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Preso dalla  RIVISTA ENDOXA/PROSPETTIVE SUL PRESENTE  - ANNO 4, NUMERO 18, MARZO 2019 – INCLUSIONI/ESCLUSIONI

Includere o escludere? In  ogni circostanza, sociale  e non, privata e pubblica,  siamo chiamati a scegliere tra inclusione o esclusione. E’ una sorta di aut-aut. E ogni volta siamo chiamati a confrontarci con un sottobosco di domande che ruotano attorno alle due importanti categorie di identità e di alterità rispetto alle quali ci giochiamo o l’una o l’altra opzione. Entriamo nel sottobosco d i queste domande rimosse, non poste o volutamente dimenticate.

La prima domanda è “Chi sono io per me e chi sono io per l’altro?” Cominciamo da qui. E’ una domanda politica e non solo psicologica. E’ la prima domanda che mette in scena l’aut-aut della scelta tra esclusione/inclusione. Nella domanda in cui chiedo chi sono io posso già o includere o escludere l’altro. La prima forma di una possibile esclusione-inclusione avviene già qui. E’ nella domanda che l’altro può essere o già incluso o al contrario già escluso.

Infatti, tutto dipende dal fatto che, quando rispondo di me e su di me, posso considerare l’eventualità che egli faccia o meno parte della domanda su di me. Se nel mio esser-domanda, l’altro non fa parte della domanda, allora innesco un meccanismo di esclusione. L’altro non nasce come domanda. Non costituisce domanda. Non ha diritto di cittadinanza nell’universo delle mie domande. Non fa questione. E’ già rimosso nel limbo dell’insignificanza. Al contrario, se invece egli entra nel mio esser-domanda come parte essenziale del mio stesso domandare, non ci sarà risposta che non sia anche risposta che risponde a lui e di lui.

Se l’altro entra nel cuore della domanda su di me, significa che egli partecipa alla definizione del mio stesso io. Non è da istituire, ma si trova già costituito come parte che mi definisce. Come parte di me. L’altro si rivela come un costituito-costituente. Lo costituisco mentre mi costituisce. Infatti, anche se io non sono lui ed egli non è me, ognuno si autopercepisce come un io in rapporto all’altro. Non io costituisco lui, ma forse egli costituisce me. Non c’è un prima e un poi, né un sopra e un sotto, come anche non c’è un dentro e un fuori. Non c’è un “Prima io e poi lui”. O viceversa. E non c’è un “Sopra io e un sotto lui”. O viceversa. Non c’è un “Dentro io e l’altro fuori”. O viceversa. Questa grammatica e questi topoi nutrono la logica dell’esclusione. Non c’è un io senza l’altro.

Se invece adottiamo la categoria della reciprocità notiamo che essa nutre un alogica dell’inclusione. Infatti, non ci costituiamo separatamente, ma relazionalmente. E non è detto che, come voleva Hegel, tale relazione debba essere per forza di natura dialettica. Si potrebbe dire che piuttosto che dialetticamente la relazionalità  costituisce me e l’altro reciprocamente. Nella reciprocità io e l’altro ci troviamo (senza averlo scelto) allo stesso tempo co-costituiti e co-costituenti.

La reciprocità in tal modo non si dà come sola costituita da me o dall’altro, da me senza l’altro e dall’altro senza me. La relazione di reciprocità, se è reciproca e non dialettica, è già di per sé inclusiva. Infatti, io non sarò mai me senza che l’altro mi faccia essere ciò che egli non è, facendomi essere quell’io che dico di essere. Se definisco me indipendentemente dall’altro, allora l’io che ne esce è un io autocostituito che non fa riferimento ad alcun altro da cui si lascia reciprocamente costituire.

La conseguenza che ne deriva è che ogni costituzione è un attraversamento di alterità. Ogni io non è solo un io in relazione ad un tu, come voleva Buber, ma un io “attraversato” da un tu. Non c’è costituzione identitaria senza destituzione provocata dall’altro. L’altro che mi costituisce mi destituisce. E lo fa per ricostituirmi.

La politica è l’arte della ri-costituzione (inclusiva) dei costituenti destituiti. L’errore delle attuali politiche identitarie è che pretendono di proporsi come “istituenti” e non, con molta più umiltà, “ri-costituenti”. Non sanno che sono chiamate  a lavorare su un terreno già istituito-costituito. La politica non può né aggiungere né togliere. Può soltanto “ri-conoscere”.

Se io per me sono l’io che passa attraverso l’altro, io non posso essere tale io senza l’altro. Una parte di me che costituisce il mio io è posta dall’altro non costituito da me. Prima che io ponga l’altro come altro, egli pone me come me.  Ponendo me come me, pone in me un parte di sé. E viceversa. In tal modo ognuno è in ognuno. Ecco la base antropologica che ci porta a scegliere l’inclusione piuttosto che l’esclusione. Noi siamo già inclusi. Prima che politicamente lo siamo ontologicamente. E fenomenologicamente tale inclusione è talmente evidente che proprio per tale ragione nessuno la vede (o finge di non vederla). E in quanto evidente essa è anche normativizzante.

La politica arriva tardi rispetto ad un dato antropologico che ha una sua base ontologica. La politica non fonda il legame, non lo crea, ma suo compito è soltanto riconoscerlo e  giustificarlo, regolarizzarlo, tutelarlo, garantirlo, normativizzandolo. In altri termini: governandolo. Lo rende possibile e attuabile. Praticabile. Accessibile e fruibile.

La politica –  qui platonicamente intesa – non deve fare altro che ratificare questo debito ontologico che si trova antropologicamente fondato nella struttura relazionale di ogni essere umano dove l’uno non è mai senza l’altro. L’uno non è mai prima dell’altro.