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 L’amore alla prova del tempo. Alla ricerca dell’intimità perduta

E’ facile innamorarsi, difficile è scegliere di continuare ad amare la persona di cui ci siamo innamorati. Amarla con la stessa intensità, senza confondere quest’ultima con la pura emozionalità. L’amore è un cammino che deve crescere nel tempo attraverso quei momenti che esso stesso attraversa. Sia di quelli difficili che lo mettono alla prova sia di quelli che lo alimentano rafforzandolo. Uno di questi è certamente l’intimità, la capacità cioè di avere tempo per l’altro, di fermare tutto per fare una sosta sì da poter guardare la persona amata con stupore e ammirazione, con incanto e sorpresa, senza mai dare nulla per scontato, senza lasciarsi infiacchire dall’abitudine.

L’abitudine è pericolosa. Kierkegaard diceva che “quando il sogno è passato e dimenticato, l’uomo si accorge che l'abitudine lo ha cambiato; egli vorrebbe rifarlo, ma non sa dove andare a comperare il nuovo olio per infiammare l'amore. Ecco che allora diventa di malumore, stanco, annoiato di se stesso e del suo amore, annoiato che sia così miserabile, annoiato per non riuscire a cambiarlo»(S. Kierkegaard, Atti dell'amore, tr. it a cura di C. Fabro, Bompiani, Milano 2007, p. 227)

L’intimità dona profondità e permette all’amore di durare nel tempo, alimentandolo. Ma bisogna saperla ben coltivare nelle diverse stagioni della relazione, usando tutti i linguaggi di cui l’amore dispone. In amore importante è la qualità della comunicazione. E, parafrasando la scala erotica di Platone, il  linguaggio dell’amore se ben usato ci eleva fino alle vette della bellezza che l’amato evoca.

L’intimità è il luogo in cui due differenze si incontrano, si accettano, si accolgono e si riconoscono. Ma soprattutto si aprono e si donano. Senza fondersi, ma che unendosi si completano. Non è fusione, ma condivisione. Non è neanche clonazione emotiva o colonialismo psicologico, ma incontro delle differenze. L’intimità ci rende insostituibili. L’amore ci individualizza, rendendoci unici ed esaustivi. Necessari anche se sempre possibili.

Che cos’è l’amore senza intimità? E’ come un secchio fuori dal pozzo. Come un ruscello senza sorgente. L’apice dell’intimità si ha quando si raggiunge la comunione interpersonale. Essa è totale, senza essere tuttavia totalizzante. Balbetta nell’attimo il desiderio di eternità. E’ totale perché coinvolge tutti i registri: cuore, mente, corpo e spirito. Se l’amore inebria i sensi è perché li trasfigura mentre li incanta. Li eleva mentre li accende. Li abbandona mentre li sazia. Libera i sensi liberandosi dai sensi.

L’intimità non è solo esperienza estetica, ma ancor più estatica. Se molti giovani cercano l’estasi fuori dall’amore -  nelle sostanze stupefacenti come surrogati di un amore impossibile -  è perché non hanno mai incontrato l’amore estatico. A loro, purtroppo, la società sa offrire solo una estetica dell’amore priva di estasi. Un eros senza intimità. Un amore che non sa farsi ascesi, dove corpi nudi sono orfani di luce. Privi di quella luminosità che proviene solo dai volti.

Nell’intimità i corpi cominciano dai volti. E i volti si raccontano. Si librano alti. Per questo l’amore diventa estatico, perché nell’immanenza introduce sprazzi di trascendenza. Perché mentre ci porta fuori di noi, ci riporta dentro di noi, laddove l’anima si fa carne .

L’intimità ci fa rientrare in noi tramite la porta dell’altro. In un andare-fuori che è un andare-oltre fino ad entrare-dentro ad ogni cosa che è fuori di noi. In un reciproco attraversarsi che non smette mai di rinnovarsi. E così l’amore diventa evento cosmico, dove tutto si ricompone. Esplosione dell’interiorità dove ciascuno è amato per quello che è. Nella sua nudità ed essenzialità. Fino ad amare le pietre spoglie e l’intera vita fatta di doglie.

