GIORNATA DELLA MEMORIA. IN COMPAGNIA DI ETTY HILLESUM PARTE TERZA - SE CI SEI, DIO, DOVE SEI? Di Michele Illiceto - Monte S. Angelo Notizie - ilgiornaledimonte.it

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 Un altro percorso che ci viene suggerito leggendo i testi della Hillesum, e non solo i suoi, è la questione Dio. Potremmo porre la domanda: “Se ci sei, Dio, dove sei?”

Nei campi di concentramento molti ebrei hanno perso la fede, altri invece l’hanno rafforzata. Non vogliamo qui affrontare la questione dell’esistenza di Dio attraverso la disciplina filosofica che se ne occupa, e cioè la teodicea, ma si vuole far parlare i testi , specie della Hillesum, che mentre sono  provocatori ci appaino anche liberatori.

Si racconta che su una delle pareti delle baracche ad Auschwitz abbiamo trovano questa scritta: “Signore ha  fatto di tutto per farmi perdere la fede. Ma non ci sei riuscito”. Un’altra frase trovata scritta all’ingresso di una camera a gas invece diceva: “Signore, quando comparirò davanti a te, mi dovrai chiedere scusa”.

Nella sua esperienza di internata, Hillesum capisce una cosa nuova rispetto alla religiosità tradizionale, e cioè che forse è arrivato il momento nel quale non sarà Dio a dover dare una mano a lei, ma al contrario, lei a dare una mano a Dio. Scrive infatti: “Mio Dio, una cosa diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutare noi stessi. L'unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l'unica cosa che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini".

Ma per fare questo bisogna fare un atto di coraggio immenso: resistere alla facile evidenza che dice che in fondo Dio o non c’è, oppure -   il che è peggio – ormai ha abbandonato il suo popolo. Etty cerca di trovare un nuovo punto di appoggio da cui ricominciare per ricostruire ciò che sembrava stesse per essere distrutto per sempre: “Dammi un piccolo verso al giorno, mio Dio, e se non potrò sempre scriverlo perchè non ci sarà più carta e perchè mancherà la luce, allora lo dirò piano, alla sera al tuo gran cielo…".

Ad Auschwitz non c’era bisogno di parole per potere elevare le proprie preghiere. Ogni attimo di dolore, ogni gesto di eroica sopportazione si trasformava in una preghiera che silenziosa  muta saliva ad un cielo altrettanto vuoto e muto: “Signore fammi vivere di un unico grande sentimento, fa che io compia amorevolmente le mille piccole azioni di ogni giorno, e insieme riconduci tutte queste piccole azioni ad un unico centro, a un profondo sentimento di disponibilità e di amore”.

Nel sentirsi a volte abbandonata da Dio, Etty conosce un nuovo rapporto con Dio. Possiamo applicare a lei la frase che scriverà il teologo e pastore protestante Bonhoeffer, morto anche lui per mano dei nazisti: “In questi tempi, non solo siamo chiamati a credere in Dio in un mondo senza Dio, ma siamo invitti a credere in Dio anche se Dio non ci dà una mano”. 

Etty capisce che Dio non ci libera dal dolore, ma fa suo il nostro dolore. Chiede di dare a Lui il nostro dolore per trasformarlo in un mistero di redenzione. Etty si convince che Dio non ci dà una mano, ma ci prende per mano: “Mio Dio, prendimi per mano, ti seguirò da brava, non farò troppa resistenza. Non mi sottrarrò a nessuna delle cose che mi verranno addosso in questa vita, cercherò di accettare tutto, e nel modo migliore . Ma concedimi di tanto in tanto un breve momento di pace. Non penserò più, nella mia ingenuità, che un simile momento debba durare in eterno, saprò anche accettare l’irrequietezza e la lotta”.

Quando perdi te stessa, e con te stessa anche Dio, allora non ti rimane che cercarlo nei cuori messi alla prova di coloro che ti sono accanto. Il dolore che vivi diventa la chiave per capire meglio le persone che ti sono accanto in un momento così tragico : "A volte le persone sono per me come case con la porta aperta. Io entro e giro per corridoi e stanze, ogni casa è arredata in modo un po' diverso ma in fondo è uguale alle altre, di ognuna si dovrebbe fare una dimora consacrata a Te, mio Dio. Ti prometto, Ti prometto che cercherò sempre di trovarTi una casa e un ricovero. In fondo è una buffa immagine: io mi metto in cammino e cerco un tetto per Te....".

Nel buio più totale, nel deserto più tragico, dove la dignità umana viene calpestata nei suoi più elementari bisogni, Etty trova uno spunto per elevarsi e trovare uno spazio di luce. Non scappa, si immerge. Non si estranea, scava. Non si aliena in una religione che dovrebbe compensare io vuoiti o risolvere la sua profonda disperazione, ma si dispera fino in fondo e a tal punto tanto da vincere tale disperazione con la sua luce interiore. E resiste. Tale luce la trova dentro di sé. Quando Dio muore con te fuori nel mondo, Egli può rinascere solo dentro di te. Rinascere con te. Attraverso di te:  “In fondo, la mia vita è un ininterrotto ascoltar dentro me stessa, gli altri, Dio. E quando dico che ascolto dentro, in realtà è Dio che ascolta dentro di me. La parte più essenziale e profonda di me che presta ascolto alla parte più essenziale e profonda dell'altro..."

Ecco la liberazione (interiore) di Etty grazie ala quale riesce ad affrontare gli eventi di morte: scoprire che in quel mondo di morte si può restare soli a morire, soli con Dio, forse anche soli senza Dio: "Siamo rimasti solo Dio e io. Non mi sento affatto impoverita ma ricca e in pace…”.

Etty non ci insegna solo a vivere, ma soprattutto ci insegna a morire.  Ci insegna a sfidare  Dio.  A sfidarlo anche se non c’è. Sfidare il suo silenzio. Anche il suo abbandono. Per aprire in Lui una breccia che sia capace di portare in Lui il nostro dolore. Per obbligarlo a scendere ogni volta -  e non solo una volta – che esso, per mano della stupidità e banalità di certi uomini, ahimè, si ripete.