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 Sull'agricoltura di Ischitella l’abate Giovanni Longano, molisano di Ripalimosani, si era tenuto sul vago, menzionandone gli uliveti, mentre l’altro grande molisano, Giuseppe Maria Galanti di Santa Croce di Morcone, l'anno seguente, il 1791, vi aveva inserito la coltivazione di carrube.

Longano aveva peraltro sostenuto che le «furiose» cesinazioni eseguite dopo il 1764, pur avendo esteso la produzione cerealicola, avevano provocato persino la mancanza di legna da ardere a disposizione della popolazione[1]. E queste affermazioni non potevano che diventare l’ennesimo pretesto per un' ulteriore critica all'abate, poiché per il frate di Vico, Michelangelo Manicone, si trattava di un errore imperdonabile: erano i limitrofi vichesi a non avere più legna da ardere. Ad Ischitella, invece, l'autorità pubblica si era opposta vigorosamente a tutti i tentativi di disboscare, in particolare, i preziosi boschi di «Ischio», da cui prendeva persino il nome la cittadina.

Forse  risale a questa circostanza del Settecento il fatto che risalendo all’attualità possiamo considerare che Carpino e Ischitella hanno saputo proteggere i loro splendidi faggi e  lecci con una riserva naturale biogenetica statale di 300 ettari, attraversata dal torrente Romondato, distesa in direzione del lago di Varano, ricca di una fauna prevalente di caprioli,  gatti selvatici, ghiri, faine, tassi, volpi, lepri, cinghiali.

Secondo l'opinione del frate, intesa a sminuire il valore delle relazioni dell'abate mettendo in dubbio la sua presenza fisica e, quindi, la sua conoscenza diretta del territorio, il «visitatore» Longano era stato «mal servito da' suoi corrispondenti». Infine, con pungenti e, persino untuose modulazioni dialettiche, tra l'ironico e il sarcastico, aggiungeva:

«Ma pur troppo ciascuno è soggetto a scrivere delle cose poco esatte: ed io credo di rendere un vero servigio a Longano non meno che a' Leggitori di lui, avvertendolo di quando in quando d'alcuni errori di fatto. Così vi fosse chi lo correggesse anche nel suo Viaggio per lo Contado di Molise! I viaggi di lui allora diverebbon utili»[2].

Non siamo forse già alla stroncatura mirata delle relazioni dell'abate Longano?

Relazioni che avevano l'intento dichiarato di informare i potenti e ben noti componenti del «Supremo Consiglio d'Azienda» – nel 1790, quando viene presentata la relazione sulla Capitanata, erano i Segretari di Stato Carlo De Marco e Giovanni Acton, il Direttore Ferdinando Corradini,  i consiglieri Michele Loffredo (principe di Migliano), Filippo Mazzocchi, Giuseppe Palmieri e il cavaliere Cotronchi – delle condizioni sociali ed economiche della provincia a cui il re borbone Ferdinando IV sembrava tenere particolarmente.

Sulla Capitanata, era stato lo stesso abate, nel presentare la sua nota relazione a Napoli il 6 ottobre 1790, a chiarire che si trattava «non già un quadro finito della Provincia, ma si bene un bozzo di quella», dal quale, in ogni caso, sarebbe stato possibile considerare «quanto la natura abbia favorito questa Provincia, e quanto sia grande lo sforzo di chi l'abita nel mettere in valore le sue feracissime terre. Che anzi io porto parere, che praticati alcuni pochi regolamenti, in brievissimo tempo, atteso il vostro glorioso zelo, potrà la Capitanata divenire una delle più prospere Provincie del Regno»[3].

Messa da parte la polemica, resta la constatazione che per una lettura compiuta e minuziosa dello stato dell'agricoltura di Ischitella occorra necessariamente riandare agli scritti di Manicone, poiché non solo tratteggiano in maniera pertinente le attività che vi si svolgevano, ma ne analizzano razionalmente i punti deboli non mancando di individuare, con un atteggiamento efficace, le più ragionevoli soluzioni:

«Lungi da Ischitella un miglio a Nord-Ovest evvi un piano, largo miglia 4 circa e lungo circa sei miglia. Siffatto piano è diviso in tre parti. La più grande è quella che è popolata di alberi di ulivi; la meno grande della prima è destinata alle semine del frumento, delle biade, dei legumi, e del limone; e la parte più piccola è coperta di vigne».

Nella parte terminale di quell'orizzonte incantevole, descritto in maniera tanto mirabile da rendere ancora possibile immaginare nei dettagli quel paesaggio agreste di fine Settecento, e confrontarlo con quello odierno, vi era il «piano di Varano», posto ai limiti del lago omonimo. Gli ischitellani vi coltivavano del grano non  sufficiente all'autoconsumo, tanto da essere costretti ad importarlo da Carpino e dal Tavoliere, mentre sarebbe stato auspicabile mettere a coltura i numerosi terreni incolti di quell'area, invece di dedicarsi alla pesca e al gioco[4].

I vigneti di Ischitella non erano tali da soddisfare il fabbisogno di una popolazione di circa 3000 anime, tanto che era Vico a rifornire di vino la cittadina. Le colline situate a  nord-ovest dell'abitato, esposte a sud e ricoperte di cespugli e arbusti infruttiferi, presentavano le condizioni pedo-climatiche ottimali per impiantare vigne, invece i vigneti di Ischitella erano situati in vallecole umide e ombrose e producevano un vino «snervatello», poco apprezzato e scarsamente alcolico.

La maggior rendita di Ischitella proveniva dalla produzione di olio che, come gli agrumi, veniva esportato anche all'estero grazie alla marineria di Rodi. Nonostante Manicone lamentasse l'incuria in cui versavano gli ulivi, folti, alti, pieni di rami non fruttiferi rivestiti di licheni e muschi che, impedendo la penetrazione della luce e la circolazione dell'aria, generavano una scarsa fioritura. Mentre sarebbe stato necessario eliminare costantemente polloni e succhioni, tagliare i rami secchi, eliminare con la «slupatura» le carie che si propagavano attraverso le vie linfatiche anche grazie all'umidità e alla scarsa luce.

 E lo scienziato, sempre pronto alla battuta, conscio che i suoi enormi meriti non sarebbero stati apprezzati, ribadiva puntigliosamente:

«Tali sono i georgici miei documenti relativamente agli ulivi di qua. So che alcuni de' proprietarj Ischitellani gli leggeranno, e gli osserveranno; so che molti gli leggeranno senza osservargli; e mi duole assaissimo, che il numero maggiore né gli leggerà, né gli osserverà»[5].

Michele Eugenio Di Carlo