In questi giorni di novembre nei quali ricordiamo i nostri defunti, ti chiedo: chi sei o morte che non solo ci porti via le persone che amiamo, ma che porti via anche noi da loro? Chi sei, tu che decidi il tempo in cui bisogna andare, quello in cui partire senza più tornare? Chi sei e da dove vieni, tu che all’improvviso arrivi senza che di te nulla sappiamo? Dove ci porti se in te ogni cosa sembra finire?

Pare, o morte, che tu abbia l’ultima parola. Quella definitiva. Una parola di chiusura. Sena ulteriore appello. Dopo di te c’è solo silenzio e un grande vuoto. Non un silenzio che parla  e riscalda, ma un silenzio che graffia e raggela. Che lascia solo non soltanto chi parte, e per sempre va via, ma anche chi resta per dare un ultimo e disperato addio.

Sei amica o nemica? Sei sorella, come voleva il poverello di Assisi, oppure sei la più ostile e la più temuta di tutte le creature? Chi sei tu, rispetto a cui nulla più posso dire “mio”, neanche io, e che per qualche giorno hai tenuto in ostaggio anche Dio?

Eppure tu vai fiera, cammini a testa alta e nulla vi è che tu possa temere. Anche se sola senza null’altro, tu ti senti piena. Anche se piena soltanto di te stessa. Nulla dai e tutto togli. E dove lo porti nessuno lo sa. Ecco il tuo dramma: nulla dai, perché non hai nessuno a cui dare. Nessuno oltre te stessa. Sei sola e vuoi rendere solo o sola chi tu baci. Con una carezza annienti. Ammutolisci e spogli. 

Vai fiera del rispetto che hai, del tremore che infondi. Eppure tu sai che tale rispetto si basa sulla sola paura. Per questo, anche se tutti ti temono, nessuno tuttavia ti ama. Non può essere amata colei che usa la paura per essere riverita, quasi implorata.

Qualcuno poi, molto stupidamente, per tenerti testa osa anche sfidarti. C’è addirittura chi, volendo provare nuove emozioni, come dice una famosa canzone di Lucio Battisti, gioca a fare l’eroe con te, e “corre a fari spenti nella notte per vedere se è così difficile morire”. Altri ti lasciano venire pensando di poterti addomesticare.

Altri ancora ti usano come strumento di ricatto per avere potere sugli altri. Alcuni, poi, pensano di poter sfuggire alla propria morte provocandola agli altri. Ma sono tutte illusioni per le quali tu ti prendi gioco di noi.  Tu ti nutri dei nostri fallimenti e ti sazi delle nostre cadute, mentre ci rinfacci le nostre debolezze.

Tu vinci ogni volta che ci porti via prima del tempo. E anche quando, giungendo, sembra essere l’ora giusta, ci pare sempre troppo presto che tu venga. Ma chi sei o morte? Rispondimi in questo giorno nel quale ricordiamo tutti coloro che tu ci hai portato via.  

Eppure, o morte, oggi ti dico una cosa che sembra quasi assurda, fuori da ogni logica. Tu non sei nulla se non quello che io ti faccio essere ogni volta che rinuncio a vivere. Ogni volta che mi arrendo alla stupidità e alla banalità. Ogni volta che mi lascio prendere dalla violenza e dall’odio.

Tu non saresti nulla se io non decidessi di farti essere. E di farti essere quello che tutti dicono che tu sia. Si, o morte, oggi ho scoperto che anche se non ho il potere di cancellarti o di annullarti, ho almeno il potere di ridimensionarti, fino a modificarti: io posso cambiarti. Io posso trasformarti. Io posso arginarti. E lo posso fare prima che tu mi venga a prendere. Prima che tu possa spaventarmi. Perché ora so che prima che tu afferri me, io posso afferrare te. Ti tengo o morte. Da lontano, ti trattengo.

E come posso fare tutto questo?

Il filosofo Pascal lo aveva detto: posso farlo per il semplice fatto che “so” che un giorno morirò. Per il fatto che “so” che verrai. Per il fatto che “so” già da tempo che sono mortale. Questo è il mio vantaggio su di te.

Lo “so” fin dalla nascita. Tu eri già là. Nel mio primo battito di vita. Ti ho vista tante volte venire come un ladro e furtivamente cancellare le tue tracce. Ma tu sei ovunque. Anche dentro di me. Sono io che ti ospito. Io so che tu ci sei. E ti ho reso talmente parte di me che ti ho dato il permesso di far parte della mia stessa vita. E l’ho fatto a tal punto da renderti la vita.  Da renderti vita nel cuore della mia stessa vita. Ho reso la vita a te che la vita la togli.

Certo! Eri una delle tante possibilità, che come tale poteva ogni giorno già realizzarsi. Eppure ogni giorno in cui mi è stato dato di respirare, io ho vinto. Ho vinto vivendo e amando la vita più di te. Ho amato la vita nonostante te. Lottando, nonostante tu incombessi su di me.

