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 E’ ormai da molto tempo che si va consolidando una certa abitudine presso i genitori, specialmente presso le madri, che è quella di chiamare i propri figli con l’appellativo “amore” senza più pronunciare il proprio nome. Che sta succedendo?

Sicuramente è un modo con cui le madri vogliono dire a se stesse che in fondo sono delle brave madri. Misurano la tenuta della propria maternità con l’uso inflazionato della parola “amore”. Qualcuna forse lo fa anche per farsi perdonare inconsciamente qualche piccola negligenza nei confronti del figlio. Vivono la convinzione che chiamare il figlio “amore” sia una conferma che davvero lo amano. E’ un modo inconscio per rassicurarsi e avere maggiori certezze sul proprio ruolo genitoriale.

Oppure  - sempre inconsciamente – potrebbe essere un modo per rifiutare che quel bambino sia altro da loro, che possa avere una propria identità, una propria corporeità, una  propria geografia. Chiamarlo “amore” è come dire “tu sei perché ci sono io che ti amo”. E’ un modo ( a dire il vero molto narcisistico) con cui molte madri vogliono essere rassicurate e gratificate. Sentirsi a posto.

Eppure non è così. Il nome ha un ruolo molto importante. Noi siamo il nome che portiamo. Cominciano dal nome. 

Infatti si nasce dalla carne ma si rinasce dal proprio nome. Per una madre e un padre pronunciare il nome è attuare una forma di primo riconoscimento nei confronti del proprio figlio. Nominare è accogliere, raccogliere, riconoscere, ospitare. Tirare fuori l’altro dalla zona neutra dell’indifferenziato.

Ogni volta che viene pronunciato il proprio nome il bambino esce dal luogo indistinto della propria nascita. Non è un essere gettato nel mondo come ha detto il filosofo Heidegger. E rinasce ogni volta cominciando dall’accettare di identificarsi con quel suono al quale cerca anche di rispondere con i primi movimenti del suo corpo. 

Nel buio della notte il nome rompe il silenzio dell’abbandono e accende una luce che comincia dare calore e senso al proprio esservi.    

Perfino Dio nell’A.T. chiama i profeti per nome. A Isaia dice “Ho disegnato il tuo nome sul palmo della mia mano” (Is 49,16). Quando chiama qualcuno, come Samuele, pronuncia per ben tre volte il suo  nome (1 Sam 3, 1-10). Anzi chiama per nome anche le stesse: “Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome” (Sal 147,4).

Nominare è introdurre la differenza, creare la scena della distinzione. Dare al figlio il permesso di rompere la fusione con la madre. Dargli il permesso di essere diverso. Non essere come la madre. Prendere atto che è ormai fuori. Non è più nel grembo. Ma nel mondo. Attraverso l’atto del nominare il bambino si percepisce come altro. Altro dalla madre. Altro da tutto il resto. Avrà un nome in cui cercarsi. Dovrà lottare per non farselo rubare. O cancellare. Non dovrà permettere a nessuno che venga sostituito da altro. Da numeri.

Grazie al nome comincia a distinguersi dagli oggetti. Il nome indica che egli è particolare, unico, insostituibile, inassimilabile. E’ una persona. Ha un volto. Un corpo. E’ atteso, ma anche separato.  E’ amato ma anche consegnato.

Chiamare il proprio figlio per nome è amarlo senza renderlo prigioniero delle mie paure. Della paura di perderlo, o del fatto che possa non essere come vorrei che fosse.

Con l’atto del nominare la madre rinvia il bambino al proprio sé. Progressivamente lo responsabilizza, mettendolo di fronte a ciò che è e a ciò che ha da essere. A ciò che ancora non è e che sarà solo grazie a se medesimo. Nominandolo lo consegna a se stesso. Gli chiede di prendersi in custodia: “Abbi cura del tuo nome, in esso c’è tutta la tua dignità”.

Nominarlo è fargli capire che il nome gli farà compagnia anche quando i suoi genitori non saranno più al suo fianco. Andrà via con il proprio nome. E io  - madre e padre - sarò con lui non più fisicamente ma simbolicamente. Perché il nome renderà presenti gli assenti. Porterà scritto dentro di sé il legame che lo ha tenuto unito a me: legame che sopravivrà  al di là di ogni distanza, di ogni lontananza.

Dare il nome è restituire il figlio alla propria libertà. Al proprio cominciamento Abituarlo ad affrontare la vita senza di me. Cominciare a perderlo nella certezza che gli ho dato un riparo: il riparo di avere un nome. In quel nome non mi perderà ma mi ritroverà ogni volta che ritornerà sui suoi passi.

Lì è scritto il debito che lo tiene unito a me. Ma anche il confine oltre il quale io non potrò più entrare senza che lui lo voglia. Nel suo nome scriverà i suoi segreti, i suoi progetti, i suoi fallimenti. Ma anche le sue conquiste. Il nome sarà ancora nei periodi di burrasca, barca sicura per navigare senza naufragare. Il nome protegge e allo stesso tempo espone. 

Nome  e volto. Nome e corpo, Nome e storia. Nome  fragilità Nome  e libertà. Tutti registri che hanno bisogno di essere intessuti insieme e che per farlo per cucire ci vuole un avita intera. E questa vita comincia da mia madre e da mio padre che mi hanno chiamato per nome.

Se rendiamo deserti i nomi che fine faranno i volti? Che fine faranno  i legami? Che fine farà la distinzione e la differenza? Che fine farà il riconoscimento? Si può restare soli con il proprio nome e non essere soli, mentre si può essere in compagnia di tanti e aver perso il proprio nome e sentirsi davvero soli.

Il nome: la prima traccia in cui siamo inseriti dopo la nascita. Il primo suono che ci ha accolti e riconosciuti. E allo stesso tempo l’ultima traccia che di noi lascerà il ricordo che sopravvivrà anche alla stessa morte, quando sulla nostra lapide esso renderà eterno quel poco di tempo che siamo passati su questa terra. 

L'amore si dà e non si dice. I nomi dopo averli dati, si dicono.