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a cura del dott. Nicola di Bari
La lunga crisi iniziata nel 2007 ha aumentato disoccupazione, povertà e disuguaglianze economiche e sociali e sta mettendo a rischio la stessa coesione sociale soprattutto nella nostra terra che non riesce ad arginare il declino economico, sociale, demografico in cui si trova ormai da decenni.
La crisi ha cancellato di fatto la classe media impoverendola e ha fatto entrare nella soglia di povertà milioni di persone soprattutto al sud. Questa crisi ha colpito tutti, imprese, professioni e lavoratori e continuerà inesorabilmente se non vi si porrà rimedio. Questa crisi ha fatto venire meno la speranza e con essa la dignità di molti e, quando viene meno la dignità dei molti allora il rischio di tenuta della società è molto alto.
Se le categorie più povere della società attuale sono avvocati, architetti e commercialisti allora siamo entrati in un periodo di crisi strutturale profonda nel quale il guasto della nostra economia è molto forte e serio.
Non bisogna essere economisti per comprendere che la nostra terra ha perso quasi completamente tutta la sua struttura produttiva con il fallimento del contratto d’area di Manfredonia e con la crisi del mercato delle costruzioni pubblico e privato ( i due maggiori pilastri della nostra economia). Gli effetti devastanti sono stati un impoverimento generale al limite della sussistenza e della sopravvivenza che sta diventando ormai non più sostenibile e le cui conseguenze sulla tenuta sociale sono concrete soprattutto perché sono in scadenza gli strumenti di sostegno al reddito dei tanti che hanno perso il lavoro.
Il vero viaggio di rinascita e di riscatto a questa situazione non va ricercato nello scoprire nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi con cui guardare il nostro futuro. I nuovi occhi con cui guardare il nostro futuro è una nuova classe dirigente che abbia la visione del domani partendo da quello che siamo oggi e dalle risorse e riserve che disponiamo e che dobbiamo riuscire a renderle sfruttabili ed economicamente sostenibili in un mondo globalizzato, una classe dirigente che sappia qual è il modello di sviluppo economico e sociale da attuare e sappia organizzarlo con metodi e tecniche innovative.
Non c’è sviluppo economico e sociale senza una classe dirigente cha abbia doti di alta moralità e competenza e che sia riconosciuta come leadership dalla pubblica opinione e per dirla con Robert Putman la robustezza di un’economia dipende principalmente dal suo capitale sociale e dalle connessioni tra individui e reti sociali. Lo spirito comunitario produce capitale sociale in dosi massicce e questo spirito comunitario che dobbiamo ritrovare attraverso una nuova leadership fatta di etica e competenza.
La nostra comunità ha bisogno oggi come non mai di intelligenze in grado di guidare e che sappiano individuare le strategie utili allo sviluppo. Abbiamo bisogno di leader nel campo della politica, delle istituzioni, delle imprese, delle professioni e della formazione che sappiano fissare obiettivi, delineare strategie e formulare piani concreti di sviluppo che siano all’altezza della fiducia posta nei loro confronti. Avere fiducia significa essere convinti che chi è alla guida del bene pubblico crede in quello che dice e che la sua onestà sia dimostrata attraverso l’esempio.
Abbiamo bisogno di una classe dirigente che concepisca il proprio ruolo come responsabilità piuttosto che come presidio di prestigio e privilegio da sfruttare a proprio favore. Abbiamo bisogno di una classe dirigente che non tema la qualità e i successi di collaboratori e subordinati. Abbiamo bisogno di una classe dirigente che siano affiancati nel loro lavoro da persone capaci, indipendenti e sicuri di se. Abbiamo bisogno di una classe dirigente efficace che sappia che il loro principale compito è creare energie umane e visione, capaci di focalizzarsi su un impegno comune e condiviso che diano ai cittadini il senso della comunità basata sull’impegno sociale.
Senza cadere nella trappola del “di chi è la colpa” constatiamo semplicemente, misurandone i risultati, che la politica, le istituzioni, le professioni, l’attività imprenditoriale e la formazione non sono riusciti complessivamente a costruire un modello di sviluppo efficace e in grado di dare occupazione stabile e duratura.
Un nuovo percorso di crescita è possibile se a guidare le istituzioni pubbliche e private designiamo donne e uomini che mettano al centro del proprio lavoro l’uomo e i suoi bisogni, che abbiano come missione quella di attenuare le difficoltà e le sofferenze degli individui attraverso competenza, passione ed umanità. Non
usciremo dallo stato di crisi in cui siamo se come comunità non ci sentiremo rappresentati da una classe dirigente che non sia autoreferenziale e che abbia come unica preoccupazione quella di perpetuare la propria posizione di potere e di privilegio.
