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 Il fenomeno “Samara Challenge” sta imperversando tra i giovanissimi. Anche nel nostro territorio. Addirittura qualche sera fa a Manfredonia si è vissuta una serata da incubo nelle zone del cimitero. Perché tale influenza? E’ solo emulazione o c’è dell’altro?

Anzitutto non bisogna generalizzare. Non tutti gli adolescenti sono assimilabili a tale comportamento. Certo però che il dilagare del fenomeno deve fare riflettere educatori e istituzioni. Quali i possibili motivi? Ci sono motivazioni generali legati al tipo di contesto socio-culturale tipico di questa fase liquida della postomodernità e fattori personali legate alle vicende esistenziali di ciascuno. Alcuni elementi comuni però possono essere individuati. Non è infatti la prima volta che gli adolescenti cadono in comportamenti di tal genere.

L’adolescenza, si sa, è l’età in cui si è più esposti a rischi di questo tipo. L’adolescenza è l’età in cui i ragazzi, perdendo l’aggancio con i genitori e con le varie forme di autorità, sono alla ricerca di nuovi legami e nuove forme di appartenenza, e quindi sono più facili da condizionare e da suggestionare. Bisogna dargli tempo per maturare un senso critico e capacità di discernimento e di scelta. Solo che da soli non ce la faranno mai ed è per tale motivo che bisogna affiancarli con relazioni educative che siano significative e orientative, affinchè sviluppino autonomia e senso di responsabilità.

Un primo elemento comune potrebbe essere individuato nel rapporto che gli adolescenti hanno con la morte. Scegliere di giocare con la morte è la conseguenza del fatto che non la si è mai incontrata davvero. In una società dove si muore da soli e dove spesso non si ha la percezione della morte reale allora ci si diverte a giocare con la morte virtuale. La morte, cacciata dalla porta, la si fa rientrare dalla finestra.

Un secondo elemento totalmente nuovo rispetto al passato è il “mito della visibilità” a tutti i costi. E sintomatico il fatto che ogni apparizione del fantasma debba essere filmato ed esibito. Ogni travestimento deve essere pubblicizzato. Internet e la logica di certi social usati mali stanno cominciando a dare i primi nefasti frutti. Si tratta del “mito della trasparenza” come l’ha chiamata il filosofo coreano di lingua tedesca Byung Chul Han. Il bisogno cioè di avere la consapevolezza di esistere solo se gli altri ti vedono. La necessità di dire agli altri “ci sono anche io”.

Samara è anche questo: un’opportunità per uscire dalla stanca normalità, dove, se nessuno si accorge di me, per diventare “qualcuno” sono disposto a trasformarmi in problema. E così, io che non costituivo una questione, divento il tema del giorno. Faccio notizia e finalmente si parla di me perché nessuno parla a me. 

E’ un modo sbagliato di soddisfare un bisogno vero: quello del riconoscimento affettivo e sociale. Tutti abbiamo bisogno di essere riconosciuti da qualcuno, ma per farlo non è detto che dobbiamo esibire tutto di noi o inscenare ruoli che non corrispondono alla nostra immagine reale. Nell’attuale società dell’esibizione sono gli adolescenti che più vengono sedotti da una facile messa in scena sociale e virtuale.

Agli adolescenti -  ma anche agli adulti -  manca la logica del nascondimento. Cioè il fatto che per essere se stessi non è necessario che tutti sappiano tutto di me. Si confonde  il valore di sé con i i “like” che riceviamo sui social. E allora tutti alla ricerca di qualcosa di sensazionale che possa rendermi più visibile di quanto lo sia nella realtà. Anche questa è una forma di potere che però ci fa pagare un caro prezzo nella vita reale: la perdita della nostra libertà. La libertà di essere noi stessi.

Per un adolescente fare paura, travestendosi da fantasma, offre una sensazione piacevolissima in quanto mette in scena, in forma delirante, un potere che nella realtà non si riesce ad avere. E’ un modo per fuggire dall’anonimato della vita ordinaria fatta di routine. Questo accade quando la vita non è più una scelta ma una sterile abitudine che si ripete senza sosta in modo noioso e arido. Quando manca la ricerca e non si ha tempo e spazio per le domande vere.

Ma avere il potere di fare paura è anche un modo per esorcizzare le proprie paure, per nascondere a se stessi e agli altri le proprie fragilità e le proprie incertezze. Non è solo la semplice maschera con cui si sperimenta la nuova identità che ancora non si ha la certezza di costruire, ma un vero e proprio rifiuto della realtà. Forse è anche un modo per recuperare un’immagine di sé messa alla prova dei primi fallimenti e dei primi confronti. E così vivo l’illusione che con la capacità di spaventare mi riprendo il mio io che mi è stato negato. 

E poi si tratta di un gioco, quasi un prolungamento della propria infanzia che inconsciamente non si vuole ancora abbandonare. Un modo per sospendere la realtà che esige fatica e impegno. Responsabilità ma anche fallibilità. Scelta e condivisione. Samara è il rifiuto della realtà in tutta la sua complessità. E’ il rifiuto di passare dal freudiano “principio del piacere” -  dove tutto il mondo gira ancora intorno a me -  al successivo “principio della realtà” -  dove sono io ad essere un pezzo di questo mondo che può girare anche senza di me.

Come prevenire questo fenomeno? La ricetta non ce l’ha nessuno. L’unico impegno sta nel nostro modo di educare. Nel nostro modo di relazionarci con gli adolescenti in cerca di riti di iniziazione che li introducano nella vita sociale adulta. Nel non lasciarli soli senza mediatori simbolici che siano significativi e orientativi, dei eri punti di riferimento critici e valoriali. Non lasciarli a se stessi. E soprattutto non evitare a tutti i costi che i nostri figli soffrano. Un genitore che evita al proprio figlio l’esperienza del dolore lo condanna ad un dolore più grande: che quando verrà il dolore non saprà affrontarlo. Il dolore evitato prima o poi verrà cercato in forme ludiche per essere affrontato e addomesticato.

Per fare questo ci vogliono adulti non tanto trasmettitori di contenuti preconfezionati ma adulti generativi, capaci di offrire significati che interroghino e mettano in gioco la loro libertà fino a scontrarsi con il dolore e con l’esperienza del limite. Bisogna, come dice lo psicanalista lacaniano M. Recalcati, fa incontrare il desiderio con la Legge.

Insomma. Samara è una metafora del nostro tempo liquido in cui la stessa genitorialità e adultità non sanno gestire i processi complessi dei grandi cambiamenti in atto. Samara è il sintomo di una società anonima e solitaria dove a farne le spese sono gli adolescenti i quali alla loro fragilità fisiologica, legata alla loro età, si aggiunge una fragilità che sta diventando patologica, imposta dalla banalità e dal vuoto imperante che come un tarlo spinge a fare cose e scelte altrettanto banali e vuote.