Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili. Per continuare la navigazione,  clicca sul pulsante per chiudere.

logo

Pubblichiamo dieci interventi di M. Illiceto sul tema dell’amore. Il testo riproduce in parte un saggio pubblicato dall’autore sull’ultimo numero di settembre della rivista di filosofia on line Endoxa dell’Università di Trieste che gentilmente si ringrazia. Inoltre i brani che vengono qui pubblicati costituiscono la bozza di un volume al quale l’autore sta lavorando. 

L’amore è esposizione e non semplice trasporto. Non siamo solo esposti tramite esso, ma anche in esso e ad esso. Non solo non è riparo, ma da esso stesso non c’è riparo. Se l’amore non ripara da nulla, nulla ripara dall’amore. Nessuno è al riparo dall’amore e nessuno è al riparo nell’amore. Ed è questo il suo fascino. È  rischio e non certezza,  esodo e non radicamento. Altezza e non pianura. Profondità e non superficie. Pendio e non radura. Possibilità e non necessità. Libertà e non cieco fato. Non è uno stupido destino che si gioca tra fortuna e sfortuna. L’amore è sfida ed è cammino, pro-vocazione oltre che vocazione. Desiderio oltre che Legge. Mistero e non solo puro segno. Sostanza e non semplice sembianza. Narrazione e non farsa. Vita e non ideologia. Realtà e non pura scena.

Parlare dell’amore è parlare della vita fatta di eventi e di accadimenti. Dei nostri fallimenti e delle nostre lotte, delle nostre angosce e delle nostre gioie. È  parlarsi dentro. Parlarsi accanto. Sopra, sotto, di lato e in ogni angolo. Non certo parlarsi addosso in un inutile soliloquio. Perchè l’amore è la parola che sta in mezzo a due estremi che fanno fatica a incontrarsi.

L’amore è ovunque e da nessuna parte. È  lo sfondo di ogni evento. Il filo rosso attorno a cui di nascosto ogni storia – quella di ciascuno – cuce e tesse la propria tela. Punto mobile in cui ciascuno tenta di tenere uniti i mille frammenti della propria vita.  La leva di ogni partenza e la meta di ogni viaggio. È  cominciamento puro che non conosce mai davvero il fine verso cui tende. Verso cui corre.

L’amore è tutto per chi non ha niente. Per chi è capace di spogliarsi delle cose inutili. Per chi ha il cuore sgombro da tutte quelle cianfrusaglie con cui vorremmo sostituirlo, per riempire quel vuoto che, creato da lui medesimo, solo lui può colmare. E se diventa un surrogato, condanna ad un vuoto abissale, facendoci passare «dal deserto tragico al deserto apatico» (G. Lipovetskj, L’era del vuoto, Luni, Milano, 1995, p. 57).

L’amore è sospensione oltre che apprensione. Se l’amore è tutto per chi non ha niente, facilmente diventa niente per chi pensa di avere tutto. L’amore si pone tra il tutto e il niente. E pone anche te in questa eterna sospensione. In questo vuoto che non è facile riempire. Ed è proprio questo il suo problema: che mentre osanna il tutto, dimenticandosi del poco, può trasformare questo tutto in un nuovo niente. In amore il niente non è esorcizzato, ma solo accovacciato. Mentre il tutto è solo un lampo che dura il tempo di un incanto. Questo accade perché «l’altro non potrà comare il vuoto che ci potiamo dentro. Esattamente come noi non potremo mai colmare il suo. Il vuoto lo si può solo attraversare» (M. Marzano, L’amore è tutto, cit., p. 23)

L’amore prima ti toglie il respiro, poi te lo restituisce solo quando cominci a respirare in due, perché quando ami smetti di respirare solo per te. Ti fermi sulla porta della bocca chiusa di chi ami a mendicare parole che sono scritte nell’ultima stanza del suo castello interiore. Dovrai portarla lì per incontrarla davvero. Stare sulla soglia delle sue labbra per cominciare a celebrare il mistero della tua mancanza, della sua eccedenza, della sua e della tua trascendenza. Del suo traboccare in te. Per unire la terra e il cielo mentre l’amore si fa bacio che non consuma. Incanto carnale che nulla ancora posa del tuo corpo. Adorazione che fa del tuo respiro un divino anelito a respirare in due.

L’amore quando bussa non lo senti, e se lo senti non lo sai. E se qualcosa senti, l’amore è più di ciò che senti. L’amore non è ciò che provi, ma ciò che vivi. Per questo, quando lo scorgi non lo vedi. E se lo vedi non lo riconosci. Perché non è ciò che senti, né ciò che sai, ma ciò che ti manca. Non ciò che possiedi, ma ciò che non hai. Non ti apre gli occhi, ma te li fa socchiudere. E non per addormentarti, ma per portarti in un mondo che non conosci e di cui non sei il padrone.

…continua

 


style="display:block"
data-ad-client="ca-pub-9368925693456427"
data-ad-slot="2656753121"
data-ad-format="auto">