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Pubblichiamo dieci interventi di M. Illiceto sul tema dell’amore. Il testo riproduce in parte un saggio pubblicato dall’autore sull’ultimo numero di settembre della rivista di filosofia on line Endoxa dell’Università di Trieste che gentilmente si ringrazia. Inoltre i brani che vengono qui pubblicati costituiscono la bozza di un volume al quale l’autore sta lavorando. 

Ho paura di parlare dell’amore in un mondo in cui tutti ne parlano con parole ormai consumate. O che ne abusano senza conoscerlo. Che dicono di conoscerlo senza mai soffrirne abbastanza. Lo invocano senza cercarlo. Lo comprano per consumarlo, per poi abbandonarlo appena diventa un poco più esigente. O addirittura ingombrante. L’amore che all’inizio viene visto come un gioco poi diventa ben presto un peso di cui liberarsi. È come strattonato da ogni parte senza che mai nessuno stia davvero dalla sua parte. Specie quando perde, o, quando ti lascia a casa più nudo di quando lo hai trovato. O quando, indifeso, viene offeso ad ogni crocicchio di strada. L’amore ha molti amici che presto diventano suoi nemici. Molti cantori che si dileguano appena la musica cambia spartito. È  sulle labbra di tutti, ma nel bacio di pochi. Sui corpi svetta mentre nei cuori langue.

L’amore, come voleva Platone, è povertà e ricchezza, figlio di Penìa e di Pòros. Perde ciò che non dà e riceve da ciò che offre. Si nutre della propria fame, mentre sazia senza mai riempire. La sua ricchezza è la sua mancanza. La consapevolezza cioè che deve ricominciare sempre di nuovo a dare ciò che non ha per potere ricevere di nuovo quel poco che ha. E se si sente arrivato e ricco per ciò che ha trovato, o anche per quanto ha saputo dare, ecco che ridiventa, proprio a causa di ciò, di nuovo povero. Diventa povero se bugiardamente si sente ricco, pretendendo di essere capace di dare un tutto che non possiede.

Il poco che ha non è una scusa per non darlo, perché già sa che è tutto ciò che ha da dare. Non quantifica né qualifica, non fa i conti in tasca, non misura. L’amore non conosce bilance. «L’amore non è baratto» (M. Marzano, L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amore, Utet, 2014, p. 27).  Perché l’amore quando è vero si spreca, esponendosi anche ala ingratitudine di chi ritarda a comprenderlo. E, nonostante tutto, continua a darsi sempre, perché sa che ciò che eccede la misura di chi lo contiene, servirà per riempire gli spazi rimasti vuoti da dinieghi inaspettati.

L’amore è celebrato, osannato,  enfatizzato. Affascina e ammutolisce. Incanta e disincanta allo stesso tempo. Seduce e abbandona. Illude e delude. Suscita curiosità e presto anche noia se per cornice ha l’abitudine. L’amore ricatta, l’amore promette. L’amore consola, l’amore ferisce. L’amore guarisce. È  capace di farti soffrire una vita intera in cambio di brevi attimi di gioia. Eppure sembra che ne valga la pena. Anche se poi sappiamo che deve andare via. Perché era lì per noi, ma non solo per noi. Chi non capisce questo lo perde prima di trovarlo. L’amore se lo tieni inaridisce, se lo dai arricchisce.

Eppure, nessuno è pronto alla sua venuta, alla sua visita inaspettata, e neanche alla sua partenza. Al distacco che esso chiede proprio nel mentre ci lega e ci fa affezionare. Chi non è pronto a riceverlo, difficilmente sarà pronto a darlo. Riceverlo è lasciarlo andare. Perché amare non è trattenere, fissare, ma lasciarsi solo attraversare. L’amore resta solo finchè lo ospiti come un vento che non puoi addomesticare. «L’amore viene, l’amore va. A suo tempo, mai al nostro. Chiede, per venire, tutto il cielo, tutta la terra, tutto il linguaggio. Non potrebbe resistere nella costrizione di un senso. Nemmeno saprebbe accontentarsi di una felicità. L’amore è libertà» (C. Bobin, Elogio del nulla, Servitium, 2002, pp. 41-42).

L’amore viene per farti lasciare tutto ciò che hai, perché vuole che tu cominci ad essere ciò che sei. Ciò che fino ad allora non sei mai stato, per paura o per orgoglio, per viltà o per indifferenza. L’amore quando viene rovescia mondi ordinati, capovolge situazioni programmate. Mette sottosopra gli schemi e gli stereotipi che ti tengono ingessato.

L’amore ti lascia solo con la tua solitudine. Perché tu possa prenderti per mano. Non per farti uscire, ma per farti rientrare. Perché in amore si esce rientrando laddove non siamo mai stati, per evitare di essere maschere innamorate di niente. Entrare in quella stanza nella quale non sei mai stato. E da dove, per paura di restare solo, hai sempre cercato di scappare. E se si esce rientrando, è anche vero che si rientra uscendo, perché il mondo che hai trovato l’amore ti chiede di donarlo. Solo chi sa stare da solo con se stesso è capace di stare con un altro e amarlo fino in fondo. Infatti, «L’amore consiste in questo: che due solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda» (Rainer Maria Rilke, Lettera a un giovane poeta, cit., p. 53).

…continua