Domenica alle ore 19.00 nel salone parrocchiale della chiesa del Carmine, il gruppo coniugi della parrocchia ha in organizzato un incontro dove il prof. Michele Illiceto presenterà il suo nuovo libro:

“AMORE. VARIAZIONI SUL TEMA”.

L’incontro è aperto a tutti e sarà un’ulteriore occasione per ascoltare Michele Illiceto a cui abbiamo rivolto alcune domande. Ringraziamo il prof. Illiceto per la disponibilità.

D. Nel titolo c’è l’espressione Variazioni sul tema. Che cosa intendi con queste parole?

M.I. “L’amore, si può dire in molti modi. Tante sono le sue variazioni, ma in ciascuna esso rimane sempre lo stesso. Ama la varietà, senza che venga persa la sua unità. Non si tratta di sfumature, nè di grigio né di altro colore. Le sfumature seducono, ingannano, le variazioni interrogano. Ogni variazione è come un sentiero che si intreccia con gli altri. Un sentiero mai definitivamente percorribile, ma che, come voleva Heidegger, ogni tanto si interrompe per aprirsi ad altri registri dove il cuore, il corpo e la ragione smettono di litigare. Le variazioni consentono l’estasi della durata, perché l’amore vero con il tempo non muore, ma cresce e matura, superando le difficoltà senza temerle. Al contrario, le cambiano in opportunità, perché riesce a trasformare le ferite in feritoie che lo rendono più fecondo e più generativo”.

 

D. Perché un libro sull’amore? Qual è lo scopo che ti sei prefissato?

 M.I. “Questo libro vuole essere un tentativo di parlare dell’amore nell’era della sua negazione, del suo uso e abuso, della sua consumazione e della sua mercificazione. Della sua ostentazione e  ipervisualizzazione. Epoca caratterizzata dall’avvento delle “passioni tristi”, dall’individualismo acquisitivo e dall’edonismo, ma anche del tramonto dell’umano che sempre più va cedendo la scena al postumano. Questi processi hanno intaccato non solo i paradigmi di pensiero ma soprattutto molte  prassi che hanno fatto perdere all’amore alcuni livelli semantici e alcuni orizzonti di senso che tuttavia lo tengono ancora celato.

 

D. Quale stile di scrittura hai usato?

M.I. Questo libro non è un trattato sull’amore. La sua forma non è tanto l’argomentazione o la spiegazione rigorosa, ma il balbettio, la narrazione, o meglio l’evocazione. O se si vuole ancora, la meditazione. Perché l’amore né si descrive né si spiega, al limite si racconta. All’amore non si confà un pensiero dimostrativo o esplicativo, che ha la pretesa di spiegare o di dedurre, ma un pensiero che ascolta in silenzio i vuoti e le interruzioni, le fughe e le cadute, le sospensioni e i fallimenti, ma anche gli appelli e le domande che mute a vario titolo tutti ci portiamo dentro”

 

D. Che percorsi vi trova il lettore?

In queste pagine si propongono quattro direzioni dell’amore. In primo luogo vi è l’amore per se stessi che non ha niente a che fare né con il narcisismo né con l’egoismo, ma che fa da preambolo alla costruzione della propria identità e all’amore per gli altri. Infatti, chi sa stare con se stesso è pronto ad ospitare dentro di sé il mondo intero e sa prendersi cura degli altri. In secondo luogo vi è l’amore per gli altri che è a fondamento della comunità e della socialità, tramite una filosofia del dono e della gratuità, della prossimità secondo i principi evangelici. In terzo luogo, vi è l’amore per l’altra/altro che ci apre alla complessa e intricata sfera della sessualità e delle relazioni affettive, soprattutto alla luce delle indicazioni di Amoris laetitia di Papa Francesco. Infine, vi è l’amore per Dio, inteso come anelito ad un fondamento primo ed ultimo che legittima il fatto stesso che l’amore ci sia. E qui mi faccio guidare dalla prima lettera di Giovanni.

