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Il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, incontra le classi quinte degli istituti superiori di Monte Sant'Angelo

E’ stato ospite venerdì mattina nell’aula consiliare di Via Sant’Antonio Abate a Monte Sant’Angelo il procuratore nazionale antimafia, dottor Franco Roberti, che ha incontrato le classi quinte degli istituti superiori di Monte Sant’Angelo nella sala consiliare comunale (ex Comunità montana del Gargano) per parlare di legalità e contrasto alla criminalità organizzata che nella Regione Puglia, pur non essendo ancora un fenomeno completamente strutturale, negli ultimi 30-40 anni si è radicata in maniera assai forte. Oltre a Franco Roberti, nell’aula della ex Comunità montana erano presenti il procuratore distrettuale antimafia, dottor Giuseppe Gatti, il sindaco di Monte Sant’Angelo Pierpaolo d’Arienzo, il presidente dell’associazione Odissea, Felice Piemontese, il preside delle scuole superiori Francesco Di Palma, il rappresentante degli studenti, Pasquale Ciuffreda, moderati dal giornalista della Rai (TG3), Gianni Bianco. D’Arienzo, Piemontese e Ciuffreda hanno fatto gli onori di casa ringraziando gli illustri ospiti e gli studenti montanari (convenuti per l’occasione in buon numero) ammettendo che negli ultimi anni la mafia ha fatto passi da gigante e che per questo occorre rendere più efficaci le misure di contrasto alle illegalità anche grazie all’ausilio delle Forze dell’Ordine, elogiate esplicitamente dal sindaco d’Arienzo. Franco Roberti ha ammesso che era da molto tempo che desiderava venire sul Gargano per rafforzare l’azione di contrasto alle mafie locali in modo da ripristinare condizioni sufficienti di legalità puntando sulla collaborazione delle giovani generazioni nelle quali va riposta fiducia. “Giovanni Falcone – ha detto Roberti -  soleva dire che la mafia è un fenomeno umano e come ogni fenomeno umano ha un inizio e una fine, per cui anche la criminalità organizzata che negli ultimi anni si è sviluppata grandemente grazie al traffico di droga avrà un termine. La fiducia e la collaborazione dei cittadini è fondamentale nel combattere questi fenomeni criminali che fondano la loro forza sulla violenza, l’omertà e soprattutto la paura che ingenerano nelle popolazioni locali – ha detto Franco Roberti -. Il momento di svolta nella lotta alla mafia è stato il 1992 quando dopo le stragi che hanno riguardato Falcone, Borsellino e le loro scorte – ha spiegato Roberti – lo Stato si è dotato di nuovi strumenti normativi, fra cui anche misure più efficaci di repressione e prevenzione dei fenomeni criminali a livello internazionale grazie alle rogatorie per chiedere l’estradizione dall’estero e per seguire i traffici illegali di droga. La mafia è un fenomeno che si è andato sempre più globalizzando – ha detto Roberti -. La maggior parte dei proventi che entrano ad esempio nelle casse della Ndrangheta provengono dall’estero (l’80% per la precisione), mentre a livello locale la mafia che sta diventando sempre più feroce è quella della provincia di Foggia, definita la Quarta mafia”. Un capitolo a parte merita il discorso sui collaboratori di giustizia che sul Gargano ed in provincia di Foggia mancano del tutto perché qui è difficile rompere il muro dell’omertà e tentare di scalfire il silenzio in cui tutto è avvolto. Anche il Papa, è stato spiegato, negli ultimi giorni ha parlato della costruzione di una nuova coscienza civile che punti a vivere nella legalità per rispondere con la fede, il lavoro e la fiducia nelle istituzioni, al ricatto della violenza mafiosa che punta tutto sulla forza di intimidazione e sull’omertà, una parola sulla cui origine etimologica c’è assoluta incertezza ma che indica icasticamente la ramificazione dei rapporti fra adepti, quella che i giuristi chiamano affectio societatis. Le persone oneste devono però col loro comportamento quotidiano non sentirsi sole, fare rete ed opporsi anche tramite le associazioni antimafia collettivamente e duramente all’invasività dei fenomeni mafiosi come è accaduto col processo Medioevo a Foggia contro la mafia viestana, un processo a cui hanno partecipato in massa i cittadini onesti della città rivierasca pugliese, con pullman che sono partiti alle 5 di mattina dalla testa del promontorio garganico per raggiungere il capoluogo di provincia, Foggia, distante poco meno di cento chilometri. Qual è il ruolo delle donne, è stato chiesto. La risposta è stata che nella mafia foggiana le donne incitano i propri familiari a vendicarsi delle uccisioni subite e mai hanno costituito degli esempi di legalità collaborando con la giustizia. Essere familiari significa automaticamente nella Società foggiana sentirsi mafiosi. Ed è proprio nell’ambito dei contesti civili e sociali in cui nascono i fenomeni mafiosi che andrebbero creati gli anticorpi per rispondere con la legalità, il lavoro e la cultura, alla mafia. Ribellarsi alla mafia, come è stato possibile desumere dalle immagini di un servizio (mostrato agli studenti) di Gianni Bianco, moderatore dell’incontro, è sacrosanto e a questo servono le associazioni studentesche che devono fare rete e servirsi di relazioni sociali tali da combattere i fenomeni di illegalità presenti anche su piccola scala in una città come Monte Sant’Angelo. Il preside Francesco di Palma ha parlato della necessità di creare altre due associazioni studentesche (oltre a quella già presente) per assicurare le condizioni minime di vivibilità. Anche per Giuseppe Gatti (autore di un libro sull’argomento) procuratore distrettuale antimafia, è importante sentirsi parte di un “noi” collettivo che unisca le tante individualità della società e che opponga il sentire comune della gente onesta agli uomini della mafia. “Unire le forze per sconfiggere la mafia locale è possibile – ha concluso Roberti – magari facendo affidamento sul contributo di altri 6 o 7 investigatori di grosso rango”, una proposta, fatta, qualche giorno fa, a Manfredonia (dove ha ricevuto il premio Re Manfredi) da Nicola Gratteri, il pubblico ministero che combatte da decenni la ndrangheta.

Matteo Rinaldi