Continueremo a vedere sofferenze ed emarginazione se chi dovrà decidere e immaginare un futuro nuovo di crescita non è all’altezza della complessità di un mondo integrato e globalizzato dominato dall’innovazione.
Per dirla con Friendnich Nietzsche “Quando un popolo è politicamente malato, di solito ringiovanisce se stesso e ritrova, alla fine, lo spirito che aveva lentamente perduto per riscoprire e conservare la sua potenza. La civiltà deve le sue più alte conquiste proprio alle epoche di debolezza politica”.
Non c’è migliore citazione che quella di F. Nietzsche per avere consapevolezza che quando si è giunti al punto più basso, come è per la nostra terra e per il nostro Paese, bisogna ritrovare lo spirito che lentamente abbiamo perduto per riscoprire e ritrovare la nostra potenza.
Dove sono andati a finire i valori, la passione civile, la fiducia negli ideali, l’etica della politica e la partecipazione dei cittadini al bene comune? La sensazione che abbiamo tutti è quella che li abbiamo persi, vi è stata nel tempo una “strage” delle illusioni e uno “strazio” delle aspettative, che ci hanno portato verso un profondo decadimento etico e morale sfociato successivamente in quello economico e sociale.
La portata del declino rivela il suo volto più drammatico attraverso i dati dello spopolamento, dell’occupazione, della ricchezza prodotta e dalla composizione della popolazione che presenta un indice di vecchia altissimo nel quale la popolazione con più di 65 anni è quasi il doppio di quella dei giovani fino a14 anni. Un territorio e un Paese nel quale manca la gioventù è senza speranza e senza futuro.
Sono fra quelli preoccupati dalle prospettive di una stagnazione secolare, cioè di una persistente debolezza della spesa che rende molto più probabile il verificarsi di episodi in cui la politica economica non riesce a garantire un’occupazione accettabile nemmeno con i tassi a zero. Tra i fattori l’andamento demografico è un forte rallentamento della crescita della popolazione in età lavorativa e ciò significa meno incentivi a investire in fabbriche e altro ancora. Il problema demografico è quello che ha fatto entrare il Giappone, con la sua bassa fertilità e la sua grande ostilità all’immigrazione, in uno stato di stagnazione economica di un decennio prima rispetto a tutti gli altri. E come possiamo fare per rendere una stagnazione secolare ancora più problematica? Semplice, basta espellere centinaia di migliaia di giovani dalla forza lavoro stabile e futura.
La responsabilità è di noi tutti, poiché abbiamo assistito passivamente ad un imbarbarimento progressivo dell’etica pubblica e del vivere civile senza alcuna reazione civica e, a pagare il prezzo più alto sono stati i giovani, le donne e i più deboli poiché è stata la mancanza di lavoro l’effetto più devastante. Abbiamo perso la giovinezza delle nostre città e con essa la continuità nel progredire.
In altre parole, tutti abbiamo contribuito ad una mutazione culturale che ha di fatto cancellato dal lessico sociale l’etica della responsabilità individuale e collettiva.
E’ arrivato il momento che la comunità, quella migliore, si prenda cura della sua storia e della sua anima, così come i figli responsabili e riconoscenti si prendono cura dei propri genitori nel momento del bisogno.
E’ necessario ritrovare lo stato d’animo di vivere con la speranza e la certezza che si può ricominciare a progredire richiamando tutti alla responsabilità del fare. Si vince se si è consapevoli di poter fare insieme, lo stato d’animo è fondamentale per trovare soluzioni.
Da soli non si fa la storia, insieme si progetta e si costruisce il futuro, il primo degli strumenti è lo spirito giusto che a dirla con Calamandrei, “lo spirito è solo a condurre la storia”.
Ciò che dobbiamo sentire dentro di noi sono la dignità e la speranza, i valori più antichi, i valori più moderni.
Il futuro nostro, dei nostri figli, sta in noi, in tutti noi. Oggi il primo problema siamo noi, se non ci sarà un richiamo al senso di responsabilità singola e collettiva i giorni a venire si presenteranno ancor più drammatici. Non viviamo tempi facili, il mondo globalizzato ha reso tutto più complicato e complesso, la competizione non rispetta più nessun valore.
E’ l’ora dell’appello, ognuno deve contribuire con il suo bagaglio di esperienze, con le sue risorse, la sua professionalità e con lo spirito che il bene comune è l’essenza della vita è l’obiettivo principe e che la ricchezza prodotta deve trovare casa in tutti non è più tollerabile che sette persone miliardarie detengono la stessa ricchezza di 3,5 miliardi di persone.


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