 

D. Ma, se c’è, qual è la tesi di fondo che il libro vuole dimostrare?

M.I. Sono fondamentalmente due le tesi che cerco di proporre in questo libro. La prima tesi riguarda il fatto che l’amore non va inteso come un semplice bisogno ma come desiderio che rimanda a un Altro che rimane sempre uno straniero incatturabile. E’ la grande lezione di S. Agostino, ma anche dei mistici che nel libro utilizzo molto. L’amore è un cammino che esige una scelta che deve essere capace di rinnovarsi ogni giorno, avendo come suo correlato quel dolore che, se accettato, non lo incrina, ma lo rafforza e lo purifica. Per questo l’amore non è scevro dalle difficoltà, o non è avulso dalle fragilità. In amore si ama l’altro partendo proprio dalla sua finitudine e non dalla sua perfezione, dai suoi limiti e non dalle aspettative che ci creiamo su di lui o su di lei durante l’enfasi dell’innamoramento. In amore non ci si idealizza, né ci si adora l’un l’altro, ma ci si immerge assumendo l’altro così come è, per farsi cura nela reciprocità e nella gratuità.

La seconda tesi è che l’amore non comincia da noi. Per questo si nutre di lontananza e di distanza, di attesa e di pazienza. L’amore rimanda ad una mancanza che non è semplice privazione, ma è tensione, desiderio. La mancanza che caratterizza l’amore non è solo psicologica, ma ancor più metafisica, ontologica, non però di una ontologia sostanzialistica, ma relazionale e fenomenologica. Essa è indice di una ferita scritta nel cuore dell’essere che il pensiero non sa spiegare e che solo la poesia e la mistica sanno indicare.

 

D. Qual è il ruolo della fede in questo discorso?

M.I. Gli ultimi  dieci capitoli sono dedicati all’amore di Dio. In primo luogo parlo dell’amore “in” Dio, che è l’amore trinitario, dove un Padre ama un Figlio con un amore che è lo Spirito. “Dio è amore” dice Giovanni. Ecco la novità del cristianesimo a cui neanche la filosofia è giunta.

In secondo luogo, parlo dell’amore “di” Dio fuori di Dio. Dio non solo è amore in sé, ma anche fuori di sé. L’amore fa uscire Dio da Dio. Dio ama me, ama te. Ogni uomo. Ed è qui la seconda novità del cristianesimo: Dio non ama sé senza amare noi. Il suo è un amore che si dona, che si perde. Un amore agapico e non puramente erotico. E qui troviamo subito un dimensione teologica che si fa anche antropologica: l’amore vero è donazione e quindi è anche spoliazione. Kenosi. Da qui deduco una legge importante in amore sia in chiave psicologica che teologica quella per cui in amore vince chi perde. Perché amando si resiste al male. Ed è solo in quest’ottica che l’amore da dono sa farsi perdono. Attesa, rispetto, attenzione cura, premura, etc…

 

D. E l’amore di coppia?

 M.I.  La coppia è il capolavoro di Dio, la vera icona della Trinità. Che anticipa nella propria nuzialità, intrisa di sessualità,  la Bellezza del donarsi reciproco che è propria della Trinità. E lo fanno nell’essere due-nell’unica-carne della comunione interpersonale. Perché come dice P. Tillich, l’amore «supera la separazione, crea la compenetrazione in cui viene a essere più di quanto i singoli possano apportare da soli. L’amore è l’infinito dato al finito. Ecco perché amiamo nell’altro non solo l’altro ma l’amore che è nell’altro e che è più del suo o del nostro amore». Non una coppia chiusa su se stessa, in una sorta di “egoismo a due”, ma aperta al dono si sé agli altri.  Un Noi dove i Due si aprono al Terzo, non solo del figli, ma del prossimo. Per essere comunità che genera comunità.

 

D. Una possibile conclusione?

 M.I. In modo molto semplice la conclusione potrebbe essere che l’amore non è una prestazione ma una vocazione. E’ risposta libera e faticosa, ma anche gioiosa, ad un appello che ci portiamo dentro. E che respira in ogni cosa. L’amore è rapimento, è estasi nella misura in cui arriviamo ad amare l’Amore. E l’amore da amare è Dio, Colui nel quale Essere e Amore coincidono. Ed essere coppia è questo: amarsi in Dio per amarsi come Dio, finchè morte non ci separi. Perché, come dice il Cantico dei Cantici “Forte come la morte è l’amore”.

    Grazie professore, sarà un vero piacere ascoltarti domenica.