DALLA RIVOLTA ELETTORALE AGLI STATI GENERALI DEL SUD DEL 1° LUGLIO AL PARCO DELLA GRANCIA - Monte S. Angelo Notizie - ilgiornaledimonte.it

Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili. Per continuare la navigazione,  clicca sul pulsante per chiudere.

questo sito non fa raccolta dati degli utenti, pertanto non è soggetta al GDPR.

 EVENTUALI BANNER PRESENTI NEL SITO POTREBBERO FARE RACCOLTA DATI NON DIPENDENTI DA NOI. 

logo

  Il 3 maggio di quest’anno, la casa della Cultura di Milano ha organizzato l’incontro “Alle radici della rivolta elettorale del Mezzogiorno” con la relazione dell’economista pugliese Gianfranco Viesti e gli interventi di Ferruccio Cappelli, Enrico Finzi, Carmen Leccardi, Pietro Modiano, Mario Riccardi, Lorenzo Sacconi.

Gianfranco Viesti, noto docente di economia all’Università di Bari,ha da subito premesso che il suo obiettivo era quello di fornire elementi di riflessione e alcune tesi per una possibile e auspicabile discussione, sempre rinviata negli ultimi decenni.

Pochissimo spazio è stato dedicato dai media nazionali alla relazione dell’economista pugliese, evidentemente non gradita dagli ambienti che contano e che decidono.

La relazione di Viesti, è stata chiaramente ripartita in tre fasi:

  • Che cosa è successo nell’ultimo decennio dal punto di vista dello sviluppo territoriale italiano;
  • Perché i meridionali non hanno votato per il PD o per il governo uscente;
  • Perché hanno votato per i pentastellati.

Nell’ultimo decennio l’Italia, in forte declino, ha perso posizioni rispetto a diverse aree d’Europa, c’è stata un’ulteriore frattura tra il sud e il centro-nord, a livello demografico ed economico. Frattura che ha inciso profondamente sul piano dell’occupazione e del tenore di vita. Infatti, possiamo senz’altro aggiungere che mentre nel Nord la disoccupazione si è assestata a quasi il 7%, al Sud si aggira intorno al 20 % con punte impressionanti del 30% ad esempio in Capitanata, dove più di un giovane su due non lavora e non studia.

Viesti ha elencato i dati sui tassi di crescita dell’economia europea del XXI secolo, dove risulta evidente che l’Italia è cresciuta solo dell’ 1% contro il 23% dell’Unione Europea, il 18% dell’area euro, il 38% dell’area non euro, con i paesi dell’est che hanno fatto un balzo in avanti e i paesi del sud in caduta libera. Ma, all’interno dell’Italia, la differenza è sostanziale: il centro-nord al 3%, il sud a meno 7%. Un risultato disastroso: il Sud nell’ultimo decennio ha perso 10 punti di PIL.

Come spesso abbiamo denunciato da meridionalisti, precise e individuabili sono le scelte di politica governativa che hanno la responsabilità di questo disastro annunciato, ampiamente prevedibile, che ha portato il Mezzogiorno al limite della desertificazione sociale ed economica.

Nell’ultimo decennio, la differenza dei livelli di reddito interni all’Italia si è accentuata e ha colpito le fasce deboli e povere della popolazione, in particolare quelle residenti al Sud. Questo scenario economico, dovuto a scelte politiche che persistono dagli anni Novanta, ha avuto una forte influenza nell’espressione di voto dei meridionali: innanzitutto, ha spinto gli elettori potenzialmente astensionisti ad andare a votare contro il sistema; ha visto un forte travaso di voti dalla Sinistra, ma anche dalla Destra, verso il movimento 5S che ha ottenuto il 47% dei voti nelle regioni meridionali, non essendo stato ritenuto responsabile delle scelte governative che hanno determinato la percezione di quella che viene definita la grande assenza di futuro.

Secondo Viesti, i meridionali che non hanno votato per il PD hanno votato razionalmente, perché hanno vissuto sulla propria pelle gli effetti di alcune misure di politica economica: ad esempio, la manovra redistributiva del governo Renzi è stata molto più incisiva al Nord che al Sud, dove i veri poveri, i disoccupati, i lavoratori non dipendenti, non hanno usufruito di alcun beneficio.

In secondo luogo, anche la sanità del paese ha allargato una frattura già ampiamente esistente: nel Sud sono state ridotte le strutture sanitarie ed è stata minata la loro efficienza, tanto da ingigantire uno scandaloso ed enorme fenomeno di migrazione dei malati lungo la direttrice nord che ha comportato un flusso di denaro consistente a carico delle regioni meridionali e la giustificata richiesta di potenziamento delle strutture al nord.

