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Preso dalla  RIVISTA ENDOXA/PROSPETTIVE SUL PRESENTE  - ANNO 4, NUMERO 18, MARZO 2019 – INCLUSIONI/ESCLUSIONI

 Da una politica “pensata” ad una politica “pensante”

“Tutte le società producono stranieri, ma ogni tipo di società produce il suo specifico tipo di straniero, e lo produce in modo inimitabile.” (Zygmunt Bauman).

Inclusione/esclusione costituisce una delle coppie di parole sulle quali oggi ci giochiamo tutto: lo sviluppo, la politica, l’economia, la civiltà, la religione, le relazioni micro e macro. Il presente e il futuro. L’antropologo statunitense Nicholas De Genova sostiene che si tratta di due termini “scivolosi”, e questo a causa del fatto che la posta in gioco è molto alta. E come sempre succede, più alta è la posta meno ci dedichiamo a pensarci e a riflettere per trovare la giusta via per arrivare ad una prassi che consenta a quella posta in gioco di essere giocata nel miglior modo possibile e non come oggi sta accadendo in maniera banale e sbrigativa.

Ma qual è la posta in gioco nella coppia esclusione/inclusione? Io e l’altro. Io e gli altri. Il singolo, o meglio la persona, e la comunità. La parte e il tutto. La dimensione individuale e quella sociale. La relazione con me stesso e la relazione con l’altro. Se due sono le possibilità (includere o escludere), altrettanto due sono le possibili scelte che ci vengono chieste di fare.

Ogni scelta rimanda ad un tipo di pensiero, ad una grammatica di parole, ad un lessico politologico e  ad un linguaggio quotidiano, ad un quadro di convinzioni, ad una serie di percezioni, ad una concezione etica e politica, in definitiva ad una weltanschauung. Solo che dietro tutto questo armamentario e dietro tale facciata ci sono loro: le domande alle quali dobbiamo dare un risposta. E le domande attorno a cui  deve ruotare tutta la discussione possibile non sono che due: “Chi sono io?” e “Chi è l’altro?” Domande ormai ritenute talmente banali e date per scontate da non essere più poste. Fuori moda.

Ma posta così, la questione sarebbe troppo semplicistica. Le domande sono sempre come dei labirinti dentro i quali si nascondono altrettante sottodomande. Non tutti sono disponibili ad entrare in questa foresta di interrogativi per arrivare fino al sottobosco del pensiero, laddove le domande nascono e i concetti con le relative parole si formano, per poi condizionare il modo di fare e di vivere di ognuno.

Nel sottobosco delle domande mute, le due domande poste sono come la punta di un iceberg che apre percorsi di riflessione antropologica e filosofica che toccano due categorie di fondo: identità e alterità. Non darsi il tempo per chiarire queste due fondamentali categorie significa precludersi la possibilità di affrontare la questione in modo serio e rigoroso.

Ridurre tutta la riflessione su esclusione/inclusione a una questione precipuamente politica è uno degli errori del nostro tempo. Che cos’è infatti una politica senza un’adeguata visione dell’uomo se non un fare-agire senza un pensiero capace di interrogarla? Quello che manca oggi alla politica (ridotta  a pura tecnica e tattica) perché possa pensare in modo autentico il rapporto tra esclusione/inclusione è proprio il pensare.

Ecco che cosa manca: sia una politica “pensata”, quanto una politica “pensante”.

(fonte:RIVISTA ENDOXA/PROSPETTIVE SUL PRESENTE  - ANNO 4, NUMERO 18, MARZO 2019 – INCLUSIONI/ESCLUSIONI)

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