, torneranno ad abitare il futuro. Non il nostro, nel quale non più crediamo, ma il loro che di certo sarà meglio del nostro. Ma perché ciò accada dobbiamo impegnarci nell’oggi a tutto campo. Senza assolutizzarlo, ma anche senza denigrarlo.

Buon anno scolastico!