Il discorso sulla simbologia della montagna ci riporta al vero significato del culto di San Michele sul Gargano. Un termine, quello di Gargano, che ha in se un significato non solo simbolico, quanto antropico, in quanto sta a significare il termine originario di Monte Drion, così come nell’antichità veniva chiamato il Gargano. Infatti il toponimo Gargano deriverebbe da una radice illirica gar,  che significa "gola", "inghiottitoio di acqua", "cavità", "spelonca" o "mucchio di pietre", "altura". Esso viene

Monte Sant’Angelo: Grotta di San Michele.

ricordato in epoca classica,  in autori greci e latini, fra cui Virgilio ( Aen.,  X, 246-247), "Ille  urbem Argyripan patriae cognomine gentis / Victor Gargani condebat Iapygis agris). Inoltre di una località Gargano si fa menzione nella Misia, in Asia Minore, dove Stefano di Bisanzio ricorda due città l'una in Epiro, e l'altra in Italia. Quest'ultima era ubicata su un promontorio, appunto Monte Drion o Gargano, romanizzato poi in Garganus. Così come di un monte Gargara si parla in Servio,  (Aen, XI 246), il quale riferisce di una vetta della catena dell'Ida nella Misia (Frigia). Il culto micaelico nasce in una grotta e da qui si eleva verso l’uomo che ne serba il segreto e ne custodisce il Genius Loci. Un luogo che rappresenta la terra, ma nello stesso tempo il cielo, come sede della divinità, che acquista una dimensione umana  solo attraverso il luogo che custodisce il culto. Quindi il culto micaelico è un culto che ha origini dalla terra e quindi dalla roccia. Così come altri culti pagani  presenti sul Gargano, come il culto di Diomede nelle Isole Tremiti, il culto di Calcante e di Podalirio sulla Montagna Sacra del Gargano, il culto di Giove  Dodoneo su Monte Sacro in Mattinata,  il culto di Giano a San Giovanni Rotondo, hanno la loro origine all’interno delle caverne o delle grotte. Per esempio il culto di Calcante, probabilmente presente in età classica, secondo Strabone, era ubicato all’interno della grotta micaelica, Un culto in cui si praticava l’incubatio, il cui rito consisteva nel ricevere dal dio o chi per esso, la risposta salvifica ai propri mali. Un culto prettamente apotropaico e iatrico, che era legato alla Madre Terra e quindi alla roccia.  Il contenuto del racconto dell’Apparitio, un documento che racconta la nascita e la fondazione del culto micaelico, attraverso la sua leggenda, ci riporta in un ambiente del tutto agreste e quindi montano, dove la montagna diventa sacra attraverso le apparitiones del Santo, tanto da creare quel processo di territorializzazione del sacro e qunidi la nascita del santuario come luogo di culto e luogo di fede. Secondo Alessandro Lagioia l’Apparitio, sarebbe stata scritta verso la seconda metà del VII secolo, in base ad un processo di longobardizzazione del culto di San Michele e quindi al possesso materiale del santuario stesso, tanto da annullare qualsiasi riferimento al suo passato pre-longobardo, con tutto quel racconto mitologico e quindi apotropaico della Montagna Sacra. La discussione critica è sorta durante la presentazione del  volume sull’Apparitio, intitolato  La memoria agiografica di san Michele sul Gargano (Bibliotheca Michaelica, Edipuglia, Bari 2018), fra Alessandro Lagioia, curatore del volume e Marco Trotta, che nel 1994 e poi successivamente con altri saggi, si è interessato dei luoghi dell’Apparitio e della datazione della stessa. Alla base delle loro asserzioni sta la veridicità o meno della stratificazione storico-agiografica del testo dell’Apparitio. Ciò se l’autore anonimo di tale testo abbia tenuto presente il passaggio storico-culturale dei luoghi dell’Apparitio dal paganesimo al cristianesimo, in un processo di evidente sincretismo storico-iconografico ed iconologico. In altri termini il passaggio dal culto di San Michele dall’età bizantina all’età longobarda, al tempo in cui Grimoaldo I sconfisse nel 663 i Napoletani-Greci, grazie all’intervento dell’Arcangelo Michele. A tale proposito sappiamo che la leggenda garganica avviene al tempo del vescovo sipontino Lorenzo Maiorano (490-493) e che il pellegrinaggio alla grotta micaelica era già fiorente nel VI secolo con una sua struttura monumentale già visibile, su cui poi successivamente nel VII secolo i Longobardi ne completeranno l’opera. Alessandro Lagioia afferma che tale stratificazione non appare nel testo dell’Apparitio, scritta, secondo Lagioia, da

Lucano da Imola,  Il monte Gargano e la città di Siponto, 1550, Bergamo, San Michele al Pozzo Bianco.

un autore anonimo nella seconda metà del VII secolo e non fra l’VIII e il IX secolo, come si credeva fino ad allora. Secondo Lagioia l’Anonimo riporta solo la descrizione degli ambienti che i Longobardi costruirono al tempo di Grimoaldo I (647-671), di Romualdo I (663-687) e di Romualdo II (706-731), fino all’editto della Regina Ansa, moglie di Desiderio (756-774), che assicurava il passaggio dei pellegrini da Benevento fino al Gargano. Tutto questo lo si può dedurre dalla lettura delle iscrizioni latine trovate all’intero del santuario e precisamente: de donis dei et sancti archan / geli fiere iusse et

donavit / Romouald dux agere pietate  /  Gaidemari fecit (Spinto dalla devozione, per ringraziamento a Dio e al santo Arcangelo, il duca Romualdo volle che si realizzasse e ne fornì i mezzi. Gaidemari fece).

