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NOVEMBRE IL MESE DEI MORTI

 Novembre è il mese dei morti dice Guccini in una sua famosa canzone intitolata “Canzone dei 12 mesi”. Occasione per fermarsi e riflettere su senso del morire che è anche riflettere sul senso del vivere. La vita è anche una vita che fa esperienza della perdita e dei lutti.

Nessuno incontrerà la propria morte. Almeno direttamente. Il primo incontro con la morte noi lo viviamo attraverso il morire degli altri, di un altro. Jankélévitch parla di tre tipi di morte. Innanzitutto c’è la morte alla terza persona:  “Per il medico, la morte diventa molto rapidamente qualcosa di banale. Un morto è presto sostituito…Tutti sono sostituibili: qualcuno scompare, un altro occupa il suo posto. Si tratta della morte alla terza persona: la morte di uno qualsiasi…E’ la morte senza mistero”.

In secondo luogo c’è la morte alla prima persona: “Per quanto riguarda invece la morte alla prima persona, vale a dire la mia, ebbene non posso parlarne, proprio perché si tratta della mia. Ne porto il segreto – se segreto v’è – nella tomba”.

Infine c’è la morte alla seconda persona: “Non resta che la morte alla seconda persona, la morte di un congiunto…E’ quella che più assomiglia alla mia, senza essere la mia, ma senza essere neppure la morte impersonale e anonima del fenomeno sociale. E’ un altro da me…Dopo, non resta che la mia morte”.

La morte si dà a noi sempre come morte degli altri. Quella morte incontrata negli altri sarà anche la morte che un giorno attraverserà la porta di ogni mia attesa. Se la mia morte si dà attraverso la morte altrui, allora la morte altrui diventa anche la mia morte. “La tua morte è collettiva” ha scritto una volta E. Jabès.

E’ come se, andando via, l’altro si portasse dietro una parte di me. In ogni uomo che muore, ognuno di noi è come se vivesse, per certi aspetti, la propria morte. O, almeno, la morte di una parte di sé. Muore l’altro, e ciò significa anche che muore l’altro in noi, muore quella parte di noi destinata all’altro, parte che avremmo potuto donargli, e che invece abbiamo tenuta per noi. Muore quella parte di noi che era per l’altro.

Se così stanno le cose allora ne deriva che prima che la propria morte, ognuno deve imparare a vivere la morte dell’altro. Solo imparando a vivere la morte dell’altro, forse ognuno potrà imparare a vivere la propria mote prima che essa di fatto venga.

Ma questo sarà possibile solo se l’altro troverà, prima della sua stessa morte, spazio in noi. La morte rivela che il mio essere non è solo un essere-con (il Mit-Sein di Heidegger). Essa rivela anche il mio essere-per gli altri.

La psicanalisi ci ha insegnato che impariamo la paura della nostra morte dalla paura della morte altrui. In fondo, nella morte dell’altro, ognuno piange la propria morte. Io penso invece che l’esperire la propria morte tramite il morire dell’altro sia dovuto al fatto che nella morte altrui è l’altro che muore in noi, perché io ero per lui. Ogni altro che muore, non muore fuori di me, ma muore dentro di me, anticipando nella sua morte la mia morte. Morendo lui, una parte di me muore con lui.

Il vuoto che egli lascia, mi dice ora che non c’è più, che non solo lui era per me, ma ancor più che io ero per lui. E così, più che la nascita, è la morte che mi rivela il fatto che io e lui eravamo fatti l’un per l’altro. La morte mi rivela l’altro come l’altra parte di me. Per questo motivo forse, come ha scriutto P. Ariès, “La morte temuta non è dunque la propria morte, ma la morte dell’altro, la morte del tu”. L’altro che muore è il mio tu.

Questo significa che come tra me e la mia nascita (cioè a dire tra me e me) c’è un altro, così anche tra me e la mia morte c’è un altro. Ma è pur vero che tra me e l’altro c’è ora la mia e la sua morte. Viene da chiedersi: è più forte la morte,l a quale spazza via ogni forma di identità e di alterità, o è più forte l’alterità che resiste anche alla stessa morte?

