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In cammino verso il Sinodo Michele Illiceto

 Vi proponiamo questo cammino diviso in più parti

 I giovani cercano la verità in modo diverso

  1. La questione vera è che i giovani cercano la verità, solo che la cercano in modo diverso da come noi (adulti) ce lo aspettiamo. Forse la cercano sotto nomi e sotto vesti diverse. Dovremmo sempre chiederci, se non la cercano, perché non lo fanno. O, se la cercano, perché la cercano altrove. Perché cercano una verità diversa dalla nostra? Opposta, alternativa.
    Ma prima di tutto questo, dovremmo chiederci che cosa è la verità per un giovane. E - ultima domanda - in che senso la religione può aiutare i giovani - o anche impedire loro - a cercare e a trovare la verità? Lo stesso sapere scientifico ormai ci propone verità parziali, congetturali, contraddittorie, e sempre nuove. Verità soggettive e relative, mutevoli e opinabili.
    Dal canto suo neanche il diffuso scetticismo soddisfa, poichè quando si dice che è inutile cercare la verità perché questa non esiste, non fa altro che affermare un’altra verità. Infatti, affermare che la verità non esiste è a sua volta una forma di verità: si tratta della verità della non verità.
  2. Verità calde o verità fredde?
    Il problema non è se esiste o meno una verità che sia degna di essere cercata. Oppure se l’uomo sia fatto o meno per essa. La questione riguarda piuttosto il tipo di verità da cercare. Una cosa è certa: la verità che a noi credenti tocca comunicare non è un’idea, quanto piuttosto una persona. Essa non basta che sia assunta come vera “in sé”, ma deve poter diventare anche una verità “per me”. Non si tratta di una verità “fredda” che dopo essere stata incontrata possa lasciarci indifferenti. La verità che siamo chiamati a comunicare è una verità calda. E una verità calda ha almeno tre funzioni: rivelativa, trasformativa e rassicurante.
    Se non è la verità ad essere fredda, lo potrebbe essere invece il nostro modo di comunicarla. E una comunicazione fredda rende fredda anche la verità più calda, come l’evento Gesù di Nazareth. Quella che per molti anni abbiamo comunicato, nella catechesi e nella trasmissione della fede, è stata una verità fredda, frutto di schemi, deduzioni e dimostrazioni più che di incontri e di vissuti. Certo non bisogna confondere le verità calde con le verità fondate sull’emozione. Tutt’altro. La verità quando è vera abbraccia tutti e quattro i registri antropologici che ci compongono: ragione, cuore, corpo e spirito.
    Le verità fredde si spiegano, quelle calde si narrano. E la narrazione è contagiosa. Trasmette le verità da pelle a pelle. Da vissuto a vissuto. I giovani cerano verità narrate e non verità spiegate. Per tale ragione è necessario unire narrazione (la dimensione autobiografica) e spiegazione (la ricerca del perché del senso ultimo). La verità ha una dimensione narrativa, come direbbe P. Ricoeur. Cioè rivelativa: essa dice qualcosa a me, ma anche qualcosa su di me, qualcosa che inizia ad entrare e a penetrare dentro di me. La verità poi ha una dimensione trasformativa: mi mette in gioco e mi coinvolge-sconvolge. Mi impone un cambiamento di rotta. Infine, ha una dimensione rassicurante: mi riempie di gioia e mi offre nove certezze. È, come insegna il Vangelo, come quell’uomo che cercando un tesoro dopo averlo trovato va con gioia vende tutto per compare il campo dove esso è nascosto (Mt 13, 44-32).
    Il posto della verità non è la ragione, ma il cuore. Come diceva Pascal: “Il cuore ha delle ragioni che la ragione non comprende”. Questa frase la possiamo adattare a noi: dicendo che il cuore ha delle verità che alla ragione risultano insondabili, cioè scandalose. Il cuore è lo scandalo del pensiero.
  3. La verità non ha paura del dubbio