Marco Trotta afferma il contrario, in quanto, dal rilevamento topografico della caverna arcangelica al tempo dell’Apparitio (490-493), si è potuto  verificare la corrispondenza dei dati fisici ed archeologici con quelli letterari offerti dall’Anonimo dell’Apparitio, tanto da poter, oggi, individuare il primitivo ingresso settentrionale  del santuario bizantino nella cavità minore dell’antro (=ecclesia apodonia)che costituiva il primo nucleo monumentale del culto di S. Michele, ipotizzando così  la collocazione dell’altare con le impronte di S. Michele  nel punto più basso ed avanzato del corpo roccioso. In altre parole, secondo Marco Trotta, l’historia micaelica viene colta come  memoria fedele di una tradizione devozionale stratificata, che l’Anonimo ricostruisce attraverso luoghi già ai suoi tempi trasformati, e come realizzazione puntuale di un preciso tempo cultuale, il VI secolo, che si esprime con le prime fabbriche monumentali. Infatti, esse sono ben documentate nell’Appariti,  allorquando vi si legge: “et ecce longa porticus in aquilonem porrecta atque illam attingens ianuam, extra quam vestigia marmori diximus impressa; sed priusquam huc pervenias, apparet ad orientem basylica grandis, qua per gradus ascenditur. Haec cum ipso porticu suo quingentos fere homines capere vedebatur, altare venerandum rubroque contectum palliolo prope medium parientis meridiani ostendens” (Apparitio, 5, 4-9). È l’esatta descrizione degli ambienti sottostanti il pavimento dell’attuale chiesa-grotta, la cosiddetta navata angioina, costituiti da una galleria voltata, in origine porticata, lunga 40 metri, suddivisa in campate da archi trasversali e da un ambiente diviso in due navate, occupate rispettivamente da una scala ad andamento rettilineo e da una scala “tortuosa” che porta direttamente alla cripta C, che è l’ambiente più antico, a cui è legata l’origine stessa del culto micaelico; evidentemente la “longa porticus” di cui riferisce l’Apparitio esisteva prima ancora che sopraggiungessero i Longobardi, i quali solo successivamente avrebbero apportato alcune modifiche alle strutture del santuario. Essa si sviluppava sul lato settentrionale (in aquilonem porrecta), a valle della cavità maggiore, andando a raggiungere poi l’altare delle Impronte (Trotta 2003). Varcata la galleria porticata ci si immetteva nella cripta B che si estende dalla grande muraglia di sostegno della superiore facciata di prospetto della navata, fin sotto l’attuale coro della basilica e sotto i gradini dell’altare del sacramento. Più in alto, nella parte  est, vi era una più ampia e profonda cavità (=basylica grandis), che si addentrava nelle viscere del monte e dove si trovavano l’altare sul quale Michele avrebbe deposto il suo mantello e un vaso contenente acqua miracolosa. Alla grotta si accedeva dalla parte nord, attraverso

Musei Vaticano. Cesare Nebbia,  L’apparitione di San Michele sul monte Gargano (fine XV secolo).

una stretta fenditura nella roccia (=posterula pusilla), e da un varco australe che portava alla basylica grandis. Lo studio orografico della zona antistante all’imboccatura ha rilevato che, in età prelongobarda, antecedente quindi alla metà del VII secolo, quando fu scritta l’Apparitio longobarda, l’estensione del culto sull’intera superficie dello speco fu resa possibile con la costruzione di un lungo porticato (longa porticus)  che, superando una vasta depressione naturale, venne a collegare le due cavità, separate da un grosso setto di roccia. Su un arco della navata a pianta trapezoidale è stata trovata l’iscrizione di Pietro e Paolo, il cui significato ancora non ci è chiaro, ma che tuttavia dovrebbe appartenere ad “interventi di monumentalizzazione  della grotta anteriormente alla conquista longobarda, forse compiuto dai primi reggitori del santuario garganico”. Recentemente Marco Trotta ha scritto che “una recente indagine archeologica condotta nel santuario altomedievale di san Michele sul Gargano da un’équipe di studiosi dell’Università di Bari ha offerto risultati utili per una più precisa indicazione cronologica dell’insediamento del culto  garganico dell’Arcangelo. Nell’area dell’avancorpo della Caverna, che si apre al di sotto dell’artificiale piano pavimentale della Grotta odierna, sono stati individuati, difatti, elementi architettonici ed evidenze archeologiche che mostrano rapporti di anteriorità rispetto alle circostanti strutture”.

               Riferimenti bibliografici:

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                                                                          GIUSEPPE  PIEMONTESE
                                                                    Società di Storia Patria per la Puglia