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Sono tanti i messaggi che ci offre il racconto dei Magi a Betlemme. Io lo vedo come elogio di alcuni elementi che oggi si vanno facendo sempre più rari.

Elogio del viaggio.

Sicuramente troviamo il tema del viaggio. Un elogio del cammino di chi si mette alla ricerca. Il viaggio dei magi non ha nulla di geografico se non di quella geografia del cuore che non conosce confini. Viaggio interiore di cui si nutrono i passaggi di confine. Che viene fatto per cercare la bellezza e la verità, come anche il bene e l’unità. Viaggio che è consapevolezza di una mancanza. Del fatto che non sei mai abbastanza neanche laddove da sempre sei.

Elogio del distacco

Ogni viaggio esige una partenza.  Un distacco. Una perdita. Una messa in gioco, come a dire che a volte rimettiamo la vita nelle mani degli altri. Di qualcun altro. Si parte sempre per qualcuno. Mai per nessuno. Non da turisti che consumano i luoghi che attraversano, né da vagabondi che sono come persi tra i luoghi che li estraniano, e neanche da pellegrini che hanno già la meta in tasca. Ma da nomadi che continuamente si spostano perché sanno che la terra che cercano se la portano ovunque vanno. Perché ce l’hanno dentro.

Elogio del desiderio

I re magi sono astronomi saggi che mentre scrutano il cielo inciampano in una stella che non sta lì per caso. Hanno la sapienza di chi sa trasformare il caso in progetto, il destino in disegno, la fortuna in sorpresa, le peripezie in una sfida, le difficoltà in opportunità. Sentono tutta la lontananza da quel manto di stelle (de-sidereus) che suscita in loro, come ebbe a dire Kant, un grande senso di stupore e di meraviglia. Non si sentono padroni, ma cercatori. Il desiderio li salva da quella  staticità che è propria invece di chi rimane radicato in ciò che ha accumulato.

 

Elogio della debolezza.

Tre re che si depotestano, che si spogliano per andare ad adorare un bambino insignificante, in una grotta sperduta di un paesino tra i più piccoli di Giuda. Si espongono ai rischi di un viaggio lungo e difficile in nome di una certezza debole, senza alcuna garanzia di riuscita. Una verità che parla più al cuore che alla ragione. Perché, anche se hanno fatto i calcoli secondo la ratio del tempo, c’è sempre un imprevisto che esige il salto del cuore verso verità non sempre certificabili con il metodo osservativo. Ne sa qualcosa Erode che a conti fatti si rende conto che la nascita di quel bimbo scompiglia la logica del suo regno. Un neonato che azzera tutta la sua potenza. I re magi devono scegliere se fermarsi all’altare del potere o proseguire verso una meta debole. Se immergersi nelle vesti untuose di Erode o peregrinare ancora per entrare nella spoliazione di un bimbo che ha spogliato lo stesso Dio.

Elogio della mitezza

Erode minaccia. Sbraita. Diventa compulsivo. Non è in pace con nessuno e neanche con se stesso. Vede nemici ovunque. E’ prigioniero della propria cupidigia. Del proprio delirio. Chissà che cosa avranno provato i tre re magi - dopo essere stati ospiti di questo despota – allorquando si sono trovati dinanzi non tanto una reggia, quanto piuttosto una stalla dove giaceva un tipo di re-bambino del tutto diverso! Un re non ieraticamente intronizzato, ma semplicemente “deposto”  -  anticipo della croce-sepolcro -  come anche davanti una donna-madre dallo sguardo sì dolce ma fermo, sì tenero ma sofferto. Obbediente ma allo stesso tempo esigente. Che cosa avranno provato quando hanno visto un padre mite e consegnato alla sprovveduta provvidenza di programmi rocamboleschi di un Dio radicalmente diverso dalle altre divinità fino allora credute e venerate?

Elogio dello sguardo libero

Dimmi che cosa guardi e ti dirò chi sei. Se gli occhi dei magi sono rivolti al cielo, per cercare le tracce di una origine perduta, di una Presenza non codificabile, gli occhi di Erode sono invece inchiodati al trono del potere. Occhi chiusi i primi, occhi aperti i secondi. E così scopriamo che  colui che pensava di governare era invece governato. Eppure la stella del Messia era sorta per tutti, ma non tutti la scorsero. Per poterla intravedere sono necessari degli occhi che nascono da un cuore libero. Il problema di Erode è che aveva troppe certezze. Troppe sicurezze da difendere per aprirsi al nuovo che stava nascendo. Era inchiodato al passato da difendere e non aperto al futuro che quella notte portava in grembo.

Elogio dell’alterità

Abbiamo parlato del viaggio. Ma di che tipo di viaggio si tratta? Il viaggio è sempre un evento di alterità. I re magi che provengono da un paese lontano rappresentano quelli di fuori. I lontani. I diversi. I non certificati. I non aventi diritti nelle patrie altrui. Gli stranieri, gli esiliati. Non importa se arrivano sui cammelli o sui barconi. Il loro è il viaggio di altri verso un altro. Segno di quell’Altro che sceglie di fare del silenzio della notte la sede dove porre tutta la sua Sapienza. Perché i semi del Verbo, sparsi per il mondo, nelle diverse culture, in quella notte si radunassero e si raccogliessero intorno all’unico, vero ed eterno Logos eterno  per fare koinè.  Se Babele ha ferito l’alterità con la divisione delle lingue, ora a Betlemme quelle lingue dei tre re magi parlano l’unica vera lingua: quella di una umanità, dove i popoli, piuttosto che farsi la guerra, scoprono che in fondo formano un’unica e grande famiglia.

Buona Epifania a tutti!