Una cosa è certa: non basta la mia sola identità – intesa come la pura padronanza dell’io -  a vincere la morte, in quanto l’alterità, che viene in aiuto ad una identità solipsisticamente ripiegata su di sé ed in sè arroccata, costituisce una via di redenzione dalla e della stessa morte.  Se la morte rimanda ad un’esperienza di alterità, piuttosto che di alterazione, ecco che inizia a trasparire la dimensione dialogica della morte.

A questo punto posso azzardare una riflessione di carattere sociologico sulla percezione della morte oggi. La crisi di alterità, che va ad intaccare la relazione Io-Tu, e che caratterizza il nostro tempo, sta modificando anche il rapporto con la morte, specie nelle nuove generazioni.

Infatti queste, come ha sottolineato tempo fa V. Andreoli, giocano con la morte, in quanto più che con la morte come evento reale, essi hanno rapporti più con la morte virtuale, “la morte televisiva”, che prende il posto della morte reale. In un mondo de-realizzato, come direbbe Braudillard, anche la morte si eclissa.

Ma è solo un trucco. La morte che si nasconde dietro la propria scomparsa è più pericolosa di quando invece essa si rende presente nella vita di ogni giorno, perché, quando verrà, essa coglierà di sorpresa proprio coloro che la ignorano.

Proprio perchè manca la percezione dell’altro e del legame che la morte viene a interrompere, molti giocano con la vita sfidando la morte, e giocano facendo morire gli altri, pensando di potere giocare con la propria e altrui vita. Ecco perché penso che la crisi di alterità provoca una irresponsabile distorsione percettiva della portata reale della morte.

Emerge un secondo livello di riflessione che ci porta a sostenere che la morte prima di separarci ci unisce. Anzi, forse è meglio dire che ci unisce proprio nel mentre ci separa. C’è da chiedersi se è tanto profonda la separazione quanto profonda l’unità. Quale delle due prevale sull’altra nella morte? È più forte la separazione o l’unità? 

Qualcuno potrebbe obiettare che nella morte non vi è alcuna unità, ma solo separazione, anzi più che la stessa separazione, vi ancor più soltanto una esperienza di lacerazione, la cesura di legame. Un altro dubbio a proposito dell’unità potrebbe essere di chi si chiede a che cosa serva essere uniti nella morte se poi essa ci separa. La separazione in tal caso è ancora più crudele.

E invece a mio parere vi è anche unità. Questa la ritroviamo nel fatto che, come l’altro, anche io morirò, e come me, anche l’altro morirà. Anche se non siamo uniti nell’attimo del morire, in quanto possiamo morire in momenti diversi, lo siamo tuttavia nell’evento stesso del morire. La morte ci unisce perché nella morte di ciascuno ognuno sa che quella stessa morte lo visiterà.

Ma è qui che emerge tutta l’ambiguità della morte: essa è qualcosa che, mentre ci accomuna, allo stesso tempo ci rende singoli, unici, ci separa già prima del suo venire, perché essa viene vista come “propria” morte. Infatti, quando verrà, essa sarà la “mia” morte.

Nessuno potrà morire al mio posto. Proprio la morte è ciò dove ognuno potrà essere, più che altrove, se stesso. A tal proposito Heidegger dice che l’uomo è un “essere per la morte (Sein zum Tode)”, in virtù del fatto che solo davanti alla propria morte ognuno è veramente se stesso, perchè nessuno può morire al mio posto. Sostituibile in qualsiasi altro tipo di esperienza, l’esserci, cioè l’uomo, per Heidegger, non può farsi sostituire nella propria morte da nessuno. In tal modo, sempre secondo il filosofo tedesco, la morte si rivela la mia “possibilità più autentica”, dove ognuno, insostituibile, sarà solo con se stesso, solo nel proprio morire, solo davanti alla morte, solo senza garanzie.

Nessuno vive la morte allo stesso modo. Sempre Heidegger dice che, anche se è comune a tutti, nessuno muore la morte in modo uguale. Piuttosto, ognuno vive la morte come propria morte. Nella morte ognuno si fa “proprio” a se stesso.

