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La ricerca interiore per non perdersi nella notte.

Una delle cose che ho imparato leggendo questa scrittrice morta ad Auschwitz è non smettere mai di cercarsi. Specialmente quando fuori nel mondo il tempo diventa oscuro e gli eventi precipitano. Cercarsi non solo per trovarsi, ma soprattutto per non perdersi.  Per non perdersi nella notte. Nella notte del mondo. Il dolore ti costringe a sondare gli abissi dell’animo umano. Per capire, per interrogare. Per cercare risposte.

Nel Diario di E. Hillesum leggiamo: "Una volta ho scritto nei miei diari: vorrei tastare i contorni di questo tempo con la punta delle dita. Ero seduta alla mia scrivania, allora, e non sapevo bene come accostarmi alla vita, perchè non l'avevo ancora toccata dentro di me. Ho imparato a farlo mentre ero seduta qui. Poi, d'un tratto, sono stata scaraventata in un centro di dolore umano, su uno dei tanti, piccoli fronti di cui è disseminata l'Europa. E là - sui volti delle persone, su migliaia di gesti, piccole espressioni, vite raccontate - su tutto ciò ho improvvisamente cominciato a leggere questo tempo come un insieme compiuto, e non solo questo tempo".

Hillesum capisce che il vero potere non l’hanno coloro che ci dominano dal di fuori, ma tutto ciò che ci domina dal di dentro. Possono toglierci gi spazi che sono fuori di noi, ma non quello che è dentro di noi: “C'è sempre una camera silenziosa in qualche angoletto del nostro essere e potremo pur occuparla di tanto in tanto [….] Non potranno di certo privarci di quello spazio".

E anche quando fuori di noi la bellezza si oscura  o viene offesa, viene calpestata e tradita, dentro di noi c’è sempre un cantuccio in cui poterla ritrovare: "Riuscirò sempre a trovare un'ora [….] Rimarrò completamente fedele a me stessa e non mi rassegnerò nè mi piegherò. Potrei forse reggere a questo lavoro, se non attingessi ogni giorno a quella gran pace e chiarezza che sono in me? [….] Ti sembrerà incomprensibile ma trovo la vita così bella e mi sento così felice".

Ad Auschwitz Etty sentiva molte voci per lo più contrastanti: lamenti, grida, rabbia, invocazioni, imprecazioni. Voci di odio, ma anche voci di sconfitta e di rassegnazione. E Lei per non lasciarsi dominare da queste voci scrive che "bisogna ascoltare con pazienza la propria voce interiore”.

Trovare dentro di sé quel silenzio interiore da cui far rinascere le cose oltre i segni di morte che invece dominavano la scena del mondo di fuori: “Essere in se stessi. Essere soltanto [….] Silenzio”. E ancora: "[….] si deve continuare a portare in sè un grande silenzio nel quale potersi costantemente ritirare, anche nel cuore del caos più grande e della più intensa conversazione".

Non bisogna raccogliersi in se stessi per rinchiudersi, per tenersi, ma per imparare a fare spazio. Pronti ad a uscire. A ospitare. Come diceva il filosofo francese E. Mounier, “ci si raccoglie per spiccare meglio il volo”. Lo stesso afferma Etty: “Ogni volta mi tocca riscoprire quanto il cuore possa essere spazioso e ogni volta devo riconquistare quello spazio”

Con la sua esperienza, Etty ha maturato la consapevolezza che l’interiorità è il luogo in cui si impara a perdere. A lasciare andare via le cose che vorresti tenere per te. Per sempre. Ma il “per sempre” non è di qui. Per questo scrive che “Non bisogna mai perdere quel pezzettino d'eternità che ci portiamo dentro".

Chi si abita dentro è ovunque. L’interiorità è la nostra vera patria. Chi è in sé è a casa. E lo è in ogni dove. Scrive infatti Etty: “Spesso mi sono sentita, e ancora mi sento, come una nave che ha preso a bordo un carico prezioso: le funi vengono recise e ora la nave va, libera di navigare dappertutto [….] Dobbiamo essere la nostra propria patria".

L’interiorità è anche il luogo della più autentica e profonda libertà. Nonostante fosse imprigionata e incatenata, Etty si sentiva libera dentro: "Credo che tutte le mattine, prima di mettermi al lavoro, dovrò rivolgermi al mio interno e rimanere una mezz’ora ad ascoltare quello che c'è in me: dovrò immergermi in me stessa. Ma un'ora di pace non è semplice da conquistare. Bisogna costruirla cancellando nel nostro intimo tutti i guazzabugli e le meschinità”.

E’ nello spazio della propria interiorità che si impara anche la pazienza. Non quella passiva della rassegnazione ma quella attiva della gestazione: "Pazienza è tutto. Dio, dammi molta pazienza, sempre più pazienza [….] Aspettare e ascoltare ed essere paziente; fare le cose di ogni giorno; diventare sempre più me stessa e al tempo stesso un anello nel tutto: e nessuna consumata imitazione [….] Devi diventare uno strumento, non solo nella mente ma anche nel corpo".

A noi che ogni giorno scappiamo dai luoghi dove siamo. A noi che non abbiamo il tempo di guardarci dentro o peer paura o per negligenza, la Hillesum dal campo di concentramento dove è morta vittima della stupidità e della follia umana, ci ammonisce: "Credo che tutte le mattine, prima di mettermi al lavoro, dovrò rivolgermi al mio interno e rimanere una mezz’ora ad ascoltare quello che c'è in me: dovrò "immergermi in me stessa” [….] Ma un'ora di pace non è semplice da conquistare. Bisogna costruirla cancellando nel nostro intimo tutti i guazzabugli e le meschinità”.

A noi che abbiamo tutto, forse ci manca  proprio ciò che è più essenziale. Ci manca la capacità di ritirarci dalle cose per librarle e per liberarci. E quell’odio che sta tornando, forse non è anche l’effetto di questa radicale e anonima dispersione di massa che, mentre ci vede padroni all’esterno, in fondo ci scopre stranieri all’interno?