    Di solito si contrappone la verità al dubbio. È un falso modo di procedere. La verità vera non teme il dubbio, anzi lo esige, lo affronta, lo attraversa, e lo supera. I dubbi sono importanti nella vita, specialmente nella vita di un giovane. L’adolescenza è l’età dei dubbi. Infatti, i giovani sono nella fase in cui non accettano più le verità degli adulti. Non accettano più una verità perché detta da un adulto in nome dell’autorità. Non possono più credere in qualcosa per il solo fatto che fino ad allora altri hanno creduto al posto suo.
    Se contestano tale tipo di verità è perché cercano una verità che sia tale per loro. Che sia tale perché ne hanno fatto esperienza diretta. Nel frattempo mettono tra parentesi (fanno epokè come direbbe Husserl) di tutte le verità credute come tali fino ad allora. Il dubbio serve per mettere alla prova la tenuta della verità. Fin quando una verità è dubitabile, essa non è ancora una vera verità.
    Certo, bisogna anche vedere perché si dubita. Se lo si fa per il solo gusto di dubitare, avendo fin dall’inizio il pregiudizio che non esiste la verità, allora tale dubbio è sterile. Se invece il dubbio è una tappa della ricerca della verità, il dubbio manifesta tutta la sua fecondità. Pertanto, nell’adolescenza piuttosto che scoraggiare i dubbi, bisogna coltivarli. Se quella verità resiste al dubbio, allora quella è una vera verità, altrimenti la strada per trovarla è ancora lunga.
    In definitiva: meglio una verità che resiste al dubbio piuttosto che una verità che ha paura dei dubbi. Se le cose stanno così, si può affermare che la verità degli adulti deve avere la sola funzione di risvegliare quella stessa verità che, anche se in una forma diversa, dorme nel cuore dei giovani. In fondo questo era il metodo di Gesù, il quale non dava mai la verità se non dopo. Egli prima suscitava i dubbi e, dopo aver minato le false verità, costruiva nel cuore del suo interlocutore, la via per poter incontrare la vera verità. Una verità del tutto diversa. Ed era proprio questo ciò che affascinava i suoi uditori.
  4. Pensiero calcolante o pensiero poetante?
    Più che verità inesistenti, i giovani sembrano che debbano fronteggiare verità deludenti. Insignificanti. Banali. La questione allora riguarda il modo con cui costruiamo le verità. Riguarda il modo con cui oggi si pensa. Il fatto è che oggi ci troviamo di fronte ad un pensiero che non è neanche più pensiero: è, come direbbe Heidegger, un pensiero calcolante tipico del dominio della tecnica, che riduce tutto a calcolo utilitaristico, a prestazione, a merce di scambio a cui il mercato di turno dà un prezzo. Invece noi credenti adulti dobbiamo mettere mano ad un pensiero poetante: nello stile del Cantico dei cantici, dei libri sapienziali, dei salmi, e del Vangelo che li sintetizza tutti.
    Il pensiero poetante trasforma i giovani in cercanti cercati da un Senso che li precede. Li porta a sostare sulla soglia dei propri vissuti interpretandoli come mistero e non come semplice problema in cerca di una soluzione puramente tecnica.
    Allora il problema non è che i giovani non sono in sintonia con la verità, ma che siamo noi che non sappiamo comunicare in modo adeguato questa verità che tende al cuore. Non sappiamo toccare quei registri che attraversano in modo trasversale il loro cuore, la loro ragione, il loro corpo e da ultimo il loro spirito. La verità li tiene uniti, la bugia e la menzogna li tiene divisi.
    D’altronde il menzognero è chiamato diavolo proprio perché getta divisione, divide: dia-ballein. Divide dentro e fuori. E dove domina la divisione, è molto più facile che avvengano le manipolazioni e le seduzioni. Per questo bisogna partire dal cuore, come il metodo maieutico di Gesù (e non solo di Socrate) ci insegna. Se non liberiamo il cuore con le verità calde del Vangelo, le nostre parole cadranno non sul terreno fertile, ma sull’asfalto o tra le spine (cfr. Mt 13,1-23).

…Continua

(fonte: notedipastoralegiovanile.it)


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