Nell’intimità, attraverso la sessualità, ciascuno entra nell’altro, viaggiando attraverso un distacco che lo ricongiunge oltre ogni separazione. Cammino che man mano si fa elevazione. Mistica della carne, come l’ha chiamata Fabrice Hadjadj, che ci porta verso una unità che ci completa nelle reciprocità. La sessualità non è scambio, puro gioco dei sensi, ma celebrazione, liturgia di corpi ospitali. Esperienza di bellezza che sparge fiori di luce nelle nostre penombre.

Nell’intimità ci raccogliamo dai bordi cancellati delle nostre erranze. Cerchiamo un riparo ai nostri conflitti. Invochiamo una pace che abbiamo mendicato altrove, nei luoghi impossibili degli scambi dettati dall’utile. L’intimità ricompone le nostre ali spezzate. Essa è compimento. Rafforza il legame senza stancare. Sazia senza mai annoiare. Non è mai satura. E’ desiderio che si nutre della propria fame. E’ soglia di una pienezza agognata, che però si dà solo nelle tracce di ciò che non riusciamo a dare.

L‘intimità ci depone dagli altari delle false celebrazioni. Ci nasconde alle inutili ostentazioni. Non è padronanza, ma esposizione. Reciproco limitarsi che si trasforma in tenerezza e cura. Presa in carico che alleggerisce la vita dal peso dell’egoismo. Riscatta l’invisibile dal ricatto dell’esibizione. Perché l’amore rifugge le facili strumentalizzazioni.

L’intimità è liberante, perché mentre unisce non vincola, non costringe. Comincia a diventare necessaria proprio perché rimane eternamente possibile. Sospesa tra un “si” da rinnovare ed un “no” da evitare. Non fa prigioniero nessuno. Non ha bisogno di essere liquida per essere leggera. Ama la profondità piuttosto che la intensità, e preferisce la durata ad un godimento consumato. Non crea fantasmi idealizzati, né rincorre maschere accomodanti, ma è pronta ad accettare anche il dolore della prova dove l’amore è tentato di cedere al rancore. 

Nell’intimità finalmente si è sé stessi. Nudità al riparo della vergogna. Innocenza senza alcuna colpa. Ogni sé si denuda attraverso lo sguardo accogliente dell’altro, il quale, venendo apre spazi nascosti in me. Spazi nascosti a me. L’altro li apre e me li ridona. Li consegna a me che non sono stato mai abbastanza mio custode. Che non mi sono saputo amare, riconoscere e accettare come avrei dovuto.

L’altro mi denuda, lasciandomi senza difese. Può farmi tutto, ma mi risparmia. Mi accoglie e raccoglie. Perdona le mie mancanze e le mie imperfezioni perché è lui che mi manca. E’ lui il segreto della mia incompletezza. E mi completa mentre mi spoglia. Mentre mi svuota. Creando un cantuccio dove finalmente staremo insieme.

Entra scalzo, come in una terra sacra, dove è giusto togliersi i sandali. Non mi usa, ma si inchina. Mi celebra, senza esaltarmi. Entra senza calpestarmi. Mi ama, senza adorarmi. Mi guarisce con il tocco di una carezza. E mentre mi guarisce, proprio lì, di nuovo mi ferisce,  costringendomi a cercarlo ancora. Mi mette in attesa, evitando la ripetizione, per sospendere ogni appropriazione.  

E così l’intimità che accoglie è anche l’intimità che nasconde. Pudica, è fatta di ritiri e di incursioni. Rivela e cela. Concede e sottrae. Gioco di infiniti rimandi, di silenzi e di gesti che si rincorrono in una tenerezza che ci fa deporre anche le armi della conoscenza.

E allora, ha proprio ragione Platone: amare è tentare di dire con le parole ciò di cui non si hanno le parole per dirlo. E se lo dobbiamo dire, diciamolo in intimità. Di nascosto. In un silenzio fatto di parole mute, dove anche le cose troveranno, nel nostro, lo spazio per essere amate. Il perimetro ultimo della loro intimità perduta.