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Mercoledì 23 gennaio, Etty Hillesum a Mattinata incontro con Michele Illiceto

 Ci sono cose, eventi, come la Shoah, che non si possono dimenticare. Che non si riescono a dimenticare. Non abbiamo quasi il diritto a farlo. Sarebbe troppo comodo. Troppo facile. Ciò che accaduto ad Auschwitz supera quel momento storico in cui quelle atrocità sono avvenute. Ad Auschwitz la storia è come se si fosse interrotta, fermata.

Eppure la Shoah supera quei milioni di morti e tocca noi, i vivi di oggi. Moriremmo anche noi se lasciassimo morire quei morti nel dimenticatoio della indifferenza storica. Auschwitz appartiene alla storia di ognuno di noi. Appartiene al futuro perché è come se fosse in un eterno presente.

Ha scritto bene a riguardo E. Wiesel, un sopravvissuto e premio Nobel per la letteratura:  “Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in capriole di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai”. (E. Wiesel, La notte).

Eppure la vita sorprende sempre sia l’odio che il delirio di morte di chi in nome di quell’odio ha rubato la vita a milioni di innocenti. Nella notte del mondo ci sono delle fiaccole che seppur piccole non si spengono e resistono per illuminare non solo nel buio che le circonda ma anche quello da cui nascono e quello verso cui vanno. Nei campi di concentramento ce ne sono state tante. Una di queste che vogliamo ricordare è certamente Etty Hillesum, morta ad Auschwitz il 30 novembre 1943 e che ci ha lasciato un testo stupendo, il suo “Diario” da leggere e meditare.

Lei in quell’inferno, oltre che affrontare il dolore e la sofferenza dell’abbandono, ha dovuto guardare negli occhi quella che la filosofa H. Arendt ha definito “la banalità del male”. Eppure, lei, che ha saputo morire con grande dignità, a noi che non sappiamo neanche più vivere, ci insegna non tanto a morire, ma soprattutto a dare un senso al nostro semplice vivere.

Mentre i suoi carnefici sono sprofondati nel baratro del nulla e dell’oblio più totale, Etty invece è ormai un’icona di forza interiore e di profonda umanità, esempio di chi ci dice che l’odio non ha la forza di scalzare l’amore. Lei riluce per sempre oltre tutte le notti della stupidità umana.

Il suo Diario è pieno di pagine di speranza, di fiducia nell’umanità, di amore e di perdono.  Perciò, al di là ella data del 27 gennaio in cui celebriamo la Giornata della memoria, propongo su queste pagine un percorso a puntate sul pensiero di questa grande scrittrice che molto ha da insegnare alle future generazioni.

Riuscire a trovare bella la vita nell’inferno dell’Olocausto richiede un coraggio superiore a quello di chi la vita te la toglie per motivi in fondo banali.  Ed Etty questo coraggio lo ha trovato dentro di sé. Scrive infatti nel suo Diario:  «Bene, accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Ora lo so. Non darò fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se gli altri non capiranno cos'è in gioco per noi ebrei. [...] Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato» (continua…)