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 Chi non ha letto il brano evangelico di Marta e Maria nella versione di Luca (Lc 10,38-42)?

Il primo elemento che colpisce è vedere un Gesù che è sempre per strada. E’ esposto. Sembra un clochard. Un nomade, un senza fissa dimora. «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo» (Lc 9,58). Un Gesù che è in cammino e che è in cammino verso Gerusalemme. Accogliere Gesù è accogliere il suo cammino, mettendosi in cammino. Non è un’accoglienza statica, ma dinamica. Accogliere Gesù è accogliere la sua meta, il suo progetto di vita su di me, le sue sfide. E’ accogliere la logica della strada caratterizzata da provvisorietà, fiducia, distacco, povertà, abbandono, capacità di interagire con gli eventi e con gli imprevisti della vita. La strada indica la storia, luogo umano che diventa luogo divino.

Un secondo aspetto è vedere un Gesù che va per villaggi: Gesù ama le geografie di scarto, le geografie dimenticate. Non i luoghi del potere, del comando o della ricchezza. Lui stesso viene da un villaggio dimenticato come Betlemme, e rimane a vivere in città poco rilevante come Nazareth. Gesù preferisce le periferie. Nei villaggi non ci sono preferenze. Gesù è l’uomo di tutti. I villaggi sono luoghi aperti, crocevia di relazioni, di vissuti esistenziali dove ognuno si gioca la vita. Ogni volta che Gesù entra in un villaggio si rinnova il grande mistero della incarnazione.

Un terzo aspetto è oil fatto che in molte occasioni come questa le protagoniste sono le donne. A conferma del fatto che la storia della salvezza è un tempo che si gioca tra due donne: tra Eva e Maria. Ad accogliere Gesù infatti sono due donne, Marta e Maria. La donna, come sottolinea Massimo Recalcati è metafora è dell'attesa, dell'accoglienza e dell'ospitalità. Indica la pazienza nel tempo dell’incomprensione e della gestazione. Le donne sanno rendere case i luoghi. Riescono a far diventare i luoghi dell’indifferenza in luoghi di accoglienza. Sanno trasformare in dimore gli spazi neutri. Sono il grembo capace di accogliere la vita sia quando nasce che quando muore. Ogni volta che Gesù incontra una donna coglie l’occasione per elogiare in lei il lato femminile di Dio. In queste pagine vi è un elogio della femminilità che Dio ha voluto come polarità che indica apertura, fecondità, ospitalità, inclusione e accoglienza.

Il brano di Marta e Maria ci mette davanti due modi di accogliere Gesù. Marta accoglie Gesù per rifocillarlo, per sfamarlo. Maria lo accoglie per ascoltarlo. Tra le due Gesù pare che elogi più Maria che Marta. Eppure se vediamo bene, con i fatti Gesù apprezza il lavoro di Marta. Una cosa però non va bene: l’agitazione e l’ansia con cui Marta fa quello che fa. Gesù la rimprovera non perché fa e agisce, ma perché si preoccupa,  perdendo di vista l’essenziale. “Forse sono stata anche più furba degli altri, mi sono tenuta la parte migliore della vita. L'anima” (A. Merini).

A Marta manca la sobrietà. Forse perché eccede nel suo strafare e ciò accade perché vuole mettersi in mostra agli occhi di Gesù. Marta vuole fare colpo su Gesù. Ma così facendo si perde “la parte migliore”: cioè la Parola del Maestro che è il grembo del suo stesso fare. A Marta manca l’abbandono. E quindi l’ascolto. Marta è come noi oggi, ai quali, come a lei, manca l’ascolto.

Marta sovrappone il suo fare al fare e allo stare di e con Gesù. Lo stare è già un fare. Non è ancora tempo di fare, ma è tempo di ascoltare. L’ascolto è il tempo della gestazione delle proprie azioni. Momento in cui maturano le scelte. E’ il tempo del discepolato,nel quale il segreto che ti porti dentro comincia a prendere una forma che può avviare un processo di profondo cambiamento.

Marta non comprende che accogliere Gesù non è sovrapporsi a Lui. Non è fare qualcosa per Lui ma lasciare che sia Lui a fare qualcosa per noi. Maria al contrario si lascia modellare. Maria si spoglia di tutto. Fa il vuoto dentro e fuori. Per questo ascolta (aus-culta…cioè accoglie-dentro). Marta invece vuole incasellare Gesù nei suoi schemi. Fissa i tempi e le modalità. Si perde il meglio: la presenza mistica di Gesù e della sua Parola. Marta è la discepola dei fatti, Maria è la discepola dei significati.

L’atteggiamento di Maria viene elogiato da Gesù anche dal tipo di postura che ha scelto: sta seduta ad ascoltare. Nel vangelo la folla tutte le volte che ascolta si siede. Sedere ai piedi del Maestro e ascoltare. E’ un atteggiamento di abbandono. Maria rovescia la situazione iniziale: colei che accoglie ora viene accolta: “Venite o voi tutti che siete affaticati e d oppressi e io vi ristorerò”.

