Una seconda sfida riguarda il compito -  reso ancora più difficile dall’era digitale - di costruire la propria identità che già di per sé risulta alquanto impegnativo. Esso rappresenta uno dei compiti educativi più cruciali che spetta ai genitori e non solo. La questione è vedere in che modo l’era digitale aiuta o ostacola tale processo. Tale istanza risulta molto più complessa in quanto hiama in causa altre variabili.

Oggi l’identità ha perso i suoi caratteri tradizionali: unità (unifichiamo i diversi pezzi che ci compongono); unicità (siamo unici e irripetibili e non scambiabili o clonabili); stabilità-coerenza-stessità (siamo gli stessi nei diversi ambienti e nelle diverse circostanze); solidità (avere dei punti fermi su cui fare affidamento). Ma anche flessibilità, apertura, dialogicità. Tutti elementi che aiutano la nostra identità a entrare in relazione con il mondo e con gli altri, oltre che con se stessi. Oggi tutto questo rischia di essere spazzato via. Vediamo più da vicino questi cambiamenti.

Infatti, al posto dell’unità la logica dei social e del navigare in internet ha sostituito l’esperienza delle identità multiple. In internet puoi essere tante persone senza essere nessuna di questa. E puoi farlo perché l’identità non è più legata ai volti ma alle facce e alle tante faccine: il face to face sostituisce il vis a vis. Che fine hanno fatto i volti, si chiedeva alcuni anni fa il filosofo di Urbino Italo Mancini? Oggi l’identità è caratterizzata dalla frammentazione e dalla moltiplicazione. Siamo tante identità proprio perché siamo frammentati dentro. Non ci troviamo di fronte a identità soltanto frammentate o spezzettate, ma anche dinanzi a identità multiple.

Una prima sfida educativa che da qui deriva è aiutare le nuove generazioni a capire non solo chi o che cosa sono ma anche chi scegliere di essere. Con chi identificarsi. Con quale parte di sè identificare tutta la propria persona. Insegnare loro a fare unità dentro di sé e con sé, mettendo insieme i vari pezzi di vita e di biografia personale. In questo modo li immunizzeremo nei confronti di quelle esperienze social che possiamo chiamare “lo spezzatino”: cioè vedersi come un insieme di pezzi da montare e da smontare. E questo sia a livello psichico che somatico. Se siamo divisi dentro siamo più facilmente manipolabili. Colonizzabili.

Come fare tutto questo? Aiutandoli a cercarsi. Ecco il primo verbo che internet non offre: cercarsi per trovarsi, per identificarsi e in definitiva scegliersi. Internet può impedirti di sceglierti, perché la sua logica è che altri devono scegliere al posto tuo.

Come arginare questa seduzione-colonizzazione-manipolazione? Facendo maieutica. In questo contesto internet e lo smartphone ritornano ad essere un strumento e non più un ambiente. Ecco l’educatore è colui che introduce una distinzione, una rottura. Un interstizio. Un vuoto fecondo. Una pausa. Un intervallo. Aiuta i giovani a riprendersi  il tempo.  En nel tempo se stessi.

Al posto dell’unicità oggi nei social viene sostituita la scambiabilità e la fusione per essere pronti all’omologazione. Se non sei scambiabile non sei fruibile. Scatta il meccanismo dell’immedesimazione. Siamo, come sostiene il filosofo sudcoreano Byung Chul Han,  nella società dell’Uguale dove non ci si identifica per opposizione e per distinzione, ma per immedesimazione, per imitazione e fusione. In questo clima si finisce per non essere più se stessi. Non sono più io, ma finisco per essere quello che gli altri vogliono e si aspettano che io sia.

E per noi che vogliamo costruire spazi di comunione e di comunità, questa via è molto complicata, perché l’Uguale è informe in quanto gli manca la tensione dialettica. La vicinanza che si realizza è indifferente, e la massa che ne deriva è indifferenziata e informe. L’Uno dell’Uguale è l’Uno uniforme a cui manca la differenza. Esso realizza una unità insipida. Ecco l’esito della rete: renderci, Come dice Chul Han, «Altri uguali» o Uguali altri». «La proliferazione dell’Uguale è un “pieno dove non traspare che il vuoto». (continua….)