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Priamo della Quercia,  Gargano e il toro, sec. XV, Lucca, Pinacoteca

All’origine il culto micaelico garganico, in riferimento anche alle caratteristiche peculiari del culto in Asia Minore, in cui l’Arcangelo Michele appare come taumaturgo e patrono delle acque curative,   mantiene  le stesse caratteristiche e cioè come un culto essenzialmente naturale e risanatore, e  il pellegrinaggio che si sviluppa ha caratteristiche prettamente popolari, in quanto il culto,  così come in Oriente, è diffuso soprattutto negli strati sociali meno abbienti. Successivamente, con i Longobardi, acquista valenze prettamente guerriere, tanto che l’Arcangelo  diventa il  patrono della nazione longobarda. “I dati che se ne possono ricavare, afferma A. Petrucci,  sembrano dimostrare, infatti, che, almeno sino alla fine del X secolo, quello garganico fu un pellegrinaggio mantenuto prevalentemente nell’ambito della religiosità popolare e mosso da diversi, ma complementari, intenti: quello devozionale, quello genericamente penitenziale e quello tendente all’ottenimento di qualche grazia particolare: sia la purificazione dei peccati, sia il risanamento fisico erano ritenuti, infatti, effetti raggiungibili mediante la visita alla grotta miracolosa”. Tutto ciò si inquadra in quella società garganica  prettamente agricola, basata cioè su una economia di  base agro-pastorale, in cui la religiosità popolare di massa ha caratterizzato sempre la vita sociale, economica e politica delle genti meridionali. La presenza di culti pagani nella Daunia, da quello di Calcante a quello di Podalirio, da Giove Dodoneo a Giano, non sono altro che il risultato di una mitologia che ha alla base una stratificazione reale con l’economico e il naturale. Per esempio, il culto di Podalirio, con la facoltà di guarire con le acque dell’Alteno, da identificare, come abbiamo detto, nell’attuale torrente di Carbonara, non è altro che l’antico culto delle acque,  molto diffuso nei riti cultuali pagani e poi trasmesso, tramite il Battesimo, al culto cristiano. Così pure, molte analogie con il culto di Calcante, vedi l’incubatio e la presenza dell’acqua terapeutica (la Stilla),  le ritroviamo nel culto di S. Michele, in un perfetto sincretismo magico rituale. “Senza la stratificazione dei miti, afferma G. B. Bronzini, non si possono comprendere nel loro valore tutti gli elementi demologici del culto di San Michele”, il quale “eredita un po’ della gigantomachia dei vecchi culti soppiantati”. Ed è, inoltre, da riconoscere che S. Michele è il più adatto a sostituire quelle antiche divinità garganiche, in qualità di “princeps magnus” delle milizie angeliche, vincitore del diavolo, combattente vittorioso del drago. E lo stesso pellegrinaggio garganico si afferma e si sviluppa in una società prettamente agro-pastorale, non certo estranea a quel mondo greco-romano la cui religiosità si impernia soprattutto, come quella medievale, nelle visite agli oracoli e ai templi sacri.

Oggi le testimonianze del pellegrinaggio garganico, fra il VII e il IX secolo, sono i graffiti e le iscrizioni, longobarde e non, rinvenute nelle cripte altomedievali del santuario. Tali iscrizioni sono le testimonianze esatte e visive di un afflusso di pellegrini provenienti da ogni parte d’Europa, spinti da un unico intento che è quello devozionale e penitenziale. “La diversa origine di questi antroponimi, afferma C. Carletti, testimonia la dimensione europea che, già nel corso dei secoli VII-IX, aveva raggiunto il santuario garganico, verso il quale si dirigevano pellegrini provenienti non solo dal territorio italico, ma anche dall’area franca e dalle isole anglosassoni. L’insediamento cultuale micaelico, d’altra parte, veniva a trovarsi nella grande direttrice del pellegrinaggio altomedievale, che aveva come principali poli di attrazione Roma e Gerusalemme”.  Successivamente,  “tra la fine del X e la prima metà dell’XI secolo, in quel terribile periodo, cioè, che vide l’Italia meridionale sconvolta dal disfacimento dei principi longobardi, dalla ripresa e quindi dal rovescio definitivo della dominazione bizantina, dalla conquista normanna, infine, il santuario garganico venne assumendo un significato simbolico sempre più preciso. Esso appare, infatti, sia ai potenti che vi si recavano sempre più numerosi, sia alla mentalità comune, presso la quale l’immagine dell’arcangelo “imperator” si veniva definitivamente sostituendo a quella del nume delle forze naturali, come il luogo più adatto per ricevervi l’investitura del supremo potere sull’intera Italia meridionale continentale”.

