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Serata dedicata interamente, quella organizzata dall’ARCI venerdì  5 gennaio nella sala delle Clarisse (per la serie biografie di eroi non eroi con la relazione del ricercatore universitario Carmelo Mazza), al problema dell’integrazione razziale dei neri d’America nella seconda metà del Novecento, in cui sulla scena politica degli USA fece la sua comparsa Malcolm X, discusso personaggio pubblico (paladino degli afroamericani), convertitosi alla fede islamica già in giovane età, quando cominciò ad occuparsi del problema dell’integrazione razziale dei neri, da un punto di vista molto particolare, che lo porterà a diventare uno dei massimi esponenti della lotta in senso violento e sovversivo della classe subalterna contro la classe dominante (direbbe Karl Marx) dei bianchi che in America spesso non amavano essere messi sullo stesso piano degli afroamericani nei confronti dei quali vigevano leggi speciali anche dopo il proclama d’emancipazione del repubblicano Abraham Lincoln, assassinato da un fanatico sudista subito dopo la fine della Guerra di Secessione.  “Malcolm X – ha detto Carmelo Mazza ricercatore universitario, cui, venerdì sera, nell’incontro classico della serie “biografie di eroi non eroi”, è stato affidato il compito di relazionare sul tema, davanti ad un nutrito pubblico - proveniva da una famiglia povera anche per via della morte del padre, tutte circostanze, come quella della prigionia in carcere, che lo portarono a diventare musulmano e ad aderire a National Islam, l’organizzazione che raccoglieva quei neri d’America che ritenevano di appartenere, già prima della deportazione schiavistica dall’Africa, alla religione islamica. Il predicatore Malcolm X riteneva che la società americana dovesse essere divisa tra chi aveva una propria identità definita (i bianchi) e chi invece non l’aveva (i neri) – ha detto Mazza - una condizione che doveva portare necessariamente al riconoscimento di consapevolezza della propria identità perché secondo Malcolm X i bianchi e i neri erano due razze destinate comunque a vivere separatamente”. Da molti, però, forse per il richiamo alla violenza, negli Stati Uniti, il senso della battaglia di Malcolm X non venne compreso; per l’FBI  egli era solo un comunista psicopatico, ma tanta era la gente che lo seguiva e che ascoltava le sue prediche. “I diritti e le libertà – ha spiegato Mazza - per Malcolm X andavano conquistate, bisognava prendersele e non aspettare che fossero concesse”. Intanto nella prima metà degli anni sessanta gli USA venivano attraversati da una forte ondata di violenza che portò all’uccisione di John Fitzgerald Kennedy, un assassinio che secondo Malcolm X era figlio della violenza dei bianchi WASP (White Anglosaxon Puritans). In quegli anni Malcolm X compie un pellegrinaggio alla Mecca da cui uscirà trasformato perché, al ritorno, dopo aver consolidato la sua fede islamica, cominciò a predicare che i bianchi e i neri potessero davvero vivere fianco a fianco e che non ci fosse differenza fra neri, bianchi e  rossi, l’integrazione razziale piena era possibile. “Ma la National Islamic, l’associazione cui faceva parte Malcolm X prima del viaggio alla Mecca - ha infine rivelato Mazza - minacciò ritorsioni a tal punto che il 21 febbraio 1965, Malcolm X fu ucciso”. “It’s a long way coming”, l’avevamo atteso per tanto tempo, i versi iniziali di una canzone che forse alludeva proprio a Malcolm X , una canzone in voga nella prima metà degli anni sessanta che intendeva rispondere alle domande di Bob Dylan nella sua ballata “blowing in the wind”. Con quei versi Barack Obama, il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti i cominciò il suo discorso pubblico dopo la sua elezione; i tempi erano davvero cambiati.

Matteo Rinaldi

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