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 Lontano dalle regge, in un villaggio di Nazareth, vi era una stanza. Nascosta, silenziosa, umile e povera. Incastonata tra le case, tra giochi di luci che alla sera disegnavano distanze che parlavano di orizzonti lontani.  Dentro vi abitava una fanciulla di nome Maria. Ella, si dice, ricevette la visita di un angelo mandato da Dio.

Ma prima che fosse Dio a visitare Maria, è stata Maria a fare visita a Dio. Lo costrinse a entrare nella sua stanza, mentre si aggirava per i deserti di un’umanità smarrita. Dio vi passò, e vide che lì c’era tutta la creazione prima della caduta. L’Eden perduto era come ridisegnato sul volto di quella donna ancora fanciulla.

Maria, la ragazza del villaggio la  cui purezza conquistò Dio. Maria, la fanciulla che diede un riparo a Dio. Guardando lei, Dio si ricordò che era Amore. In Maria Dio cade nella trappola di quella purezza che Egli stesso ha creato. In Maria Dio è in trappola. Ed è in trappola come un Dio innamorato.

Dio vide quella stanza prendere forma dal corpo di quella donna. Era come un tempio che non era stato ancora profanato. I suoi gesti, i suoi sguardi, le sue cadenze erano tracce di un Mistero non ancora rivelato.

Dio si commosse. Versò una lacrima. Gli mancava l’umanità. Parte di quel tocco che lo aveva ferito. Lui, il vasaio cercava la sua argilla. La trovò in quella stanza, scolpita come era all’inizio. Dio, tornò sui suoi passi e ricominciò ad accarezzare le linee tormentate del tempo.

Quando Dio offre un riparo è perché cerca Egli stesso un riparo. Cacciato dalla creazione, Dio era come latitante dai cuori degli uomini e dalle loro città. Dalle loro azioni e dalle loro intenzioni. Dio cercava un rifugio dalla propria dimenticanza. Un rimedio ala propria assenza. E lo trovò nella stanza dove abitava questa fanciulla dal volto puro.

Vi trovò più che semplice innocenza. Vi trovò la purezza. Qui la colpa non è solo lavata, ma ancor più dimenticata. Come se non fosse mai accaduta. In Maria senza colpa, la purezza vince l’innocenza. L’amore si toglie il velo e riempie di luce ogni anfratto. L’Inizio ritorna e tutto ricomincia. Senza ripetizione. Senza ostentazione. Ma in una nuova forma di esposizione e donazione.

Come doveva essere ricca di niente la stanza di Maria? C’era posto per tutto dove non vi era affatto tutto. Non vi era accumulo, né sazietà. Dove l’essenziale è di casa, il poco che c’è  diventa il tutto che non si ha. Piccola stanza dove dimora l’universo intero. Dove il cielo china il capo e con esso ogni desiderio che fa del cuore uno scrigno.

In essa Dio vi ritrovò la bellezza perduta. Una bellezza senza più velo in cui Egli stesso poté rispecchiarsi. Dio si rispecchiò in Maria e ivi si ritrovò. In Maria, Dio ritrovò se stesso. Dio ritrovò Dio. Si ritrovò, perché lei era l’unico luogo dal quale non era mai andato via. L’aveva trattenuto perché si era lasciata trattenere.

Maria non lo sapeva. Per questo non era mai piena di sé. Ed era proprio questa la sua bellezza. Il suo candore. La sua grandezza. La sua purezza. La sua trasparenza. Rifletteva Dio e non lo sapeva. Aveva Dio senza averlo. Inconsapevole, Maria lasciò essere Dio dentro di lei senza mai catturarlo. Senza mai nominarlo.

Per questo, per un attimo, Maria è stata l’estasi di Dio.

Dio comincia a vedere in lei una fessura da cui trapela una nuova umanità. Tutto quello che Egli aveva pensato di noi, si trovava in quella stanza. Dio vi passò, e si fermò. La vide, e gli si riscaldò il cuore. Dio venne a lei per riprendersi quella parte di Dio che vi era rimasta sulla terra. Dio venne per dare a tutta l’umanità quella parte di Dio che era rimasta ancora in Maria.

La stanza di Maria. Stanza del silenzio. Poche parole e molte attese. Per non rischiare di non udire il fruscio dei passi di chi da straniero avrebbe potuto bussare alla porta e passare oltre.

La stanza di Maria anche se amava la luce, non disdegnava la penombra. Lei sapeva che è là, nella zona mista di ombra e luce, che Dio ama piantare la propria tenda. Far ricominciare le cose da un nuovo niente. Qui nulla è impossibile a chi sa farsi ombra nella penombra. A chi sa farsi amore nella debolezza di un tempo che non lo merita.

Ora Dio può venire. Mandare il suo angelo. Dare voce all’amore. Per rispecchiarsi. E nascere di nuovo proprio da un grembo che non sa di averlo. Un grembo vergine in cui tutta la creazione, raccolta, è pronta ad esplodere.

Ma se vorrà, dovrà farlo con estrema delicatezza. Perché Maria si turba per un niente. Si turba se un granello di polvere non risponde “presente”. Se i colori si scambiano la luce. Se un chicco di grano si perde nel pane, o se una voce cambia timbro nel dire una sola parola.

Ma Dio sa fare il suo mestiere. Ha trovato il modo. Gli basta entrare nella stanza fatta di piccole cose. Spogliarsi della sua onnipotenza per abitare la punta delle dita di questa fanciulla che ha permesso a Dio di essere di nuovo Dio.

Ora so che in quella piccola stanza c’ero anche io. C’eravamo tutti. In quel dialogo silenzioso tra Dio e la fanciulla, l’impossibile si è fatto possibile, e l’amore non ha resistito alla possibilità di superare la colpa che non lo meritava.

Una stanza. Una fanciulla. Maria, la donna che ha legato Dio a un tenue filo di niente!


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