ERODE E’ TRA NOI. LA STRAGE INVISIBILE. Di Michele Illiceto - Monte S. Angelo Notizie - ilgiornaledimonte.it

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Come ogni anno, durante le feste natalizie fatte di letizia e di regali, di gioiosa convivenza familiare e di buoni propositi, la Chiesa ricorda il 28 dicembre la “strage degli innocenti” ad opera di Erode. Una sorta di pugno allo stomaco per ricordarci che il mostro che è in ognuno di noi può sempre riaffiorare. Specie in quegli adulti accecati dal potere e dall’avidità, dalla cupidigia e dal delirio di onnipotenza.

Viene da chiedersi se Erode non sia ancora tra noi. Certamente si! Erode è un topos che, in modi e forme diverse, di tanto in tanto ritorna in ogni stagione della storia. Anche oggi, solo che ha cambiato volto e nome, lasciando immutati sia la logica che lo stile: eliminare quanti, ancora in erba, rappresentano per lui una minaccia. Un attentato al suo potere.

Erode è l’adulto che non vuole lasciare la scena, per paura di tramontare. O che clona i propri figli a propria immagine e somiglianza, per sentirsi invincibile e immortale. Sempre giovane ed eternamente capace ed efficiente, centrato sul proprio ego. Incapace di lasciare ad altri la propri eredità, perché pensa che nessuno sia all’altezza della propria immagine. Nessuno può fare a meno di lui.

Erode s’incarna in tutti quegli adulti che, a diverso titolo, il sabato sera fanno soldi sulla pelle dei nostri ragazzi. Che li vedono scivolare nel collo di una bottiglia, o affogare inermi nel proprio vomito. Adulti che, sogghignando felici, useranno i guadagni compiuti sulle vite fragili dei figli altrui per far studiare i propri oppure sistemare i propri familiari. O per comprare un vestito firmato alla propria moglie se non addirittura all’amante.

Oggi le stragi sono diventate più invisibili. Si verificano nei luoghi più impensabili. Hanno la capacità di accadere senza che nessuno se ne accorga. O, se ciò dovesse verificarsi, succedono senza che nessuno provi un minimo di indignazione. Senza che nessuno alzi un dito. E questo accade perché i figli degli altri possono anche soccombere.  Anzi forse è meglio così: si crea più spazio per i nostri. I fallimenti dei figli altrui sono occasione per la riuscita dei nostri. E così la strage del cinismo  oltre alle classiche vittime investe anche gli stessi carnefici. Le stragi sono tollerate fin quando non toccano le persone che amiamo. Nel frattempo ci godiamo lo spettacolo messo in scena dai talk show di turno.

Le stragi di oggi hanno pochi autori ma molti complici. Hanno nuovi e molteplici alleati: la rassegnazione che a sua volta genera l’assuefazione. L’indifferenza come scusa per non sentirsi in colpa. La colpevolizzazione di un capro espiatorio che espii al posto nostro i mali del nostro tempo. La cultura del nemico che non genera paura, ma è generata dalla paura, frutto a sua volta di insicurezza e incertezza economica, relazionale, affettiva. Paura da Z. Bauman definita “liquida”.

Le stragi di oggi avvengono ogni giorno. Tra le mura domestiche o tra quelle di una scuola stanca e disorientata, burocratizzata. Ingessata e incapace di autogenerarsi. E accadono ogni qualvolta un adulto, sia esso genitore o insegnante, distratto più dai propri capricci che stimolato dalle proprie responsabilità, scarica un bambino o un ragazzo alle proprie difficoltà, lasciandolo nel panano delle proprie fragilità.Le stragi di oggi hanno il sapore della delega e della rinuncia. Della facile sostituzione e delle comode coperture.

Le stragi di oggi non sono solo quelle materiali e fisiche che vedono come vittime migliaia di bambini annegare nei nostri mari o che vengono venduti al mercato delle perversioni di adulti ricchi ma malati. Ci sono anche le stragi simboliche. Quelle che si nutrono di messaggi pubblicitari sbagliati, che proponendo modelli di vita irrealizzabili modificano la struttura cognitiva ed emotiva di molti bambini e preadolescenti. O che propinano  prodotti che schiavizzano. Che commerciano diritti e dignità. Che avallano comportamenti che inducono verso nuove forme di dipendenza.

Facciamo strage ogni qual volta non usiamo le parole adeguate, o quando non diamo ai nostri ragazzi la grammatica giusta per decifrare le proprie emozioni. Quando pretendiamo che siano perfetti solo per non farci fare brutta figura davanti agli altri. Quando non gli diamo il permesso di sbagliare. Quando pretendiamo che siano a nostra immagine e somiglianza, calpestando il loro diritto ad essere diversi da noi.

Quando, per non essere contristati e contraddetti, non gli aiutiamo a comprendere  che la loro libertà è più una faticosa conquista piuttosto che un regalo che non costa nulla. Quando pensiamo di evitare loro l’esperienza del dolore, dando loro l’illusione che noi ci saremo sempre per proteggerli. O per il semplice fatto che loro da soli, senza di noi, non saranno mai in grado di affrontare i traumi della vita. O che non saranno mai come noi.

Le stragi di oggi non eliminano vite fisiche, ma castrano i desideri e le passioni. Tracimano le relazioni e intaccano i legami. Confondono le emozioni e inaridiscono i sentimenti. E’ una strage silenziosa che si gioca in un campo di battaglia invisibile: il mondo dell’interiorità di ciascuno bambino, di ciascun preadolescente che deve fare i conti con una nuova percezione del proprio sè.

Esse si realizzano in quel mondo sommesso dove, al contrario, dovrebbe mettere radice un senso di fiducia per contrastare la sfiducia, la speranza per contrastare la disperazione, l’autonomia per poter combattere ogni forma di sudditanza, la creatività per arginare l’assuefazione e l’omologazione, il coraggio per prevenire l’omertà e la rassegnazione. La giusta ribellione per dare corso ai cambiamenti in atto.

Facciamo strage ogni volta che impediamo ad un bambino il diritto ad avere un adulto che sia davvero tale. Non perfetto, ma, consapevole dei propri limiti, capace di mettersi in gioco in una relazione in continuo rifacimento. Adulto che non pretendendo rinunce, è in grado egli per primo di rinunciare a qualcosa per un qualcuno il cui valore non dipende né da quello che ci si aspetta né da quello che  egli ha promesso.

Un adulto che non sia possessivo, né negligente, né iperprotettivo. Ma soltanto se stesso. Non arroccato sul potere del proprio ego o preoccupato di coltivare la propria immagine sociale, ma aperto e pronto ai traumi e ai passaggi della vita. Disposto a soffrire lui per primo per il dolore del proprio figlio, qualora questo dovesse essere necessario per farlo crescere e non farlo invece morire.