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 Nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne una riflessione di Michele Illiceto.

Un uomo che fa violenza ad una donna è un uomo che non sa misurarsi con la propria solitudine, con il proprio limite e con il proprio eventuale fallimento. E’ uomo che non ha mai incontrato l’altro della femminilità. Nel libro della Genesi (Gn 2,21) si racconta che la donna è venuta di notte, nell’ora del torpore maschile. In questo senso il femminile indica l’infinito. Uno sconfinamento che non si esaurisce mai. La donna è vertigine. E’ abisso. Ma il maschio che non sa contemplarla, non sopporta questa sottrazione. Tende a dominare e a controllare, e per questo quando non capisce il mistero che si trova davanti, ricorre alla violenza per diventare padrone di ciò che invece si sottrae.

Il vecchio e grande filosofo greco Eraclito agli inizi del pensiero occidentale diceva che “la vera natura delle cose ama celarsi” (Eraclito, fr. 123, Diels). Qual è la vera natura della donna. Qual è il significato profondo della femminilità?

Il femminile è un luogo in cui non siamo ancora entrati. Né maschi né femmine. Secoli di dominio maschile hanno impedito al femminile di esprimersi in tutta la sua profondità e bellezza, in tutto il suo fascino e anche in tutto il suo mistero. Il principio è mancato per secoli e ancora oggi ci manca. E la violenza sulle donne non solo rappresenta il sintomo più evidente di tale violenza, ma anche il tentativo subdolo che ne impedisce l’insorgenza.

Uccidere la mancanza del principio femminile è depauperare l’umanità di una delle due sue sponde, di una delle sue due sorgenti a cui attingere significati reconditi e insondabili del mistero umano. Senza il femminile l’umanità è monca. E’ ancora e sempre più povera. Il femminile per molti aspetti resta ancora sconosciuto, e lo è proprio laddove il chiacchiericcio da salotto tenta di evocarlo solo per sfruttarlo.

Il femminile più che conosciuto va ancor più riconosciuto. E le prime a fare questo devono essere proprio le donne ribellandosi ad ogni forma di manipolazione della loro identità e ad ogni forma di mercificazione della loro femminilità: da quella che investe  corpo fino a quella che oggettiva i loro sentimenti.

L’emancipazione che è avvenuta in questi ultimi anni, anche se è stata importante e foriera di grandi conquiste, tuttavia è stata un’emancipazione monca. Per certi aspetti essa ha riguardato solo aspetti esteriori. Ora è tempo di una emancipazione “interiore”. Le donne devono essere messe nella condizione di potersi riconoscere senza scimmiottare nessuno. Non devono guardarsi con gli occhi degli altri.

Tuttavia nn basta infatti conoscersi per essere se stessi. Per essere se stessi è necessario riconoscersi nella propria differenza oltre che nella propria identità. Riconoscersi è importante per non perdersi nei meandri della vita, nei momenti di passaggio da una stagione ad un’altra dell’esistenza. Per questo è anzitutto necessario cercarsi. Tutti ci cerchiamo. E cominciamo a farlo quando ci accorgiamo che non basta essere per esistere. Né basta semplicemente esistere per continuare ad essere. Noi abbiamo bisogno di significare l’essere che siamo. Dare, o trovare, un senso.

Tutto ciò nella consapevolezza che mai troveremo i confini della nostra anima: «Mai tu non troverai i confini della tua anima, per quanto vada innanzi, tanto profonda è il suo logos» (Eraclito, fr. 45, Diels) Perciò occorre scegliersi. E per farlo bisogna cercarsi. Bisogna, come faceva il filosofo cinico Diogene di Sinope, accendere una lanterna ed entrare nella piccola botte oscura del nostro esistere per imparare a cerca il mondo nascosto che ci portiamo dentro.

Bisogna cercarsi là dove ci siamo lasciati. Là dove ci hanno lasciati. Là dove ci hanno abbandonati. Là dove ci siamo separati da chi ci ha messi al mondo per cominciare ad esistere in modo autonomo. La conoscenza di sé non basta. Essa è ancora dicotomica. Infatti, l’io che conosce non sempre sa di essere l’io che viene conosciuto. Non riesco ancora a unire questi due aspetti del mio me stesso. Il ri-conoscersi invece mi permette di fare unità dentro di me. L’io che conosce e l’io conosciuto sono la stessa persona. Faccio unità e metto ordine dentro di me. Solo così posso evitare quel senso di estraneità che mi rende straniero a me stesso. E se sono estraneo a casa mia (dentro di me) chiunque può colonizzarmi. L’estraneità è la matrice di ogni forma di dipendenza. Chi invece si riconosce costruisce dentro di sé uno spazio interiore in cui non solo si sente a casa, ma riesce anche ad ospitare gli altri.

