I TRATTI PER UNA EDUCAZIONE GENERATIVA - PARTE PRIMA - Di Michele Illiceto - Monte S. Angelo Notizie - ilgiornaledimonte.it

Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili. Per continuare la navigazione,  clicca sul pulsante per chiudere.

questo sito non fa raccolta dati degli utenti, pertanto non è soggetta al GDPR.

 EVENTUALI BANNER PRESENTI NEL SITO POTREBBERO FARE RACCOLTA DATI NON DIPENDENTI DA NOI. 

logo

GENERARE LA ROTTURA

Oggi educare significa saper generare nei ragazzi processi cognitivi e affettivi che li possano aiutare ad affrontare le sfide del nostro tempo. Che significa? Vediamo alcuni passaggi usando alcune metafore

La prima cosa che bisogna generare nei ragazzi è la rottura.

 

La prima cosa che deve fare un educatore è smontare. I ragazzi arrivano a noi montati male. Sono figli di un montaggio sbagliato. O se risultano montati bene, sta di fatto che non lo hanno fatto loro, ma sono il frutto del montaggi altrui. Oggi troppe mani sui giovane generazioni. Spesso si tratta di mani interessate più a guadagnare a loro spese piuttosto che interessate a dare loro la possibilità di crescere.

I ragazzi oggi sono frutto di montaggi artificiali. Spesso troppo sbilanciati sul versante del mondo virtuale e poco attenti al mondo reale. Montati da altri, i ragazzi non si sono ancora appropriati dei pezzi con i quali sono stati montati. Spesso sono costretti a indossare panni cuciti altrove.

L’arte dell’educatore è come quello del meccanico: smontare la macchina per vedere quali e quanti pezzi la compongono e verificare se il modo con cui essi sono stati messi insieme corrisponde a ciò che la macchina è in grado di fare. 

Ma come si smontano i ragazzi? Con le domande. Con i dubbi. Perché i dubbi aiutano a crescere. Servono per smontare le bugie con cui, mascherandosi, si sono trincerati dietro modelli da cui si sentono rassicurati e protetti. Con le domande l’educatore demistifica tutte quelle false idee che chi dice di amarli ha confezionato per illuderli (e per illudersi) nel vederli essere all’altezza delle proprie aspettative.

L’educatore non è uno anche ammalia o seduce in vista di un consenso, ma è uno che fa andare in crisi le false certezze dei ragazzi che ha di fronte. Mettendoli con le spalle al muro, li costringe a confrontarsi con la verità della loro fragilità, ma anche con la verità della loro creatività e dei loro talenti nascosti. Con il potenziale represso dalla società dell’omologazione e dell’appiattimento.

Ai ragazzi mancano le domande vere. Domande che si portano dentro nel silenzio dei loro tormenti e delle loro prime sconfitte. Un educatore non deve creare le domande, ma si deve semplicemente limitare a suscitarle. A tirarle fuori. Come faceva il vecchio Socrate. E le domande sono le tracce di bisogni veri, il codice di una grammatica affettiva ed emotiva che nasconde mondi sommersi. Le domande sono le porte del sapere di cui le discipline non sono che strumenti da acquisire per aprire sentieri inediti, inusuali. Da attraversare e non da abitare irrigidendosi e fossilizzandosi.

L’educatore non deve fermarsi -  lasciandosi ingannare – alle domande poste, ma deve lavorare sulle domande mute. Su quelle che nessuno più si pone. L’educatore è sempre fuori moda. Contro la moda intesa come l’insieme degli stereotipi codificati a sistema. L’educatore non è servo di alcun potere. E’ libero nella misura in cui rivela la genesi di ogni potere per destrutturarlo. è antisistema senza tuttavia essere sistematico.

In tal modo genera la rottura. La separazione. Modi laceranti che costringono a ripensare la realtà o, al limite, a riconfermarla dopo aver fatto quella che gli scettici greci chiavano epokè, cioè per un attimo averla messa tra parentesi, per vedere se ritorna, se resiste alla negazione.

Ai ragazzi di oggi manca la mancanza. Quello spazio esistenziale in cui rendersi conto che una cosa prima di averla la devono desiderare. E che il loro desiderio è esposto al fallimento. Alla contingenza, come diceva Sartre. E che tutto è soltanto possibile e per nulla necessario. Che nulla è dovuto, ma che tutto è soltanto probabile.

In definitiva, un educatore genera nella misura in cui lacera. Rompe le abitudini, crea deserti da attraversare. Suscitando domande, mette in crisi i modelli che i ragazzi hanno assunto in modo acritico.

I ragazzi di oggi, come va dicendo M. Recalcati, rischiano di ereditare un mondo - quello degli adulti - senza rendersi conto di ciò che tanno ricevendo. E questo accade perché gli adulti stanno regalando un mondo già fatto (e fatto anche male). Preconfezionato. Domina la logica delle pappe pronte piuttosto che la fatica del costruire insieme. In questo modo non danno fiducia ai figli. Ma una eredità senza riappropriazione rischia di essere soltanto consumata. Dissipata. Se si continua così si crea solo dipendenza, e nessuna forma di autonomia. O, al limite, una falsa indipendenza.

Al contrario, generare la rottura è creare uno spazio esistenziale dove le nuove generazioni, chiamate a mettersi in gioco, potranno finalmente riappropriarsi del presente senza l’ingombro di adulti che non vogliono per nulla lasciare la scena. Ma per farlo dovranno attraversare il deserto della mancanza quale radice del desiderio, quale vero motore di ogni processo motivazionale, il quale, a sua volta, va considerato come la base di ogni apprendimento e di qualsiasi relazione educativa davvero generativa.