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Navigare senza naufragare

Di M. Illiceto

Mi ha sempre affascinato questo giovane rabbi di Nazareth che, passando lungo il mare di Galilea, vedendo due pescatori, Simone e Andrea, mentre gettavano le reti in mare, li chiama e dice loro «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». Pescare gli uomini e pescare “negli” uomini era anche il compito che si era dato il vecchio filosofo di Atene Socrate, che amava paragonarsi ala torpedine marina che smuoveva le acque dando la scossa. 

Oggi non si pesca, si adesca. Non si educa, si ammalia. Non si dialoga, si seduce. Ma pescare non è adescare, avere la preoccupazione di piacere a qualcuno per sentirsi gratificati.

Chi pesca si tuffa a piene mani nel mare magnum della vita di tutti i giorni. Si immerge nelle acque intorpidite dalla disperazione e dallo scoraggiamento. Non si pesca l’uomo lanciando esche per far abboccare qualcuno che pur di salvarsi è disposto a credere a tutto quello che diciamo. Gesù non cerca creduloni, ma credenti. Credenti pensanti e pensanti che cercano. Che, come diceva Pascal, “cercano gemendo”.

Non siamo solo canne pensanti, ma anche canne pescanti. Di certo non siamo canne fumanti.

Pescare è reggere l’urto di onde avverse. A volte remando anche contro vento. In solitudine, mentre il mare di sotto sembra inghiottirti. E tu che ti perdi in questo mare che è troppo vasto per solcarlo in un giorno solo o che è troppo agitato per poterne uscire indenne.

Per questo è necessario avere il coraggio di alleggerirsi ogni tanto per rendere più agile la navigazione. Perché non c’è pesca senza navigazione. Senza che il pericolo ti morda dentro. E la leggerezza significa distacco e sobrietà dalle cose che ti impediscono di gettare le reti dal lato giusto della vita.

E quando la traversata sembra troppo lunga, forse è bene avere la pazienza di tessere la trama dell’attesa per impedire al tempo di rubarci la speranza.

E, se come ha detto Nietzsche, l’orizzonte è stato cancellato, il pescatore deve avere il coraggio di attingere altrove gli orizzonti mancanti. Perché è nella distanza dalla mèta che possiamo esercitare la passione per ciò che ancora manca, facendo uscire da dentro di noi gli orizzonti che ci portiamo dentro e che nessuno mai potrà cancellare.

Il pescatore conosce la propria arte: sa sia la profondità del mare in cui deve inabissarsi sia l’altezza del cielo verso cui elevarsi. Deve saper leggere l fondo oscuro dove il sole si è eclissato e allo stesso tempo alzare lo sguardo e capire, come diceva Etty Hillesum,  che “siamo barche nell’oceano dell’eternità”.

Si tratta di pescare l’umanità negli uomini che l’hanno seppellita nei vizi o che sono stati sconfitti da qualche fallimento a causa della loro fragilità. Pescare l’uomo è disseppellire l’umano che in loro si è come addormentato, o che è stato dimenticato, calpestato, offeso, tradito. Farlo risorgere da quelle acque che lo tengono avvinghiato tra gli abissi del niente.

Per pescare bisogna navigare. Navigare senza naufragare. E oggi siamo chiamati a navigare a volte anche senza avere una rotta chiara  e distinta. Navigare a vista. Navigare nella notte oppure tra luci che tali non sono. Luci effimere che ci dirottano con estrema facilità verso lidi troppo facili a raggiungersi e per questo falsi miraggi di desideri diventati ormai illimitati. Oggi siamo tutti naviganti senza rotta, né timone. Questo vale soprattutto per gli adulti e in particolare per gli adulti chiamati a educare. Come possono costoro essere pescatori se essi per primi sono disorientati nella navigazione?

Per pescare ci vogliono anche reti adatte e robuste. E invece le nostre reti sono sfilacciate e piene di buche. Non si pesca con le reti rotte. E’ vero che siamo tutti in rete nel mare virtuale delle illusioni, solo che ci siamo con le reti spezzate, con le quali anche se raccogliamo nulla rimane. Il primo compito di un pescatore adulto educatore è riassettare le proprie reti. Le reti del cuore e del pensiero, delle relazioni e di una comunicazione capace di dare senso.

In un modo diventato complesso e pieno di incertezze, dove abbiamo pochi punti fermi, dobbiamo, come amava dire E. Morin “apprendere a navigare in un oceano d’ incertezze attraverso arcipelaghi di certezza”.

Non sono le certezze che ci salveranno, né sarà la loro assenza che ci farà disperare. Al contrario, sarà il coraggio o la sua mancanza a decidere di noi. Perché ogni epoca ha le sue sfide, e le nostre sono tante. Mi vengono in mente le parole di una bellissima canzone di P. Bertoli

Getta le tue reti/buona pesca ci sarà/e canta le tue canzoni/che burrasca calmerà/pensa al tuo bambino/al saluto che ti mandò/e tua moglie sveglia di buon mattino/con Dio di te parlò/Dimmi dimmi mio Signore/dimmi che tornerà/l'uomo mio difendi dal male/ai pericoli che troverà/troppo giovane son io/ed il nero è un triste colore/la mia pelle bianca e profumata/ha bisogno di carezze ancora
ha bisogno di carezze ora…”

Perciò Buona pesca a tutti!



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