Ecco il ruolo del principio femminile: esso è la rivincita dell’interiorità sull’esteriorità. Infatti, se il maschile è più all’esterno, in superficie, ed è più facilmente reperibile. Se il loro mondo è più fruibile, a portata di mano, al contrario il femminile indica la profondità. Perché le donne il loro mondo lo hanno all’interno. Il loro corpo è un abisso. La loro geografia è più complessa. Ha infinite zone erogene che più ti portano in profondità più nascondono il mistero da cui tutto ciò proviene.

Il corpo femminile è costituito da una infinità di tasti e di registri che, se suonati bene tutti insieme, producono una sinfonia di cui pochi maschi sono all’altezza e che difficilmente riescono a udirne la melodia. Un pluriverso nel quale è difficile orientarsi e dove il più  delle volte ci si perde. Le donne stesse si perdono e non riescono a percorrere per intero le distanze scritte in questo corpo che nasce da un interno che si cela ad ogni sguardo che lo vuole possedere e che sfugge ad ogni presa e cattura. E se vi si perdono le donne, figuriamoci gli uomini!

Mentre per i maschi il mondo coincide con ciò che vedono (il voyeurismo infatti è tipicamente maschile), per le donne esso coincide con ciò che sentono. I maschi incontrano il mondo attraverso gli occhi, le donne attraverso l’orecchio. E l’orecchio è il prolungamento del grembo. L’occhio consuma ciò che vede nell’attimo in cui lo guarda, l’orecchio ospita ciò che ascolta. Lo lascia venire custodendo la lontananza e mai uccidendo la distanza. Lo lascia venire e lo lascia andare. L’occhio invece cattura e trattiene. Se i maschi dimostrano, le donne comprendono. Utilizzando due metafore del filosofo B. Pascal possiamo dire che se agli uomini si può attribuire l’esprit de geomètriè alle donne va riconosciuto l’esprit de finesse.

I maschi sono caratterizzati da una razionalità di tipo lineare, propria del calcolo che mira all’ordine e porre tutto in sequenza, nelle donne domina una razionalità di tipo circolare propria del cuore, il quale come diceva sempre Pascal “ha delle ragioni che la ragione non comprende”. Tutto questo è stato sempre interpretato come debolezza, quando invece, è al contrario il vero punto di forza che rende capaci di affrontare ogni tipo di situazione.

Il femminile inoltre è il principio che ci richiama l’esperienza della perdita come esperienza che fa parte della vita. Non la perdita di chi perde ma la perdita di chi non cattura e sa vivere il distacco. Il femminile indica le infinite fessure attraverso cui il mondo entra ed esce senza che ne diventiamo padroni. Indica la capacità di vivere il senso della sorpresa, perchè la donna come dice M. Recalcati è metafora dell’attesa.

Al maschio invece compete il controllo e il disporre. I poteri che tali pratiche generano piuttosto che aiutare costituiscono un ostacolo. Le donne non dovrebbero invidiare il potere dei maschi, ma rendere inutile il bisogno di averlo. Perché il potere non è il compimento della libertà, ma la sua fossilizzazione e la sua atrofia.

La Bibbia ci racconta che quando Eva viene creata, Adamo dorme.  Non è padrone di nulla. Ogni pretesa è deposta. Non c’è posto per la pretesa. Ma solo per la sorpresa. Nel sonno di Adamo Dio attraverso la donna seppellisce ogni forma di violenza. Con Eva Dio istituisce la deponenza. Non il porre, né l’imporre, ma il deporre. La donna introduce la deposizione quale scardinamento dell’imposizione. Deposizione divina che nel volto di Eva si fa umana.

Se il maschio disperde (il seme), la donna raccoglie. Raccoglie perché “si” raccoglie. Mondo raccolto nel suo mondo. Luogo di raccoglimento per antonomasia, la donna indica l’interiorità. Raccolta è pronta ad accogliere. Essa che è grembo sa tenere in grembo.

Metafora dell’intimità, la donna ricorda anche al maschio da dove viene: e cioè da un grembo in cui anche lui deve sapersi raccogliere. Ricordare che anche lui ha una interiorità dove cercarsi. La donna ricorda al maschio che dentro di sé (e nell’altro) si entra nudi. A piedi scalzi. Nella nudità di sé si disegna una accoglienza senza misura. E così il femminile indica la dismisura che abbatte ogni confine costruito da calcoli maschili ispirati al potere.

Per questo il femminile indica la forza della tenerezza che è forza che si spoglia. Forza che disarma, perché si fa accoglienza e ospitalità al di là di ogni rifiuto. Per tale ragione se il maschio segue la logica della competizione perché stupidamente si illude che il fine sia “vincere”, la donna al contrario sceglie la via della cooperazione, perché nella sua saggezza lei sa che lo scopo non è vincere ma generare.

E lei sa – e solo lei lo sa - che si genera solo nella perdita. Non la perdita dell’abbandono, ma la perdita del dono. E in un mondo come il nostro in cui non si sa perdere, non si cresce, rimanendo laddove si è. Dove si è senza mai davvero essere.

Ed è tutta qui la rivoluzione del femminile: trasformare l’abbandono in dono. 


Officina Creativa