Ma il pellegrinaggio garganico, ha avuto ed ha ancora oggi, altri significati e altre valenze, come quello sociale e quello culturale. A nessuno sfugge il ruolo sociale  del pellegrinaggio per l’apertura di nuove strade, di

Anonimo frescante,  Pellegrini al Gargano, sec. XIV, Sutri,
Santa Maria del Parto.

nuovi ospizi e per la creazione di nuovi mercati. Infatti, generalmente tutte le strade del pellegrinaggio, da quello di Santiago di Compostella, a quello della Via Francigena, presentano numerosi ospizi e ricoveri per pellegrini. ”Tradotta in termini antropologici, afferma G. B. Bronzini, la funzione del convento-ospizio va considerata come tappa e stazione che rinforza l’associazionismo tra i gruppi di pellegrini di diversa provenienza, non solo sul piano sociale, ma anche culturale, dando carica creativa alla loro devozione itinerante e promuovendo la loro interculturazione. Proprio queste soste convenzionali consentivano la comunicazione e la trasmissione culturale fra le compagnie, con la lievitazione di storie miracolate o richiedenti la grazia e l’esecuzione ed elaborazione di canti e inni religiosi. Una sorta di performance che il trovarsi insieme, allo stesso punto del viaggio, diretti al medesimo luogo, per uno stesso scopo devozionale, alimentava in senso comunitario”.

Infine è da evidenziare il carattere prettamente culturale che il pellegrinaggio ha avuto  nella nascita di quella che è stata la stagione d’oro dell’arte romanica. Infatti diversi studi, da quello di K. Porter, a quelli di È Mâle hanno evidenziato lo stretto rapporto fra l’arte romanica e il pellegrinaggio, specie dopo l’XI secolo, allorquando, in tutta Europa,    si manifesta una generale ripresa della vita sociale ed economica. È il momento in cui il mondo occidentale si riveste della “bianca veste di nuove chiese”, come scrive Rodolfo il Glabro. A questo proposito notevole è stata l’abilità costruttiva e lapidea degli artisti pugliesi nella elaborazione di elementi artistici provenienti dall’Oriente, dalla Terra Santa, dal mondo lombardo, dalla Borgogna e non ultimo dalla tradizione romanica locale. Il pellegrinaggio attua, tramite la sua carica vitale, quel movimento rigeneratore che si manifesta non solo nella creazione di nuovi centri spirituali, vedi chiese, santuari e monasteri, quanto nella creazione di una nuova arte europea, quale è l’arte romanica, il cui linguaggio si afferma proprio sulle strade del pellegrinaggio, lungo le tappe che portano ai santuari. “Intorno alle principali vie di pellegrinaggio, afferma il Ragghianti,  si irraggiavano capillari collegamenti con centri politici e conventuali, e su di esse scorreva un traffico misto, oltre ai pellegrini, di gruppi d’arme, di maestranze itineranti, di mercanti e contadini facenti capo a fiere annuali e mercati locali, nonché dei regolari che si spostavano da un convento all’altro, degli studenti e dei maestri, anch’essi spesso percorrenti, in tappe molteplici, i centri più rinomati...Tale complessa rete viaria e marittima, con le implicazioni di scambi e moltiplicazioni di esperienze di ogni genere, ma certo prevalentemente visive, veniva a costituire in effetti un tramite di irradiazione dei processi artistici e culturali svolti nei centri religiosi, costellanti le vie di comunicazione e oggetto di esperienze reciproche per gli artisti di linguaggi figurativi i più disparati”.  In questo senso la strada diventa, per tutto il Medioevo, una via culturale, i cui frammenti possono ancora essere ricomposti, sia nei centri di maggior importanza, sia nelle regioni più dimenticate, lontane dalle vie di traffico. “Il mondo medievale, afferma ancora il Ragghianti,  era in effetti caratterizzato da una straordinaria mobilità di gruppi etnici, militari, religiosi, mobilità che deve essere inquadrata in una rete viaria assai articolata, entro cui va colta esattamente la primaria funzione del Mediterraneo come tramite di rapporti culturali e politici, oltre che commerciali. Ricordiamo i rapporti reciproci tra le coste adriatiche e tra queste e l’area bizantina, e quelli tra l’area di cultura copta e di cultura islamica e l’Europa, cui si aggiungono quelli attraverso il mare del Nord con le terre scandinave. La rete viaria, estesa a cogliere le nuove esigenze legate a fatti storici e a fenomeni di culto, collegava i principali centri politici, ma anche i principali santuari, luoghi di culto e mete frequenti di pellegrinaggi, caratteristico fenomeno del “culto della pietà” che interessava tutti i livelli delle popolazioni. I percorsi tra i principali Luoghi Santi, come Gerusalemme, Roma, Santiago di Compostella, venivano in effetti a costituire una ineguagliabile fonte di esperienze visive, di incontri, di scambi di problematiche e di cognizioni. Nel loro percorso, che si intersecava con strade di accesso a santuari locali, e che moltiplicava i tracciati stradali, riattando i vecchi e aprendone di nuovi,  brulicava una umanità disparata per cui il pellegrinaggio, al di là del significato penitenziale ed escatologico, costituiva una esperienza eccezionale”. Tutto ciò crea le basi per l’unificazione dell’Europa medievale, che si caratterizza attraverso un’unica cultura e un’identica civiltà, e il pellegrinaggio, con i suoi itinerari, costituirà l’elemento unificante dei popoli europei, grazie a quel continuo “vagabondare”, foriero di nuove esperienze e di nuove conquiste sociali e culturali.

 GIUSEPPE PIEMONTESE
Società di Storia Patria per la Puglia