Comune è solo il morire, ma la morte è e resta un evento del singolo. Solo con se stesso, solo davanti alla morte, ognuno di noi è solo nel proprio morire, e anche se muore la comune morte, ognuno, nel proprio morire, muore la propria morte. Dice a A tale proposito Rosenzweig. che “Soltanto ciò che è singolo può morire, e tutto ciò che è mortale è solo”.

Nemmeno Dio può farci compagnia se non nella forma del nascondimento, che non è pura assenza, e del silenzio, che non è dimenticanza, ma infinito ritiro nei confronti di una libertà tutta umana che celebra nella morte il suo ultimo canto di creatura finita, il suo ultimo battito di ali, le quali finalmente cercano riposo oltre i propri e innumerevoli voli lungo la propria storia.

Ecco allora il passaggio che propongo: imparare ad accettare, partendo dalla morte altrui, la propria morte, perché si possa accettare anche la morte dell’altro, e, quindi di nuovo anche la propria. Si tratta di arrivare a vivere la morte altrui come se fosse la mia, arrivando a morire per questo altro. Chi accetta l’altro prima della sua morte, accetterà anche la sua morte, perché lo restituisce a se stesso, alla propria nudità. La morte in tal senso si propone a me come una soglia invalicabile, dove io non posso entrare semplicemente utilizzando la “compagnia fisica” di un altro. L’altro si fa invisibile nella visibilità della morte, e a noi che siamo stati abituati a nutrirci della visibilità, la morte si presenta come ciò che lo fa scomparire.

La percezione della morte confonde l’invisibilità dell’altro con la sua scomparsa. Al contrario, penso che la morte, come rende l’altro prezioso prima del suo stesso morire, così lo rende prezioso oltre tale morire. La morte mi viene a dire che ciò che appariva mio, e disponibile per me, in fondo non lo era mai stato. Accettare la morte dell’altro significa vivere nella consapevolezza che di lui non potrò mai disporre.

Per questo motivo, prima che venga la sua morte, come anche la mia, io sono chiamato a trattare me e l’altro con infinita delicatezza e rispetto, con una cura che non conosce arretramenti, perché c’è un evento – la morte - che sin dal primo suo darsi rende l’altro e me stesso indisponibili. La morte lo rende inaccessibile già da quando egli è in vita con me e dentro di me. Il pensiero della morte può allora funzionare come antidoto nei riguardi di una banalizzazione di me e dell’altro, della sua e della mia vita. 

E così nella nudità della sua morte, l’altro si ritira oltre quella soglia al di qua della quale io sperimento tutta la debolezza di ogni mia pretesa e di ogni forma di potere. Come tra me e l’altro sta la morte, quale limite che demarca i confini della reciproca nudità, così anche tra me e me sta la nudità della morte ad attestarmi che qualcosa di me non è disponibile per me.

Se la morte rende l’altro e me stesso indisponibili, allora emerge una tesi molto interessante per la quale è possibile sostenere che la morte si pone come destrutturazione di ogni forma di potere. Un bellissimo passo biblico che esprime molto bene questo concetto della indisponibilità dice:

«Nessuno può riscattare se stesso,

o dare a Dio il suo prezzo.

Per quanto si paghi il riscatto di una vita, non potrà mai bastare

per vivere senza fine, e non vedere la tomba (Sal 48).

Teologicamente la categoria dell’indisponibilità la si dice con una parola più bella e profonda: la morte ci rende un mistero. Non la morte è un mistero, ma la morte rende l’uomo un mistero. La morte così ci impone il rispetto per questa parte indisponibile che la nudità attesta come l’altra  sponda dell’essere.

Per questo "Quando verrà la morte ci porterà via tutto. Solo una cosa non ci potrà portare via: quello che abbiamo dato, perchè esso è presso coloro ai quali lo abbiamo donato" (cfr. M. Illiceto - P. Cascavilla, Dialogo sulla morte, Il Messaggero, Padova, 2010).