Marta non si siede. Sfugge. Non si ferma. Frappone ancora delle distanze. Gesù la vede e non la vede. Marta non ha tempo per le parole. A Marta interessano i fatti. E se ascolta lo fa in modo frammentato. Intermittente.

Un elogio per Marta però c’è. In riferimento a Marta il vangelo parla di servizio. Lei serviva. Ma emerge un difetto: al suo servizio manca la radice e la fonte. Manca la sorgente. Manca la persona stessa di Cristo: il suo cuore, i suoi occhi, la sua voce, la sua Parola. Il contatto con Lui. Un servizio senza radice prima o poi si inaridisce e si stanca. Marta rischia di non incontrare Gesù. Paradossalmente lo accoglie ma non lo incontra. Incontra se stessa. Ma in modo autoreferenziale. Per questo poi se la prende con la sorella. La rimprovera e chiede al maestro che interceda per lei.

Giudica gli altri a partire da quello che fa lei. Marta vuole tenere la scena. Mette se stessa al centro. Non si decentra. E fa questo perché si sente indispensabile. Tutto fare. E’incentrata su di sé. Pensa più a quello che ha il potere di dare lei agli altri, piuttosto che al potere che Gesù ha di donare qualcosa che lei non può dare. L’errore di Marta è che non sa ricevere. Comincia da sé. Vede un Gesù stanco bisognoso, sporco e affamato. Non vede un Gesù che invece è lì per sfamare. Non riconosce la propria fragilità. Si sente onnipotente. Risolutrice di problemi.

Marta rappresenta quello che Papa Francesco ha parlato del rischio del pragmatismo pastorale e del grigiore del fare.

Marta indica un amore sbagliato. Quell’amore che pretende di risolvere i problemi. Amare non è eliminare i problemi ma imparare ad accettarli e a  conviverci. All’amore di Marta manca l’esperienza della debolezza. E della sconfitta. Del fallimento. In amore vince chi perde. Marta invece vuole essere lei la misura dell’amore. Vuole amare Gesù con l’amore suo. Ma così facendo non si accorge del modo nuovo con il quale Gesù la vuole amare.

Maria invece capisce che si trova dinanzi ad un amore più grande del suo. Mai incontrato. Per questo è giunto il momento di sospendere tutto. Di fermare il tempo. Per questo cade estasiata ai piedi di Gesù. Mendica un amore che fino ad allora ha cercato altrove ma che mai è stato trovato. Prende coscienza che non ha nulla da dare ma tutto da ricevere. Accettando la debolezza del proprio amore riesce a fare spazio alla profondità e alla ricchezza di  un amore mai conosciuto. Vorrebbe amare Gesù con l’amore suo ma poi si arrende perché si accorge che Gesù le vuole donare un amore che ha come metro una misura smisurata. Sa che l’amore non comincia da lei ma da questo Maestro rivoluzionario.

Marta rappresenta il calcolo, Maria lo stupore. Marta la paura di non farcela, Maria l'abbandono fiducioso. Maria è incantata. Affascinata. Sedotta. Con Maria si realizza la sponsalità tra Dio e l’umanità. Maria rappresenta il popolo descritto da Osea che si lascia portare nel deserto.

Inoltre Marta e Maria rappresentano una vecchia dicotomia: quella tra essere e fare. Maria rappresenta l’essere, Marta il fare. A Maria interessa essere con Gesù, entrare in Lui. Maria ha capito che accogliere Gesù è lasciarsi accogliere da Lui, per lasciarsi trasfigurare. Il vangelo denuncia il fare che non ha alcuna radice nell’essere. Noi prima dobbiamo scegliere di essere e poi scegliere di fare.

Da ultimo, Maria rappresenta l’interiorità, Marta l’esteriorità. Marta si concentra sulle cose, su bisogni materiali, Maria si lascia trasportare dal desiderio e si concentra più sul cuore. Maria vuole essere cambiata dentro, Marta vuole mettere a posto le cose dal di fuori. Maria rappresenta il cristianesimo della lentezza, Marta quello della fretta. Maria rappresenta la rivoluzione interiore, invisibile e lenta, Marta invece è indice di una rivoluzione frettolosa, rumorosa, da esibire e da far vedere. 

Marta rappresenta quei cristiani che quando fanno qualcosa subito lo rinfacciano. Si mettono sul piedistallo. Si sentono migliori degli altri.

Resta a questo punto la grande domanda: azione o contemplazione? Don Tonino ha superato la diatriba dicendo che bisogna essere contemplattivi. (continua…..)

*Il presente testo è la prima parte della lectio che il prof. Illiceto ha tenuto il giorno 28 luglio ai giovani  della  Pastorale giovanile della diocesi di Taranto.