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                                                        LA VITA AL BIVIO

Spesso i filosofi si sono interrogati sul rapporto tra essere e agire. S. Tommaso aveva coniato il famoso slogan secondo il quale “Agere sequitur esse”, cioè “l’agire segue l’essere”. Poi già a partire dell’Umanesimo di Pico della Mirandola tale slogan è stato rovesciato nel suo contrario secondo il quale: “esse sequitur operari”, e cioè “l’essere segue l’agire”. Poi è arrivato Sartre che ha definitivamente affermato che noi siamo ciò che scegliamo.

E’ come a dire che in ogni fase della nostra vita noi siamo sempre al bivio. Dobbiamo scegliere. Diceva Pascal in francese: “il faut parier”, “Bisogna scegliere”. Tra che cosa? O ci doniamo, rischiando la nostra vita. Oppure, con la scusa di salvarci, ci appartiamo, per avere salva la vita o per salvarci da soli.

Anche Etty Hillesum, nella notte del mondo, ha riflettuto su questa duplice condizione umana. Infatti scrive: “Esistiamo per prendere su di noi un pò di dolore del mondo offrendo il nostro petto, non per moltiplicarlo facendo, a nostra volta, violenza”.

In altri termini, abbiamo davanti a noi due modi di essere che possiamo scegliere: o far soffrire gli altri per avere in cambio qualche vantaggio solo noi, oppure soffrire noi per gli altri, per essere felici del fatto che facciamo felici altri. Scrive a riguardo  Etty:  "Quando soffro per gli uomini indifesi, non soffro forse per il lato indifeso di me stessa?"

La vita è fatta di incontri che ti cambiano dentro, è crocevia di esistenze che sono chiamate a raccogliersi per accogliersi. Oppure ignorarsi ne,a indifferenza più totale, o ancora  scontrarsi in una stupida lotta per la pura sopravvivenza. Etty, in quel clima di odio e di persecuzione, dove ognuno era spinto dalla logica del “si salvi chi può!”, ha  scelto di accogliere gli altri nel ,mproprio perimetro esistenziale: ".... non si deve “lavorare” solo alla propria vita interiore, ma anche a quella di coloro che si è voluto accogliere in se stessi. In realtà noi diamo uno spazio ai nostri amici in noi stessi, uno spazio dove possono crescere, e cerchiamo di definirli più chiaramente..". E ancora: "Ci sono persone che mi porto dentro come boccioli e che lascio sbocciare".

La grandezza di questa scrittrice sta nell’aver continuato a credere nella forza dell’amore in un’atmosfera di odio radicale ed estremo, di profondo e generale scoraggiamento e rassegnazione: “Una volta che l'amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi,diventa infinito”.

Etty ha saputo essere una persona generativa: “E così la tua vita è un passare da un parto all'altro. Forse dovrò spesso cercare il mio parto, la mia liberazione…”. Fare qualcosa per gli altri è un modo per liberarsi da quell’egoismo che ci mette l’uno contro l’altro: "Mi sento proprio simile a una pioggerellina. E perchè no, per una volta? Cambierá pure il tempo prima o poi. Il mio errore adesso è pensare che continuerà a piovere per tutta la vita"

Perché Etty ha saputo abitare quei luoghi di morte in modo così esemplare? Come ha fatto anche  nel dolore a sentirsi a casa? "Si è «a casa». Si è a casa sotto il cielo. Si è a casa dovunque su questa terra,  se si porta tutto in noi stessi. Spesso mi sono sentita, e ancora mi sento, come una nave che ha preso a bordo un carico prezioso: le funi vengono recise e ora la nave va, libera di navigare dappertutto."

Pur essendo ebrea, Etty rimane affascina da una pagina del vangelo che l’ha aiutata a vivere nel campo di concentramento con un atteggiamento di apertura e di sopportazione. “Non preoccupatevi dunque del domani, perchè il domani si preoccuperà di se stesso; a ciascun giorno basta la sua pena' …(cit. Matteo, 6,25-34). E' l'unico atteggiamento con cui si possa affrontare la vita qui” . Il distacco dalle cose impedisce al dolore di avere l’ultima parola.

Amare la vita quando tutto è normale ci viene facile, ma amarla quando tutto rema contro, quando tutto il mondo dentro e fuori ti cade addosso,  è davvero difficile. E’ quanto è accaduto a Etty. Ma lei ha saputo elevarsi. Ha guardato il cielo. Non tanto quello sopra i suoi occhi, ma quello muto che ci portiamo dentro. Non per scappare, ma per trovare un punto di appoggio a partire dal quale ricominciare a sperare.

Ed è stato così che ha saputo ritrovare quell’orizzonte di senso che nessun male è riuscito a cancellare: "Volevo solo dire questo: la miseria che c'è qui è veramente terribile - eppure, la sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce:  “non ci posso far niente, è così, e di una forza elementare", e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo”.

Alla fine fine Etty, come tanti altri ebrei, ha perso. Ha perso la vita. Eppure, se vediamo bene le cose Etty ha vinto. Perché attraverso chi gliel’ha tolta, lei quella vita, in fondo, l’ha donata. Rendendola eterna. Perché l’unico modo per sottrarre la vita alla morte  è “donarla”, perché resti per sempre presso coloro ai quali l’abbiamo data.