Ma non sarebbe stato il caso di potenziare e rendere efficienti le strutture al sud per evitare l’indecoroso flusso migratorio di natura sanitaria?

No di certo, se le nuove politiche dell’ autonomia regionale a geometria variabile sono nei fatti impostate proprio a questo fine: ridurre i LEA, i livelli essenziali dell’assistenza alle regioni ritenute povere, contro ogni norma costituzionale.

Nel sistema universitario sono state adottate, non da oggi, politiche esplicite di smantellamento delle università del sud che anche in questo caso alimentano migrazioni studentesche e spostamento di risorse con danni ingenti per l’economia meridionale.

Inoltre, i fondi nazionali per la coesione interna sono stati decisamente ridotti, in particolare nell’ultima legislatura, visto che la spesa in conto capitale per il Mezzogiorno è scesa da circa 20 miliardi a pochi spiccioli. Lo stesso aumento ripetuto dell’IVA ha penalizzato soprattutto i poveri, che sono triplicati nel Mezzogiorno.

L’aver costretto poi regioni e comuni ad aumentare la tassazione locale ha comportato un ulteriore peggioramento del tenore di vita, essendo noto che il reddito familiare sia notevolmente inferiore proprio nel Mezzogiorno.

Risulta così ancor più evidente che i meridionali non hanno votato chi li ha costantemente ignorati con scelte politiche economiche che hanno fortemente penalizzato lo sviluppo e leso il diritto a sentirsi persino parte della nazione. È stata davvero la vendetta «dei luoghi che non contano» contro il vecchio sistema politico ritenuto giustamente responsabile, oppure, secondo un’altra espressione, l’autentica «rabbia dovuta all’umiliazione» di chi si sente a ragion veduta totalmente estraneo ai processi evolutivi di una società.

Impressionante, poi, come l’evoluzione negativa della società meridionale sia stata accompagnata da media nazionali, privati e pubblici, come rileva statisticamente il prof. Stefano Cristante, docente di sociologia dei processi comunicativi presso l’Università del Salento: il TG1 della RAI, ad esempio, negli ultimi 35 anni, ha dedicato solo il 9% delle notizie al Mezzogiorno, quasi solo per parlare di cronaca, criminalità, malasanità, meteo, mentre, Corriere della Sera e Repubblica, si occupavano quasi solo di metterne in rilievo i mali, ignorandone sistematicamente gli estesi e avanzati processi culturali nel mondo dell’arte, della musica, del cinema, della cultura in generale. Una convergenza perfetta, e sospetta, tra potere politico e media negli ultimi 25 anni.

Farebbero bene i politici, in particolare quelli eletti nel passato al Sud, a recitare il mea culpa.

Bene ha fatto, qualche giorno fa, la ministra per il Sud Barbara Lezzi, a dichiarare la precisa volontà del governo di stanziare, in finanziamenti statali, al Sud quanto gli spetta di diritto e che corrisponde semplicemente – nessuna elemosina - all’incidenza della popolazione residente:

«La quota del 34,5% era stata già prevista dal governo che ci ha preceduto, ma come mera indicazione di principio, e dunque senza alcuna garanzia concreta che la quota prevista venisse poi effettivamente erogata. Noi faremo in modo che il 34.5 non resti una dichiarazione di principio ma venga effettivamente implementato, ed esteso anche all’amministrazione pubblica allargata, come autostrade e ferrovie». È quanto avevamo chiesto con la nostra petizione «Agenda Sud 34%».

Mentre un altro segnale positivo è arrivato il 21 giugno dalla sede del Parlamento, quando un folto gruppo di deputati e senatori, firmatari della stessa petizione Agenda Sud 34%, hanno incontrato i movimenti meridionalisti, ribadendo la volontà di non tirarsi indietro rispetto all’impegno preso di tutelare i diritti all’equità e alle pari opportunità del Sud e proponendo l’istituzione di un tavolo permanente di confronto e di proposte.

Una proposta che è stata accolta calorosamente dai meridionalisti presenti, tanto che il 1° luglio, al Parco della Grancia di Brindisi di Montagna, in provincia di Potenza, sono stati convocati gli Stati generali del Sud. Un appuntamento per incontrarsi anche tra anime diverse, per parlarne e decidere congiuntamente. Forse è la volta buona, forse è l’ultima speranza. Che le tante, troppe, spesso variegate idee, diventino cammino comune.

Michele Eugenio Di Carlo