Ti ho vinto tante volte. Tutte le volte che sono riuscito a dare un “senso” a questa vita che forse, come dice un’altra canzone di Vasco Rossi, “un senso non ce l’ha”. Per darlo anche a te che di per sé, in fondo, non hai senso. E non importa se alla fine dei miei giorni, tu di me farai un cumulo di cenere. So che sono povere e che polvere dovrò tornare. Ma so anche che il respiro si nasconderà a te, in un luogo di me sul quale tu non hai alcun potere. A riguardo, ho ascoltato il Maestro che ha detto: “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima” (Mt 10,28). Temete piuttosto tutto ciò che ha il potere di rubarvi il respiro, quello che dentro di voi dà senso alla vita e alle cose.

I giorni sazi di vita mi compenseranno anche per gli anni in cui non sarò. Perché il “senso” -  che i greci chiamavano “logos” – e che avrò dato ad ogni giorno sopravviverà  anche alla mia morte. Dare un senso alla vita dando un senso anche a te è stata la mia vittoria più grande. Ammettilo, o morte! O sorella morte!. Si, perché ora finalmente ti posso chiamare anche con il nome, difficile da pronunciare, di “sorella”. E’ questa la mia resurrezione da te. Oltre te.

Ma tu non accetti facilmente di essere sconfitta. Non ti rassegni. Per questo sento già che mi dici: “A che serve vincere nel mezzo del viaggio se poi si perde tutto alla fine?” Si, è vero. Tu ci aspetti alla fine, per farci soccombere in uno scacco finale. Ma è qui che ti sbagli. Non è per niente così. No! Proprio qui sta il mio secondo segreto.

Ho pensato a te non temendoti, ma paradossalmente – molto paradossalmente - amandoti. Sembra paradossale, vero? E si  sa, che i paradossi, debordano qualsiasi ragionamento razionale. Qualsiasi dato di fatto. Eppure è così.

Amare te, o morte? Sono fuori di testa forse? Come è possibile una cosa del genere? Come si fa? Come posso amare colei che, invece che ispirare amore, al contrario, incute timore e genera rassegnazione? Come si può amare colei che in sé assomma tutte le nostre paure?

Non ti montare la testa, o morte. E non mi fraintendere. Quando dico di amare te, non è te che dico di voler amare. Voglio solo dire che per amore di coloro che amo, posso anche arrivare ad amare te. Non amare loro per te, ma amare te per loro. Voglio intendere che, se per amare loro, mi viene chiesto di incontrare te, di attraversarti, di affrontarti, di lasciarmi ferire da te, ebbene sia. Non amo te più di loro, ma loro più di te. Ed è amandoli che li strapperò a te. Parafrasando Paolo, viene da chiederci: “Chi ci separerà dall’amore? Forse la morte?” (cfr. Rm 8,35). No. Perché, come dice un altro passo biblico, “Forte come la morte è l’amore” (Ct 8,6).

Ecco che ti ho trasformato o morte: da essere un motivo per non amare - non amare “più”, oppure non amare nessuno - tu diventi il pretesto per amare: per amare sempre, ovunque e chiunque.

Ecco che cosa ho combinato o morte: da “ostacolo” ti ho trasformato in “pretesto”, in “prova”. Tu mi metti alla prova per amare  di più. Infatti, Il Maestro una volta ha detto: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). Tu sei la prova che l’amore è possibile. Tu, l’impossibile, rendi possibile proprio quell’amore che ai tuoi occhi sembra perdente.

Il problema è che, mentre tu non sai perdere – infatti è questa la tua grande debolezza – al contrario, l’amore sa perdere e per questo vince. L’amore vince perdendo. Lo ha detto sempre il Maestro quando ha detto: “Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita, la salverà” (Lc 9,24).

E così, cara morte, l’amore - che tanto tu temi -  non ci salva da te, ma salva anche te. Certo, questo amore ci salva non tanto evitandoci di morire, ma, dando senso alla vita, riesce a dare un senso anche a te.

Per questo, non mi resta che amare. Amare morendo per non morire senza aver amato. Infatti, se amerò ogni giorno, quando tu o morte verrai, non avrai più nulla da portarmi via. Perché avrò dato tutto. Tutto quello che avevo, lo avrò già dato. Infatti, “Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?” (Lc 9,25). Uscirò nudo dalla vita allo stesso modo di come vi sono entrato (cfr. Gb 1,21). E ciò che avrò dato resterà per sempre. Scritto nel libro della vita (Ap 13,8). E tutto sarà presso coloro che, amati da me, avranno posto un sigillo eterno dentro di me.

Ora, o morte, finalmente so chi sei. Il mio amore ti ha trasformata. Tu sei il motivo per amare e non per disperare. Sei il motivo per lottare e non per vivere da rassegnati. La ragione per perdonare e non per portare rancore. Per partecipare e non per delegare. Per costruire e non per distruggere. Per accogliere e ospitare e non per escludere o perseguitare. Sei il motivo per donare e non per accumulare. Per condividere e non per sottrarre. La ragione per poter dire ogni giorno grazie perché sono nato. E forse anche grazie perché un giorno sarò di nuovo consegnato. Consegnato grazie a te. Oltre te. Tu sei la prova che siamo attesi e non abbandonati.

E quando ti incontrerò non mi farai più paura. Forse mi ringrazierai, perché avrò posto fine alla tua grande agonia. Nel mio amore ti estinguerai, o semplicemente verrai trasformata a tal punto che nessuno più ti riconoscerai. Neanche tu.

Solo allora saremo tutti consegnati a Colui che ha il potere di tergere ogni lacrima dai nostri occhi: “non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21,4).